🚨🪖🇺🇸 Buonanotte/buongiorno a tutti. Capisco bene che alle 4:00 di notte ci sia di meglio da fare - ad esempio dormire - ma ognuno di noi ha le proprie ossessioni. La mia è probabilmente non lasciarvi senza una notizia che purtroppo non troverete mai e poi mai in un tg.
Eppure è una notizia importantissima, una delle peggiori che mi sia ritrovato a scrivere in questo periodo.
Ora, guardate questa fotografia. È uno scatto entrato nella storia. Chissà se vi si accende una lampadina. Facciamo subito clic: è Chris Donahue, anno 2021, nel corso di un ritiro rocambolesco e per molti versi disastroso. È l’ultimo “soldato” americano a lasciare l’Afghanistan. E che soldato! All’epoca guidava la mitologica 82esima Divisione Aviotrasportata. Avrebbe potuto lasciare ad altri, a un sottoposto, il compito di chiudere la porta prima di andare via. Avrebbe potuto delegare per restare esposto per il minore tempo possibile agli imprevisti di una notte da incubo. Avrebbe potuto, ma non è mai stato nel suo stile.
Attraversando due decenni, Donahue è stato il perfetto esempio di ciò che un bravo soldato dovrebbe essere. Ha combattuto in Medio Oriente, lo ha fatto in prima linea, ha dato la caccia a terroristi di ogni risma, si è guadagnato la stima dei commilitoni, fino a diventare un comandante leggendario della Delta Force. Superati i 55, quando i muscoli e i riflessi non potevano più essere reattivi come venti o trent’anni prima, ha messo la sua esperienza al servizio degli Stati Uniti. Ha cercato di imparare dalle lezioni della guerra in Ucraina per ammodernare le forze armate a stelle e strisce. È stato a lungo considerato un papabile per la nomina a Capo degli Stati Maggiori Riuniti, fino a quando non venne indicato da Joe Biden per il prestigioso ruolo di comandante delle forze americane per il teatro di Europa e Africa.
È in queste vesti che Chris Donahue si è caratterizzato come uno dei principali sostenitori dell’Ucraina, uno di quei generali che hanno spesso compensato l’ambiguità della politica con decisioni operative capaci di fornire a Kyiv ossigeno nei momenti più difficili, e agli Alleati garanzie sul fatto che gli Stati Uniti, dopotutto, continuano a essere gli Stati Uniti.
Ecco, la notizia che stanotte mi porta a non dormire è che Donahue va via. L’ufficialità dovrebbe arrivare nelle prossime ore. E c’è da scommettere che nel suo passo indietro non citerà le reali ragioni dell’addio. Non dirà probabilmente dei dissidi con il capo del Pentagono, Pete Hegseth, non dirà delle purghe che diversi suoi colleghi hanno già subito, e non dirà che proprio lui - che per anni ha rappresentato quanto di meglio si possa dire su un soldato a stelle e strisce - viene oggi ritenuto “incompatibile” con il nuovo modello di “guerriero americano” che questo Pentagono intende costruire.
Quando un ufficiale in pensione ha appreso la notizia, ha commentato disgustato, senza filtri: “È interessante che il tizio che dice di voler riportare la cultura del guerriero stia espellendo i più grandi guerrieri nei ranghi dell’Esercito. Questa non è una guerra contro il woke. È una guerra contro i guerrieri”.
Mi permetto di aggiungere che è anche una guerra contro gli Stati Uniti, destinati a diventare più deboli e meno professionali quando le porte girevoli della politica determinano le decisioni che dovrebbero riguardare unicamente il merito e le forze armate. Donahue dovrebbe essere così almeno il sesto generale dell’Esercito a tre o quattro stelle a lasciare in modo inatteso, su circa 60 generali che ricoprono quei gradi.
Ed è vero che nessuno è indispensabile, che ci sono altre decine e decine di ufficiali pronti a tenere la barra dritta, a ricordare cosa sono gli Stati Uniti, a dire che le forze armate proteggono il Paese, che rifiutano di fare politica, che i generali sono pagati per dare risposte difficili. Ma non c’è modo di metterla diversamente: l’uscita di scena di Donahue è una pessima notizia.
Riguardate quella foto un’ultima volta: ore 23:59 del 30 agosto 2021. Kabul. Una notte infinita. Il generale si assicura che sia tutto in ordine, che nessuno sia rimasto indietro, poi volge lo sguardo a ciò che dopo l’11 settembre è stato parte integrante della sua vita. Forse con un più di un rimpianto, forse pensando che “non doveva finire così”. Un minuto prima della scadenza sale a bordo dell’ultimo aereo militare che decolla dall’Afghanistan.
È stato l’ultimo a partire, oggi è l’ultimo generale a finire nel tritacarne di una macchina che divora i migliori.
Sì, sono tempi difficili. Lo saranno ancora di più.
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