🚨⚽🇺🇸🇧🇪🇪🇺 È la storia delle ultime 24 ore. Ma la sensazione è che continuerà a esserlo ben oltre il triplice fischio della sfida fra Stati Uniti e Belgio in programma questa notte alle 2:00 (ora italiana) al Lumen Field di Seattle. Perché? Perché dietro la sospensione della squalifica di Folarin Balogun, l’attaccante USA espulso durante i sedicesimi di finale contro la Bosnia, emerge un intreccio di politica e potere che il mondo dello sport pare deciso a non tollerare in maniera silenziosa.
Partiamo dai fatti, come sempre. E in questo caso da ciò che accade sul terreno di gioco. Palla in avanti verso Balogun: la punta USA si piazza davanti al difensore avversario, Muharemovic, per proteggere la sfera. Il giocatore bosniaco tenta l’anticipo e l’americano, nel contrasto, ricade con il piede sulla caviglia del marcatore. Di certo non c’è intenzionalità: Balogun, in quelle frazioni di secondo, non può né vedere né immaginare che sotto di lui finirà una parte del corpo dell’avversario. Al massimo può essergli contestata l’imprudenza del gesto atletico: Muharemovic è infatti riuscito a portarsi almeno con la gamba davanti alla punta statunitense, per quanto sia difficile stabilire chi dei due fosse meglio posizionato sul pallone.
L’arbitro sul momento lascia correre, ma richiamato al VAR si concentra su un fermo immagine in particolare: il piede di Balogun schiaccia effettivamente la caviglia di Muharemovic. Decisione: rosso diretto per l’americano.
Secondo “The Athletic”, quello registrato nel match fra gli Stati Uniti e i giustizieri dell’Italia al playoff di Zenica è un “errore di giudizio”. Il VAR, da protocollo, non avrebbe mai dovuto richiamare il fischietto: le linee guida dell’IFAB, l’organismo che scrive le regole del gioco, sono chiare nell’affermare che i replay al rallentatore dovrebbero essere usati per valutare il punto di contatto, la posizione di un fallo, se il pallone è entrato o meno. Ma quando si tratta di chiarire l’intensità di un fallo è la velocità normale, l’occhio umano dell’arbitro, a fare testo.
Questo per dire che sì, la squalifica di Balogun da un ottavo di finale mondiale sarebbe stata probabilmente un’ingiustizia. Non la prima, non l’ultima, andata in scena sul rettangolo verde. Ed è proprio qui che esplode il bubbone.
Per la prima volta nella storia dei Mondiali di calcio, la FIFA sceglie infatti di applicare l’articolo 27 del codice disciplinare, quello in base al quale l’organo giudiziario può decidere di sospendere, in tutto o in parte, l'esecuzione di un provvedimento disciplinare. È una specie di condizionale. Torni in gioco, ma se commetti un’altra infrazione di natura e gravità simili la “grazia” viene revocata e la sanzione “sarà applicata senza pregiudizio per eventuali sanzioni aggiuntive imposte per la nuova infrazione". Ci sono precedenti in questo senso? Uno. Cristiano Ronaldo rifila una gomitata all’irlandese O’Shea durante una partita di qualificazione ai Mondiali: scattano 3 giornate di squalifica, ma 2 vengono sospese così da non metterne a repentaglio la partecipazione ai Mondiali. È lo stesso meccanismo di cui beneficia Balogun, che sconterà sì la sua giornata di squalifica, ma la vedrà sospesa per un anno.
E allora? E allora lo scandalo è tale non solo per l’importanza dell’evento, ma per il dietro le quinte che sembrerebbe aver innescato la decisione della FIFA. Secondo quanto riportato da POLITICO, già pochi minuti dopo l’espulsione di Balogun, la Casa Bianca è entrata in azione. È stato il direttore esecutivo della White House FIFA World Cup Task Force, Andrew Giuliani, a informare il presidente Trump della sanzione inflitta alla stella statunitense. Giuliani, il segretario al Commercio Howard Lutnick e alti funzionari della federazione calcistica a stelle e strisce - tutti presenti di persona alla partita contro la Bosnia - cominciano a stilare piani per contestare la decisione presa in campo dall’arbitro, pur consapevoli che i ricorsi accolti contro i cartellini rossi ai Mondiali sono estremamente rari. Nello spazio di quattro giorni, questo assunto viene smentito dalla cronaca.
Giovedì, Trump telefona al presidente della FIFA, Gianni Infantino, chiedendo al dirigente calcistico, divenuto negli anni suo amico e frequente visitatore dello Studio Ovale, informazioni sui regolamenti. Infantino avrebbe ascoltato con attenzione le rimostranze di Trump, ma senza fare promesse di sorta.
Nel frattempo, il team legale della U.S. Soccer prepara formalmente e presenta il ricorso alla FIFA, con Giuliani e Lutnick pronti a mettere a disposizione della causa anche avvocati della Casa Bianca per assistere nell’analisi legale, se necessario.
Sempre Giuliani insieme a Scott Goodwin - un gestore di hedge fund che ha contribuito personalmente a pagare lo stipendio dell’allenatore degli Stati Uniti, Mauricio Pochettino - crea una sorta di dossier sull’arbitro brasiliano Raphael Claus, il fischietto che ha mostrato il cartellino rosso a Balogun. Persino alti funzionari governativi esaminano i precedenti dell’arbitro verdeoro: una prova di quanta attenzione sia stata destinata alla ricerca di ogni possibile argomento capace di rafforzare il ricorso.
Ieri la risposta della FIFA: c’è la sospensione della squalifica di Balogun. Una scelta che la federazione ha definito indipendente e presa dalla sua commissione disciplinare composta da 18 membri, senza chiarire però se sia arrivata al termine di una votazione.
Poco dopo l’annuncio, Trump e Infantino si sentono di nuovo. Il presidente USA loda la FIFA urbi et orbi per avere rimediato a una grave ingiustizia, mentre il mondo del calcio insorge.
La federazione belga annuncia di stare valutando “ogni possibile opzione” per “salvaguardare i legittimi diritti di tutte le squadre partecipanti e proteggere i principi fondamentali del fair play nel nostro sport, sia in questa Coppa del Mondo FIFA sia nelle future edizioni del torneo”. Formula che di fatto anticipa la presentazione di un ricorso urgente che, a poche ore dal calcio d’inizio, sembra avere poche possibilità di essere accolto.
A muoversi è anche la UEFA, l'Unione Europea delle Federazioni Calcistiche Europee, secondo cui la FIFA - con la decisione di ieri - “ha oltrepassato una linea rossa”. In un comunicato durissimo, il massimo organo calcistico del Vecchio Continente conclude: “Quando la certezza delle regole non è più garantita da chi è chiamato a custodirle, l'integrità del gioco viene messa a rischio e la credibilità della competizione risulta compromessa. Inoltre, una decisione di questo tipo crea un precedente all'interno del torneo in corso: situazioni analoghe dovranno ora ricevere lo stesso trattamento, con un inevitabile danno per la competizione”.
Resta l’impressione di un’invasione di campo che fa male alla credibilità e allo spirito del gioco. Di più: lo scontro politico fra Stati Uniti ed Europa si sposta anche sul rettangolo verde. Piccola utopia: se Pochettino scegliesse deliberatamente di giocare senza Balogun farebbe probabilmente un gesto da gran signore.
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Il Blog di Dario D'Angelo
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