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Pubblicato il 13 maggio 2024
L’incaricato dalla Casa Bianca chiede di fare spazio sul tavolo del negoziato. Adesso srotola una grande mappa. In bella vista, sapientemente evidenziate, le “terre storiche” russe rivendicate dalla Cina attirano l’attenzione dei presenti. Non c’è bisogno di troppe spiegazioni: l’amministrazione Trump intende segnalare al Cremlino che è ora di rivedere le proprie alleanze, che non è saggio fidarsi del Dragone. È un attimo, sul volto solitamente imperturbabile di Nikolaj Patrushev fa la comparsa un impercettibile moto di stizza. Segue la battuta: “Sappiamo chi sono i nostri nemici“. È chiaro a tutti che la conversazione sia finita. E di acqua sotto i ponti dev’esserne passata parecchia, se oggi il mondo guarda a Mosca chiedendosi cosa sarà dell’uomo a lungo considerato il secondo più potente di Russia.

Si dice sia stato lui a pianificare l’assassinio di Evgenij Prigozhin. Fatale, prim’ancora dell’abortito ammutinamento del Wagner, una telefonata ascoltata nell’ufficio del presidente molti mesi prima. Del leader mercenario che chiedeva munizioni a Patrushev non piacque il tono utilizzato nei confronti di Putin: “Presidente, le manca di rispetto, è andato troppo oltre“. Chissà se è vero, come riferito dai retroscena, che se la marcia su Mosca fosse andata a buon fine il primo a benificiarne sarebbe stato lui, chissà se è vero che Pechino, nelle ore della grande incertezza, già pensava di puntare le sue fiches sul cavallo Patrushev.

Ai tempi di Leningrado, prima del crollo dell’Unione Sovietica, nei giorni della comune militanza nei servizi segreti, era Patrushev lo 007 ritenuto di maggior talento. Anche più di Putin. Fu umana invidia, allora, ad animare i suoi pensieri con l’avvento di Eltsin: i suoi stretti legami con Putin premiarono Vladimir Vladimirovich con il grado di capo delle spie, nonostante la gerarchia suggerisse altro. Divenuto presidente, Putin sentì forse il bisogno di saldare il proprio debito, e lo fece: Patrushev fu messo al vertice dell’FSB, da allora tenuto in conto più di ogni altro consigliere.

È per questo che ha del clamoroso la sua destituzione da segretario del Consiglio di sicurezza russo. Non che l’organo in sé rivesta particolare importanza: per la maggior parte della sua storia è stato un guscio vuoto. Se è asceso negli ultimi anni a straordinaria rilevanza, è solo per merito dell’uomo che lo ha presieduto. È insomma Patrushev che ha reso importante il Consiglio di sicurezza russo, non il contrario.
Ma se Patrushev è stato sempre e comunque al fianco di Putin – anche nella scelta di invadere la Crimea, pure in quella di attaccare l’Ucraina – se nessuno più di lui, avendo avuto accesso ai suoi pensieri, è stato autorizzato a parlare per nome e per conto del presidente, allora è lecito domandarsi cosa vi sia davvero dietro il rimescolamento di carte che per ora lo lascia a spasso, senza nuova collocazione, sospeso, fino a nuova comunicazione.
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