Luglio m’ha fatto una promessa, il Recovery Fund porterà

Giuseppe Conte

L’Europa si prende i suoi tempi, e non è detto che siano pure i nostri. Il Consiglio Europeo di oggi si conclude come da previsioni: con la promessa di rivedersi tra un mesetto, stavolta di persona. Ricordate, durante il lockdown, quando ogni tanto il conduttore chiedeva al virologo di turno se con il caldo il coronavirus sarebbe andato via? Ecco, il meccanismo è lo stesso: per il Recovery Fund la speranza è che a luglio, col caldo, evaporino pure le divergenze e si riesca a trovare un compromesso politico.

Perché non prima? Perché avere un’Unione composta da 27 Paesi vuol dire che ci sono altrettante opinioni pubbliche cui dover rispondere. O meglio, da accontentare. Vi basti un dato: nelle pieghe del dibattito, rispetto alla necessità di raggiungere un accordo politico “entro l’estate“, qualcuno ha fatto notare che l’interpretazione sulla data di fine della bella stagione varia da Paese a Paese. Capito il livello di difficoltà?

La forma mentis dei leader chiamati a trattare e a dare il via ad una risposta economica che mostri una volta per sempre l’utilità – non ho detto solidarietà – dell’Europa è inevitabilmente variegata.

Menomale che Angela Merkel c’è, verrebbe da sintetizzare. Sarà solo grazie alla Germania, che ha compreso da settimane che salvare le nazioni più colpite dalla pandemia è nel suo interesse, se l’Italia uscirà soddisfatta dal negoziato.

La tanto criticata Cancelliera farà valere tutto il suo peso politico sui junior partner della sfera d’influenza germanica. Tradotto: Austria, Olanda, Ungheria, alla fine dovranno adeguarsi ai voleri di Frau Merkel. Sul come si giocherà la battaglia dei numeri: dando ormai per scontato che ogni cifra inferiore ai 500 miliardi di euro (copyright Macron-Merkel) sarebbe considerata un fallimento epocale, resta da capire quali contropartite bisognerà offrire agli scettici dell’accordo.

La speranza, nel frattempo, è che l’Italia non resti in attesa con le mani in mano. L’ipotesi che lo stanziamento di questi soldi, una volta trovato l’accordo, venga ratificato dai rispettivi parlamenti nazionali entro l’anno è ad oggi a dir poco ottimistica. Difficile se ne parli prima del 2021.

Un motivo in più per richiedere il Mes: 37 miliardi di euro per finanziare spese sanitarie dirette e indirette non sono da disdegnare, anzi, soprattutto vista la lentezza con cui la trattativa in Europa procede.

Il vertice di oggi, dal punto di vista italiano, si potrebbe riassumere così: “Luglio m’ha fatto una promessa il Recovery Fund porterà“. Ma si sa che le promesse, come gli amori estivi, contano fino ad un certo punto.

La provocazione di Conte che fa male al Paese

C’è un passaggio, arrivato quando la prima giornata degli Stati Generali a Villa Pamphilj volgeva al termine, che tradisce l’abilità tattica di Giuseppe Conte. L’ex avvocato del popolo trae lo spunto per la sua sortita dalla domanda di un giornalista, che gli chiede se l’eventuale approvazione del Recovery Fund non sarebbe da interpretare come la sconfitta della narrazione sovranista in chiave europea.

Il premier la prende larga, usa l’ars oratoria affinata per anni nelle aule di tribunale e in quelle universitarie, poi con una capriola trova l’appiglio per la stoccata: “Proprio per scacciar via le polemiche io rivolgo ai partiti d’opposizione, che ieri non son venuti qui perché hanno ritenuto questa sede non adeguata, un appello“.

L’attenzione di chi ascolta, da casa o in presenza, sale di un paio spanne. Chissà che dopo tanta banalità e luoghi comuni, da Villa Pamphilj non arrivi anche una notizia. Conte continua, e riferendosi al Recovery Fund spiega: “Alcuni Paesi di Visegrad sono usciti pubblicamente e contestano queste soluzioni“.

Breve promemoria: il gruppo, composto da Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, ha fatto presente di non condividere il principio alla base del piano presentato dalla Commissione Europea. Secondo loro non è giusto che i “Paesi più poveri debbano pagare per quelli più ricchi“. Di fatto contestano che la maggior parte dei fondi del piano presentato da Ursula von der Leyen siano destinati all’Italia e alla Spagna, le nazioni più colpite dalla pandemia.

Nessuna sorpresa da questo punto di vista. Le divergenze tra i Paesi del Mediterraneo con il gruppo Visegrad, a partire dalla questione migranti, sono una costante di questi anni. Riflettono l’inconciliabilità dei rispettivi interessi nazionali. Sono il paradigma della difficoltà di rendere l’Europa un’entità politica che parli con una voce unica anziché 27.

Ebbene, Conte queste cose le sa, ma nella conferenza stampa allestita nel giardino di Villa Pamphilj finge di dimenticarle. Lo fa per mettere all’angolo il centrodestra, per condannarlo alle sue contraddizioni: “Siccome alcune forze dell’opposizione sono molto legate a queste forze politiche, a questi governi di Visegrad, io chiedo loro di lavorare per darci una mano. (…) Nell’interesse nazionale, nell’interesse della comunità italiana, vi prego dateci una mano e io vi riconoscerò pubblicamente l’aiuto che ci darete intervenendo anche con quei partiti con cui avete dei legami o esponenti politici di altri Paesi, o addirittura di governi, che in questo momento stanno cercando di contrastare questa risposta forte, coerente e coesa che le istituzioni europee, in particolare la Commissione, sta offrendo“.

L’invito è doppiamente subdolo. In primis perché Conte sa bene che nessuna alleanza tra partiti di diversi Paesi potrebbe convincere un governo sovrano – in questo caso sovranista – come quello di Viktor Orbán (è soprattutto a lui che il premier fa riferimento) a recedere dalle sue posizioni su un tema tanto delicato. Molto più facile puntare sull’aiuto della Germania, che sui Paesi dell’Europa orientale è in grado di esercitare un forte ascendente, per usare un eufemismo.

In secondo luogo il falso appello di Conte è inaccettabile perché dimentica il peccato originale di questa vicenda. Perché le opposizioni dovrebbero chiedere un sacrificio agli alleati europei se neanche sono state coinvolte nei lavori? Perché dovrebbero investire il proprio capitale politico in un’operazione di cui non conoscono l’approdo finale? Perché dovrebbero spendersi per Conte visto che a godere di un eventuale successo sarebbe soltanto lui?

La risposta è una: dovrebbero farlo per l’Italia. Certo, ma devono prima essere messe nelle condizioni di farlo. Chi scrive non pensa che Salvini e Meloni siano degli statisti, anzi. Ma chiunque ha potuto apprezzare l’apertura al dialogo mostrata da Berlusconi durante e dopo l’emergenza sanitaria. Si parta allora dalla proposta del Cavaliere, dalla “scrittura del Piano Nazionale delle Riforme, ovvero il programma da presentare ai cittadini e all’Unione europea, contenente la lista delle riforme da fare nel prossimo triennio, con le relative tempistiche e i relativi costi. Un documento indispensabile, necessario se si vuole dare una programmazione di medio-lungo termine alle opere indispensabili da fare. Essendo un programma a lunga scadenza, deve quindi essere scritto comunemente, con il contributo di tutti, perché deve prescindere dai Governi che lo attueranno in futuro“.

Sarebbe un grande passo. Il primo nella direzione dell’appello – quello sì, sincero – di Sergio Mattarella alla coesione nazionale. Senza, dev’essere chiaro a tutti: è certo che non ce la faremo.

Il Porto Profumato puzza di Tienanmen

Per tutto il mondo è e resterà il “Rivoltoso Sconosciuto”. Quasi un nome da supereroe dei fumetti. Ma in realtà oggi nessuno sa dire che fine abbia fatto il giovane che il 5 giugno 1989 sfidò – e vinse – col suo solo corpo la fila di carri armati cinesi all’indomani del massacro in Piazza Tienanmen. Qualcuno sostiene che sia stato giustiziato da un plotone d’esecuzione poco dopo aver imbarazzato il regime davanti al mondo attonito; altri raccontano sia stato tenuto prigioniero per anni, salvo essere internato in un reparto psichiatrico senza apparente motivo. Per alcuni, infine, il giovane oggi diventato uomo si troverebbe a Taiwan. Paradosso della storia: là dove, presto o tardi, si deciderà il destino del regime cinese che il ribelle ha osteggiato, nel luogo che dirà se davvero la Cina riuscirà a diventare Numero Uno, sostituendo gli Usa come egemone del Pianeta.

Ma se oggi qualcuno volesse incontrare gli eredi morali del “Rivoltoso Sconosciuto” è a Hong Kong che dovrebbe cercare. Dove migliaia di giovani, molti neanche maggiorenni, sperimentano sulla loro pelle cosa voglia dire essere nati nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Hong Kong, dal cinese “Porto Profumato”, ad oggi puzza maledettamente di Piazza Tienanmen.

Oggi come allora la parola d’ordine del regime è repressione. Ma rispetto ad allora questa avviene in maniera più accorta: perché Pechino ha compreso nel tempo che la potenza si esprime anche attraverso l’altrui consenso. Difficile governare un popolo che rifiuta di esserti suddito. Così è avvenuto per anni in patria: dove il patto sociale tra il Partito Comunista e il popolo si è fondato sul benessere diffuso, sulla corsa sfrenata di un’economia drogata. Solo per questo l’intervento dell’esercito a Hong Kong è ipotesi ancora lontana: ultima opzione qualora la situazione precipitasse, cartuccia che sarebbe meglio non sparare per evitare di farsi ri-conoscere agli occhi del mondo intero.

A quel punto neanche le mascherine in regalo basterebbero a ripulire l’immagine di Pechino agli occhi degli occidentali, forse nemmeno degli europei, ingenuamente convinti che essere nella sfera d’influenza americana o cinese sia discussione da salotto, dettaglio marginale. Sperino di non trovarsi mai a verificare l’assurdità di tale pensiero. Si augurino di continuare a dare per scontata la loro libertà. Non come gli hongkonghesi, coinvolti in una battaglia così sproporzionata per le loro forze dal non sapere neanche individuare il preciso punto d’approdo delle loro proteste.

D’altronde perché scendono in piazza i giovani del Porto Profumato? Perché venga ritirata la legge sull’estradizione in Cina? Obiettivo raggiunto. Per protestare contro i metodi della polizia del posto? Basterebbe restare in casa. Per ottenere il suffragio universale? Per l’allungamento oltre il 2047 dello status “un Paese, due sistemi” che ne ha garantito fino ad oggi sufficiente autonomia? O si illudono addirittura che a Pechino possano anche solo per un attimo prendere in considerazione l’idea di concedergli l’indipendenza?

Quando la “legge sulla sicurezza” – questione di tempo – sarà approvata dal parlamento cinese, i democratici di Hong Kong saranno trattati come terroristi, pericolosi sovversivi da arrestare per preservare la stabilità. Ad un certo punto, dunque, si protesterà per rivendicare il diritto alla protesta.

Chissà che ne penserebbe il Rivoltoso Sconosciuto. Certo non arretrerebbe di un passo.

In Fondo non è finita

Ursula von der Leyen

Quando pochi giorni fa Angela Merkel ed Emmanuel Macron hanno presentato la proposta franco-tedesca non ho nascosto la mia delusione. Non solo per il fatto che l’Italia fosse stata scenograficamente esclusa dalla presentazione del piano. Ma soprattutto per la portata di un piano da 500 miliardi nettamente al di sotto delle attese (inizialmente si parlava di almeno 1000 miliardi) e delle necessità della nostra economia per rispondere alla crisi del coronavirus.

Oggi, alla luce del piano presentato da Ursula von der Leyen, c’è da essere molto più ottimisti. Next Generation EU, com’è stato chiamato il fondo da 750 miliardi di euro proposto dalla Commissione Europea, dovrebbe portare nelle casse italiane 172 miliardi di euro secondo Bloomberg, che ha citato come fonte un funzionario che ha chiesto di restare anonimo. Di questi 172 miliardi, 81 saranno versati come aiuti e 91 come prestiti. L’Italia, in qualità di Paese europeo più colpito dalla pandemia, sarà anche quello che riceverà l’aiuto più corposo dal “Recovery Plan” targato Ursula. Questo grafico, relativo soltanto alla parte che riguarda i sussidi, è molto indicativo:

Anche questa mappa aiuta a comprendere come il piano proposto da Ursula von der Leyen sia molto favorevole al nostro Paese:

Detto che questi soldi dovremo comunque rimborsarli, anche la cornice temporale è ottimale: fino al 2028 non se ne parla. Avremo 8 anni di tempo per tornare a rifiatare. Da quel momento in poi scatteranno altri 30 anni di tempo per rimborsare tutto: la scadenza è fissata al 2058.

Tutto bene, quindi?

Il problema principale è che questa è una proposta. Non dobbiamo dimenticarlo. Com’era una proposta quella franco-tedesca – ed è stata superata – così lo è quella che oggi arriva dalla Commissione Europea. Resta l’indirizzo politico, la volontà di aiutare l’Italia e i Paesi più colpiti da parte dell’organo esecutivo dell’istituzione europea.

Ma nell’UE a 27 anche un singolo Stato può bloccare un accordo e Angela Merkel – che di trattative ne ha viste (e vinte) – più di qualsiasi altro leader europeo ha già lasciato intendere che per un accordo serviranno tempi lunghi: “È chiaro che le trattative saranno difficili e non saranno chiuse già al prossimo Consiglio europeo“, ha detto. Insomma, l’obiettivo di chiudere la partita per l’estate è più che altro un miraggio. Farcela prima del 2021, mantenendo queste condizioni, sarebbe una grande vittoria politica.

Poi toccherebbe a noi. E in quel caso comincerebbe (comincerà) una nuova partita: spendere bene quei soldi. Usare i sussidi europei per produrre nuovi sussidi in Italia sarebbe una mossa kamikaze. Ma visti i precedenti non possiamo escluderlo. Investirli in formazione, sanità, digitale, lavoro, industria, infrastrutture (la lista delle priorità è lunga e non ci sta) vorrebbe dire fare un favore alla “Next Generation EU“, quanto meno italiana, quella che tra qualche anno si troverà a pagare il debito che stiamo facendo oggi.

Vi lascio con la lista della ripartizione delle risorse secondo il piano della Commissione, Paese per Paese. Speriamo rimanga così anche dopo le trattative con gli altri leader del Consiglio Europeo. In Fondo non è finita.

Belgio: stanziamenti 5,5 – prestiti 0.

Bulgaria: stanziamenti 9,2 – prestiti 3,1.

Repubblica ceca: stanziamenti 8,6 – 10,6.

Danimarca: stanziamenti 1,2 – prestiti 0.

Germania: stanziamenti 28,8 – prestiti 0.

Estonia: stanziamenti 1,9 – prestiti 1,4.

Irlanda: stanziamenti 1,9 – prestiti 0.

Grecia: stanziamenti 22,6 – prestiti 9,4.

Spagna: stanziamenti 77,3 – prestiti 63,1.

Francia: stanziamenti 38,8 – prestiti 0.

Croazia: stanziamenti 7,4 – prestiti 2,7.

Italia: stanziamenti 81,8 – prestiti 90,9.

Cipro: stanziamenti 1,4 – prestiti 1,9.

Lettonia: stanziamenti 2,9 – prestiti 1,6.

Lituania: stanziamenti 3,9 – prestiti 2,4.

Lussemburgo: stanziamenti 0,2 – prestiti 0.

Ungheria: stanziamenti 8,1 – prestiti 7.

Malta: stanziamenti 0,3 – prestiti 0,6.

Olanda: stanziamenti 6,8 – prestiti 0.

Austria: stanziamenti 4,0 – prestiti 0.

Polonia: stanziamenti 37,7 – prestiti 26,1.

Portogallo: stanziamenti 15,6 – prestiti 10,9.

Romania: stanziamenti 2,6 – prestiti 2,5.

Slovacchia: stanziamenti 7,9 – prestiti 4,9.

Finlandia: stanziamenti 3,5 – prestiti 0.

Conte trova un comproMes

Giuseppe Conte

Non è la vittoria epocale che Conte cerca di veicolare nei tg delle 20. Ma nemmeno è la svendita dell’Italia che Matteo Salvini annuncia su Twitter, parlando di “ladri di futuro, democrazia e libertà“. L’esito del Consiglio Europeo di oggi è quello che ci attendevamo: un buon pareggio in trasferta. Ancora lontano dall’essere ricordato dagli storici come il giorno che invertì la rotta economica del Vecchio Continente al tempo del coronavirus, ma abbastanza per dire che l’Europa batte un colpo. Timido, debole, ma pur sempre un colpo.

Non ci sono certezze sulle cifre, sui tempi, sulle modalità delle misure che verranno messe in campo. E questo basta per smentire sul nascere le sentenze di chi, a pochi minuti dalla fine del vertice, già interviene sui social per parlare di successo storico o nuova Caporetto italiana.

  • Se ancora non è stato deciso se i soldi del Recovery Fund saranno sussidi senza obbligo di restituzione (come chiede l’Italia) o prestiti (che in quanto tali dovranno essere rimborsati come chiedono i Paesi del Nord), allora di cosa parliamo?
  • Se non conosciamo nel dettaglio a quanto ammonterà il Recovery Fund (sappiamo solo dalla presidente von der Leyen che sarà nell’ordine di “migliaia di miliardi”, secondo Conte 1500), di nuovo, di cosa parliamo?
  • Se non sappiamo da quando i trasferimenti di questo Fondo partiranno, infine, di cosa parliamo?

Risposta: parliamo di un indirizzo politico che l’Europa si è data, il primo passo di una partita più lunga e ancora tutta da giocare.

Mes no, coronabond sicuramente sì“, così parlava Giuseppe Conte poche settimane fa in diretta nazionale. Il risultato è opposto: avremo il Mes (ed è un bene perché ci consentirà di intervenire sulla rete sanitaria) e non avremo i coronabond (perché mai Germania e Olanda avrebbero dovuto accollarsi anche il rischio dei nostri debiti pregressi? Solidali sì ma fessi no).

Dunque, politicamente Conte ha perso. Ha alzato l’asticella ed è rimasto sotto. Ma se il premier, nei prossimi giorni, dovesse riuscire ad ottenere condizioni vantaggiose per l’Italia attraverso i recovery bond (una condivisione europea del debito ma NON di quello passato, com’è giusto che sia) avrà fatto l’interesse nazionale. Ciò che si chiede ad un Presidente del Consiglio. Meglio dei tweet, delle conferenze su Facebook, delle dichiarazioni ai tg.

Per ora teniamoci il pareggio: Conte porta a casa l’unica cosa possibile, un comproMes.