La grande “burla” dell’Ue sullo stop alla vendita di armi in Turchia

Erdogan e Di Maio

Tra qualche mese, rileggendo le dichiarazioni dei “leadericchi” che oggi rappresentano l’Europa nella guerra tra Turchia e curdi, sarà evidente il grande bluff di una classe dirigente sprovvista di bussola, interessata a difendere non i diritti di un popolo che ha pagato un conto salatissimo in termini di vite umane per la NOSTRA sicurezza bensì a raccontare favolette, buone soltanto a ripulire le coscienze (sporche) dell’Occidente.

Prendiamo l’annunciato stop alla vendita di armi alla Turchia. Cos’è questo se non un clamoroso autogol? Informare il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio e i suoi sempre reattivissimi colleghi di una verità sconcertante, dirompente: l’Europa non è sola al mondo. Ciò che la Turchia non potrà comprare oggi dall’Unione Europea lo acquisterà domani dalla Russia (come ha fatto ad esempio con il sistema di difesa anti-missile S-400) o dalla Cina. Siamo nell’ambito della retorica improduttiva, dei benpensanti che giocano con le vite (altrui), incapaci di connettersi con una realtà che parla col rombo dei cannoni e delle bombe, col suono dei “boots on the ground”, gli stivali del soldato sul campo di battaglia.

E’ inutile appellarsi alla diplomazia. Erdogan ha deciso che la guerra contro i curdi è nei suoi interessi. Non si fermerà dinanzi alla minaccia di un embargo o di ulteriori sanzioni. Lo farà soltanto se, sul suo cammino, troverà un esercito più forte e numeroso capace di creare problemi alla sua avanzata. E’ la legge, tremendamente concreta, della guerra. Le dichiarazioni roboanti lasciano spazio al tonfo dei caduti sul terreno, alla fuga dei civili, al terrore dei bambini che devono lasciare le loro case, senza capire, senza sapere.

Dire agli italiani e agli europei che si è risposto all’offensiva della Turchia fermando la vendita di armi equivale a prenderli in giro, a sottostimarne l’intelligenza oltre che la volontà di formarsi liberamente un’opinione. Non sarà questa misura a fermare Erdogan: è meno di un palliativo, è un farmaco che nemmeno blocca i sintomi della malattia, piuttosto rende evidente l’inefficacia della terapia. Ankara gode di un arsenale ragguardevole, non ha una seria opposizione sullo scenario di guerra: continuerà a mietere vittime, a guadagnare terreno, come da programmi.

Il valzer dell’ipocrisia europea, di un Occidente che ancora una volta fa di tutto per mostrarsi non all’altezza del proprio ruolo nella Storia, prosegue con i dati sulle esportazioni di armi del Sipri di Stoccolma. Volete sapere chi è il maggiore cliente – in tutto il mondo! – nell’esportazione di armamenti dell’Italia che oggi si indigna, l’Italia che oggi con Di Maio ci propina la tesi di una risposta pronta, univoca, forte dell’Europa che non cede ai ricatti di Ankara? Avete già indovinato: la Turchia di Erdogan. Lo stop alla vendita di armi è una burla. Serve solo decidere fino a che punto ci interessa dei curdi. Di un popolo che anche per noi è morto. Noi siamo pronti – nel caso – a fare lo stesso per loro? Basta dirlo. Ma da questo quesito non si sfugge. E’ la guerra, nella sua spaventosa semplicità.

Il solito “sCURDIammoce o’passato” dell’Italia e dell’Europa

Erdogan

Se qualcuno a corto di diritto internazionale e democrazia poteva nutrire fino a qualche ora fa dei dubbi su quale fosse il giusto lato della storia nella disputa fra Turchia e popolo curdo, a risolvere l’enigma per tutti c’ha pensato Erdogan.

Il Sultano, col piglio tipico di chi non è abituato a trattare ma a minacciare e impartire ordini definitivi, ha avvisato: “Ehi Ue, sveglia. Ve lo ridico: se tentate di presentare la nostra operazione lì come un’invasione, apriremo le porte e vi invieremo 3,6 milioni di migranti“.

Fingere di scoprire oggi i difetti di Erdogan è da vigliacchi, oltre che da ipocriti. E’ con questo stesso Sultano che, meno di tre anni fa, l’Europa ferita dall’attentato al Bataclan stringeva un accordo miliardario consegnando di fatto i suoi confini alla Turchia. E’ con questo stesso Sultano, che già a quell’epoca minacciava apertamente di aprire il rubinetto dell’immigrazione (e del terrorismo), che l’Unione Europea è scesa a patti nella velleitaria speranza di risolvere un problema gigantesco senza sporcarsi le mani. O meglio: senza mettere i “boots on the ground”.

Ogni shock geopolitico rende evidente la carenza di leadership in Europa. Ogni scossone in giro per il mondo rende chiara l’impotenza di un colosso dai piedi d’argilla, incapace di comprendere che senza un esercito e una politica estera comuni conterà sempre troppo poco. E sempre troppo tardi.

Cosa dire di Donald Trump? Del tradimento di un uomo che non conosce il valore della parola data, di un leader che preferisce abbandonare il popolo curdo al proprio destino nella speranza di giocarsi il ritiro delle truppe americane nella prossima campagna elettorale?

Che pensare della Nato? Esiste? Ed è normale che il suo secondo esercito invada un territorio senza consultarsi con i propri alleati? E’ pensabile che acquisti i sistemi di difesa anti-missile dalla Russia che della Nato non è nemica ma certamente competitor?

E l’Italia? L’Italia è il Paese delle dichiarazioni indignate, delle prese di posizione intrise di retorica, dei penultimatum senza un seguito, delle frasi di circostanza del giorno dopo. Più in generale: del solito “sCURDIammoce o’ passato”.

Il comportamento della Turchia insegna invece che la storia è fatta di scelte. Che prima o poi si pagano. Troppo facile farle scontare agli altri.

Luciana Lamorgese ha fatto (con poco, e non basta) più di Salvini sui migranti

Luciana Lamorgese

Non ha un profilo Facebook, non dispone di un account Twitter, non posta ciò che mangia su Instagram, non è ospite la domenica sera a “Live – Non è la D’Urso”, non è leader di un partito che deve allo Stato 49 milioni di debiti, ma Luciana Lamorgese ha ottenuto in pochi giorni sui migranti molto più di quanto non abbia fatto da ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Non che ci volesse tanto: cinguettare #portichiusi e prendersela con gli unici Paesi europei disposti a dare una mano all’Italia era forse la migliore strategia per conquistare consensi, ma di certo non la più adatta a risolvere i problemi inerenti “accoglienza”, “integrazione”, “rimpatri”, termini sconosciuti al “twittatore seriale”. A Luciana Lamorgese è bastato invece presenziare ad un vertice coi colleghi europei ministri dell’Interno (cosa non scontata per il suo predecessore) per ottenere un primo passo di collaborazione strutturale che possa definirsi tale.

Certo ci sono nodi da sciogliere non marginali rispetto alla bozza di Malta: per esempio l’intesa non riguarda i migranti economici (quelli che si spostano senza avere diritto d’asilo); e la rotazione dei porti d’accoglienza sarà su base volontaria (quindi saranno ancora sovraccaricate Italia e Malta). Di più: il meccanismo di redistribuzione automatica tra Paesi europei su cui si è trovato un accordo riguarda solo i migranti salvati nel Mediterraneo settentrionale da navi Ong o militari, ovvero l’8% del totale che arriva in Italia.

Ma è qualcosa, un inizio. E’ ancora troppo poco? Non è la solidarietà auspicata e di cui il Paese necessita? Siamo d’accordo. Ma è comunque di più rispetto a quanto (non) fatto da Salvini. E’ di certo meglio dell’orrendo spettacolo offerto con la Diciotti, la Sea Watch, la Sea Eye e chi più ne ha (per piacere) non ne metta. Non essere più ostaggio dei tweet di Salvini è una buona notizia, non assistere più alle polemiche contro la Carola Rackete di turno lo è altrettanto. E avere un ministro dell’Interno che fa il ministro dell’Interno appare oggi quasi un miracolo.

La lezione di sovranismo di Mario Draghi

Mario Draghi

In un’epoca di falsi sovranismi, di sterili isolazionismi, di pericolosi nazionalismi, Mario Draghi dà una lezione di politica ad alcuni dei nostri leader, o presunti tali, che resterà nella storia.

Il più “tecnico” in assoluto, quello più ontologicamente parte del cattivo establishment, il numero uno dei banchieri della vecchia e bistrattata Europa, dal “fortino” della sua Eurotower ha imbracciato il “bazooka” e ne ha fatto esplodere un colpo destinato a dare all’Italia, più che ad altri Paesi, la possibilità di scrivere pagine importanti del proprio futuro. Ad un patto: quello di saper almeno impugnare la penna.

“Mario l’italiano”, come viene apostrofato con quella punta di snobismo dagli altri governatori europei, che con lui hanno ingaggiato ieri una lotta come non si vedeva da tempo all’interno del board Bce, ha accettato il braccio di ferro. E lo ha vinto.

Ha deciso di rimestare nella cassetta degli attrezzi a sua disposizione lasciando un’eredità pesante, ingombrante, per la sua erede, la francese Lagarde, tracciando un solco dal quale sarà complicato uscire fuori prima di qualche anno. La sua “legacy”, per dirla come gli americani, è la seguente: l’economia, oggi più che mai, ha bisogno di stimoli.

Ecco allora il Quantitative easing, che con il suo programma di acquisti di titoli di stato terrà lo spread basso e al riparo da eventuali fibrillazioni; e beccatevi il taglio dei tassi sui depositi, che porterà le banche a prestare più soldi e a finanziare una maggiore liquidità per famiglie e imprese. Le stesse imprese che all’estero saranno anche favorite negli scambi da un euro debole.

Misure forti, potenzialmente rivoluzionarie, a conferma che le banche centrali sono gli unici veri soggetti in grado di cambiare le carte in tavola, e forse anche il corso della storia. L’Europa ha (per ora) un fuoriclasse di nome Mario Draghi. Gli Stati Uniti hanno Jerome Powell, e provate a chiedere a Donald Trump qual è il suo parere sul numero uno della Federal Reserve (peraltro da lui nominato).

Draghi ha vinto una partita politica non scontata: lo ha fatto contro il tedesco Jens Weidmann, il governatore della Bundesbank che per una vita ha sognato la sua poltrona. Ma anche contro la Francia, che si è schierata accanto ai tedeschi nel convincimento che non fosse più tempo di varare una politica ultra-espansiva come quella pensata dal nostro connazionale. Aveva contro l’Olanda, l’Austria, l’Estonia: cosa pensate abbia fatto Mario Draghi?

Credete che abbia preso il telefono e iniziato a girare una diretta Facebook? Pensate che abbia twittato contro i poteri forti? Lo immaginate in una trasmissione televisiva mentre attacca i burocrati di Bruxelles e le regole europee? No. Neanche per sogno. Pur nel momento di maggior debolezza del suo mandato, giunto ormai a conclusione, Mario Draghi, il tecnico, ha usato la politica. Ha convinto la maggioranza dei governatori degli altri Paesi europei a passare dalla sua parte, gli ha illustrato la saggezza (e quel pizzico di follia) delle sue scelte, li ha spinti a votare perché premessero insieme a lui il grilletto del bazooka. Così ha vinto Draghi, e con lui l’Italia. Ecco il sovranismo che vogliamo: l’unico veramente utile al Paese. Bella lezione, Mario.

Siamo Uomini o Capitani?

Salvini

Se tutti i sondaggi dicono che la maggioranza degli italiani è a favore della cosiddetta “linea della fermezza” sui migranti non vuol dire per forza che i nostri vicini di casa siano diventati tutti razzisti. Se la Lega si avvia a vele spiegate verso il 40% (e la metafora marittima non è casuale) non significa che il 40% degli italiani si sia risvegliato d’un tratto xenofobo e sovranista.

Ragionare in questi termini può essere per certi versi consolatorio. Suggerisce che in fondo non è colpa mia, non è colpa nostra, se tutti gli altri, di botto, sono impazziti. Viene semplice pensarla così, e c’è davvero chi la pensa così. C’è chi crede (sbagliando) che al “popolo” vada sottratto il diritto di voto visto che spesso non possiede gli strumenti adatti a cogliere la complessità di certe questioni. Un po’ come accade per la questione migranti.

Io credo che molto stia nella narrazione che viene fatta di una vicenda. Se Matteo Salvini è il solo a parlare in maniera chiara di migranti, ong, accoglienza, è evidente che il suo messaggio è quello che si impone nell’agenda politica. Se il MoVimento 5 Stelle è troppo preso dall’evitare il voto a settembre per non dimezzare i suoi seggi in Parlamento, se il Pd (senza un leader) non ha il coraggio (e la forza) di assumere una linea univoca sul tema, se Forza Italia non ha ancora deciso se costruire l’alternativa o essere l’ancella di Salvini, se tutte queste condizioni si materializzano è ovvio che la versione della Lega, di fatto l’unica in campo, sia quella che fa presa sulla gente.

Così le ong diventano i taxi del mare, Carola Rackete una criminale sbruffoncella, Tripoli e Tunisi dei porti sicuri, i migranti dei potenziali terroristi, gli equipaggi che salvano vite umane dei mercenari pagati da chissà chi e con quale oscuro scopo. Molte di queste sono delle fake news clamorose. Ma quante persone di quel 40% che Matteo Salvini si avvia a raggiungere – e in particolare quante di quelle che hanno deciso di votare Lega proprio per la questione migranti – hanno consapevolezza che in realtà quelle che danno per buone sono soltanto bugie, verità distorte e manipolate?

Ora non si tratta di aprire un dibattito sulle fake news. Non è la sede, non è il momento. Non ce n’è il tempo. Bisogna piuttosto accettare di giocare la partita sul terreno più difficile, ma allo stesso tempo il solo che può portare alla vittoria: quello della realtà.

C’è necessità di spiegare agli italiani che il vero business dei migranti è quello di Salvini, non delle ong: che ogni barcone carico di disperati rappresenta l’occasione per uno sfoggio di muscoli che per lui significa più voti, per l’Italia meno amici e più isolamento.

Se realmente Salvini tenesse a risolvere il problema degli sbarchi (cosa che evidentemente non ha fatto se dopo un anno siamo ancora qui a parlarne) dovrebbe comportarsi in maniera opposta a ciò che sta facendo. Il ché non significa accogliere tutta l’Africa in Italia, ma vuol dire fare di tutto per avere un’immigrazione controllata. Come si fa? No ai bracci di ferro che fanno apparire l’Italia per ciò che non è, ovvero un Paese non accogliente e razzista. Sì, al dialogo e alle trattative. Tradotto: io accolgo questi 50 migranti, tu mi prometti di accogliere i prossimi in cambio di una mano su un altro fronte a te caro in futuro. Non ci stai? Ci vediamo al prossimo Consiglio europeo: mi riservo di esercitare il diritto di veto sulle questioni che in altri tempo avrei accettato per spirito di collaborazione ma che non mi convincono pienamente. Si chiama diplomazia, o se preferite politica. E’ l’opposto, per quanto potrebbe sembrare simile, del ricatto che Salvini mette in atto durante ogni crisi, sortendo negli altri partner europei (sì, partner) l’impossibilità di venire incontro alle richieste di un leader che disprezza le regole internazionali e pretende di applicare le proprie.

Questo è ciò che bisogna fare per stanare Salvini. Bisogna scegliere se risolvere il problema o continuare a lucrarci, se fare leva sulla politica o sulla pelle di poveri disperati. Di fatto bisogna rispondere ad una domanda: siamo Uomini o Capitani?