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Pubblicato il 23 giugno 2023
Qualcuno potrebbe ora protestare: perché dedicare tanto spazio ad un presidente del Consiglio del passato? A maggior ragione se questo premier di ieri non solo si è chiamato fuori dai giochi (e dai teatrini) della politica, ma pure pare disinteressato a calarsi nuovamente nell’agone di domani. Due possibili risposte, a difesa di chi scrive.
La prima porta la firma di un signore di nome Henry Kissinger. Pochi mesi fa, in quel di New York, intento ad applaudire la decisione di assegnare all’italiano Mario Draghi il premio di Statista mondiale dell’anno, l’ex segretario di Stato USA avvisò: “Nel passato, ogni volta che si è ritirato dai suoi precedenti incarichi, l’addio di Draghi non è mai stato definitivo“. Appuntato sul taccuino, e gelosamente conservato nel cassetto della scrivania.
Seconda risposta, connessa alla prima: nessuno oggi può dirsi certo che la vecchia regola enunciata da Kissinger troverà applicazione futura. Non sappiamo, cioè, se Super Mario un giorno o l’altro tornerà a fare capolino dal cortile di Palazzo Chigi o – chissà – farà rientro nella politica italiana spuntando dal portone del Quirinale. Ma la verità è più semplice: non c’è bisogno che Draghi eserciti un ruolo pubblico per godere delle sue riflessoni, ovvero di quelle di un fuoriclasse. È uno dei privilegi correlati allo scrivere un Blog che risponde solo ai propri lettori: se questi lo consentono, si può scegliere di non inseguire le tendenze, si può spendere il proprio tempo presente cercando di intuire le forme che assumerà quello futuro.
Perché è questo l’esercizio in cui Draghi si impegna a pochi giorni dall’omaggio riservatogli dal MIT di Boston. Questa volta a Parigi, ospite d’onore al World Investment Forum di Amundi, Draghi non si limita a parlare di guerra in Ucraina, a rimarcare la necessità di vincere, rifiutando pure la tentazione di un pareggio confuso. L’ex premier traccia le linee di faglia degli anni a venire, indica i temi da cui dipenderà l’andazzo delle nostre vite. Certo, se a condurre l’intervista è Valérie Baudson, amministratore delegato del colosso transalpino per la gestione di patrimoni, è ovvio che sia più forte la spinta affinché Draghi parli di economia.

Ma la regola aurea di un uomo la cui principale caratteristica è probabilmente l’educazione, è anche quella che accomuna i grandi dirigenti andati in pensione: mai parlare, se non restando in superficie, del proprio precedente mestiere. Men che meno correggere in pubblico i propri successori. Questione di stile. Così il massimo che l’intervistatrice riesce a ricavare è una prudente approvazione: “Non ho consigli da dare ai vertici della Bce“, dice Draghi, ma “è molto sensato che le banche centrali continuino a combattere l’inflazione come stanno facendo finora“. Tutti promossi, dunque, i dirigenti economici del Vecchio Continente, molto meno i decisori politici.
I muri di Palazzo Europa, a Bruxelles, tremano ancora ricordando l’indignazione di Mario Draghi nel giorno del suo ultimo Consiglio Europeo. Charles Michel ha fatto preparare per lui un video emozionale di commiato. Ed anche per questo motivo tutti si aspettano un clima da ultimo giorno di scuola. Sbagliano. Ecco montare la passione del primo ministro, a dimostrazione che sì, come diceva qualcuno, “anche i banchieri centrali hanno un cuore“. Draghi sferza i colleghi, incapaci da mesi di trovare l’intesa sul price cap al prezzo del gas. Li guarda negli occhi, uno ad uno, Olaf Scholz in particolare, e chiarisce che il loro attegiamento, per l’Italia, non è un problema. Roma, dice chiaramente, può andare “per la sua strada” sull’energia e, facendo “qualche sforzo“, diventare “totalmente indipendente” sia dal gas russo che da quello proveniente dall’Europa del Nord. Ma alla Commissione Europea che tenta di rinviare per l’ennesima volta la questione, pronosticando che i consumi di elettricità comunque caleranno, questa volta risponde con gelido sarcasmo. “Non c’è dubbio” che caleranno, afferma. Per poi aggiungere: lo faranno a mano a mano che “andremo ulteriormente in recessione. Lo vedrete“.
Ecco, l’impeto forse (anzi, di sicuro) non è violento come in quella circostanza, ma pure all’ombra della Tour Eiffel trasuda l’insofferenza di Draghi rispetto ai tempi lenti della politica continentale.
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