L’Albania non dimentica

Edi Rama

“Besa”. C’è una parola albanese che in italiano non trova una traduzione corrispondente. Il suo significato è ben definito e allo stesso tempo troppo ampio per essere racchiuso in un solo vocabolo. Besa significa onore, lealtà, parola data, protezione promessa ad un ospite, ad un amico. Il popolo albanese non si nutre di alcun mito glorioso. Pensa a se stesso come al “grande sconfitto” della storia. Ma per dirla con le parole usate dal suo premier, Edi Rama, “forse esattamente perché noi non siamo ricchi e neanche privi di memoria, non ci possiamo permettere di non dimostrare all’Italia che gli albanesi e l’Albania non abbandonano mai l’amico in difficoltà“.

Da quando il coronavirus ha scelto l’Italia come epicentro della sua furia, abbiamo visto arrivare dal resto del mondo aiuti più o meno disinteressati. Abbiamo applaudito lo sbarco in aeroporto del team di esperti cinesi accolti come salvatori della patria. Ci ha rallegrati l’invio di un’equipe di medici proveniente da Cuba. Abbiamo strabuzzato gli occhi alla visione di un enorme convoglio militare russo attraversare le strade di Roma. Ci siamo sentiti rassicurati dagli aiuti medici e logistici offerti dagli Usa: “Ecco, adesso ci salveranno gli americani“, abbiamo sperato. Ma in tutto il mondo niente, davvero niente, ci ha commosso come l’Albania.

Forse col cuore tenero che ci contraddistingue, con l’ingenuità che a volte, nei diversi consessi internazionali, porta i nostri stessi alleati a ridere di gusto della nostra postura geopolitica, ci ha fatto piacere osservare che l’amicizia può non essere un concetto astratto. Ad inizio anni Novanta l’Albania era un Paese al collasso. Forse non era neanche un Paese. Nel 1991 l’Italia, lasciata sola da Onu e compagnia cantante, spedì sull’altra sponda dell’Adriatico i propri militari. Disarmati. La loro sicurezza venne affidata alla polizia locale. In cambio distribuimmo viveri, generi alimentari, farmaci. Nell’ilarità prima, e incredulità poi, della comunità internazionale, stabilizzammo la situazione rinunciando ad ogni pretesa. Non eravamo lì per invaderla, l’Albania. Eravamo lì per aiutarla.

Per un popolo che vive di memoria dei tempi passati, che rivendica la propria appartenenza con orgoglio, che conosce fame e miseria, sogno e speranza, quell’aiuto è rimasto un segno tangibile della fratellanza tra due popoli uniti dalla geografia e dalla storia. Molti albanesi sono cresciuti guardando la tv italiana, cantando il Festival di Sanremo, immaginando che a separarli dal benessere vi fossero soltanto poche miglia nautiche.

Edi Rama ha detto: “Lo so che a qualcuno qui in Albania sembrerà strano che 30 medici e infermieri della nostra piccola armata in tenuta bianca partano oggi per la linea del fuoco in Italia. So che 30 medici non invertiranno il rapporto tra la forza micidiale del nemico invisibile e le forze in tenuta bianca che lo stanno combattendo nella linea del fuoco da quella parte del mare. Ma so pure che anche laggiù è ormai casa nostra. Da quando l’Italia, le nostre sorelle e i nostri fratelli italiani ci hanno salvati, ospitati e adottati in casa loro quando l’Albania bruciava di dolori immensi“.

Un proverbio albanese recita: “Fjalen e dhene nuk e trete dheu“. Ossia: La parola data non si annienta nemmeno sotto terra“. L’Albania non dimentica. E non tradisce. Besa.

Boris virus

Boris Johnson positivo al coronavirus

Non mi allineo ai festeggiamenti sui social per la notizia della positività al coronavirus di Boris Johnson. Il primo ministro inglese ha sviluppato nelle ultime 24 ore sintomi lievi della malattia (febbre e tosse) ed è in autoisolamento, come ha annunciato lui stesso in un intervento su Twitter.

La sua gestione dell’emergenza sanitaria nei giorni scorsi mi aveva sorpreso: la franchezza, per usare un eufemismo, con cui l’ex sindaco di Londra ha annunciato alla nazione che “molte famiglie perderanno i loro cari” è stato inusuale anche per la comunicazione politica senza filtri dello scapigliato BoJo. Il popolo britannico è abituato a confrontarsi con momenti critici, sa cosa significa vivere “l’ora più buia”, soffrire per inseguire un flebile spiraglio di luce, cadere e rialzarsi. Ma l’approssimazione con cui BoJo e il suo staff avevano parlato al Regno Unito è stata non all’altezza della cultura del leader conservatore: in Italia c’è chi lo descrive come un Trump d’Oltremanica, un Salvini che ce l’ha fatta, un Bolsonaro con l’accento british. Non è così: Johnson è un uomo di profonda intelligenza e preparazione, ha studiato i classici, ha una passione sconfinata per l’Italia e la sua storia. Per questo la sua cattiva gestione dell’emergenza è stata ancora più grave e sorprendente.

Negli ultimi giorni la realtà ha bussato anche alle porte dell’isola. Il lockdown “all’italiana” è entrato a regime: “State a casa, è l’unico modo che abbiamo per salvare più vite“, ha detto Johnson. Soprattutto, il distanziamento sociale serviva come in Italia a garantire che il rinomato NHS, il servizio sanitario nazionale del Regno Unito, un fiore all’occhiello di cui ogni britannico va orgoglioso, non collassasse. L’immunità di gregge era un’illusione troppo lontana da raggiungere: la transumanza sarà lunga, ma in primo luogo le persone non sono pecore.

Chi oggi parla di karma, di legge del contrappasso, non merita comunque spazio. Non su questo blog. Auguri a Johnson. Che ce la faccia a superare il virus. E che la sua malattia scuota almeno il Regno Unito portandolo ad osservare il lockdown con fermezza. Perché l’ora più buia finisca in fretta.

Conte alla rovescia

Giuseppe Conte vs Ue

Su queste pagine abbiamo sempre difeso l’Europa, la sua importanza strategica per l’Italia. Lo abbiamo fatto convinti che il sogno europeista non fosse soltanto un’illusione, un’eredità sentimentale lasciataci in dote dai nostri nonni, dai nostri padri. Lo abbiamo fatto certi che i nazionalismi, i sovranismi, non avrebbero prevalso. Lo abbiamo fatto non offuscati da un’idea globalista e buonista di comunità aperta, non perché tiepidi sulla bellezza delle nostre tradizioni. All’opposto: perché convinti che solo unendo le singole forze dei Paesi membri sarebbe stato possibile creare un attore economico e geopolitico in grado di far sentire la propria voce al tavolo dei grandi del mondo. Perché sicuri che l’Europa fosse più di una moneta, altro oltre alla burocrazia, molto meglio dei suoi leader.

Lo abbiamo fatto, e lo rifaremmo. Ma la chiusura che oggi arriva dall’Europa, l’ottusa risposta che oppone il rigore alla necessità di misure urgenti contro il coronavirus, il bieco cinismo dei Paesi che si sentono al riparo dall’emergenza e pensano che la pandemia non sia problema loro, sono una ferita che forse non potrà rimarginarsi. Nemmeno dopo, quando tutto sarà finito.

Quante volte ci siamo sentiti ripetere: “L’Italia batta i pugni sul tavolo dell’Europa“? Bene, Conte stasera lo ha fatto. Lo abbiamo definito in passato avvocato Azzeccarbugli per la capacità di parlare molto e dire niente. Ne abbiamo contestato le politiche ondivaghe, le giravolte poltroniste, gli aspetti leghisti e poi l’illuminazione sinistra. Non ne condividiamo la linea economica finora attuata in risposta all’emergenza. Non amiamo la comunicazione “by Rocco Casalino”. Non crediamo sia Churchill. Ma con la stessa onestà intellettuale di sempre diciamo che oggi siamo con Conte.

Non è accettabile che Germania, Olanda e Paesi nordici continuino col loro atteggiamento da primi della classe quando si parla di istituire i cosiddetti “coronabond”, titoli di stato europei che potrebbero finanziare le spese dei diversi Stati senza portarli ad indebitarsi direttamente. Non è possibile in un’istituzione che si definisce Unione.

Così come non è pensabile che si possa dire sì al Mes senza sospendere la “Troika”: non siamo la Grecia, non siamo cattivi scolari che hanno saltato i compiti a casa. Siamo semplicemente entrati in un nuovo mondo: siamo nell’anno zero d.C. (dopo Coronavirus). Serve capirlo, in fretta.

Le parole di Conte sono le seguenti: “Che diremo ai nostri cittadini se l’Europa non si dimostra capace di una reazione unitaria, forte e coesa di fronte a uno shock imprevedibile e simmetrico di questa portata epocale? (…) Se qualcuno dovesse pensare a meccanismi di protezione personalizzati elaborati in passato allora voglio dirlo chiaro: non disturbatevi, ve lo potete tenere, perché l’Italia non ne ha bisogno“.

Conte e il primo ministro spagnolo, Pedro Sanchez, hanno chiesto che in 10 giorni la Ue trovi “una soluzione adeguata alla grave emergenza che tutti i Paesi stanno vivendo“. Dieci giorni. Non uno di più. Conte alla rovescia.

Il nuovo “whatever it takes” di Mario Draghi

Mario Draghi vs coronavirus

Mario Draghi è quello che gli americani definiscono un “game changer”. L’uomo che con la sua mossa può cambiare la partita, indirizzarne l’esito, risultare decisivo. Il discorso del “whatever it takes” con cui nel luglio 2012 salvò l’euro non è stato un caso, un colpo di fortuna, un incidente della storia. Lungimiranza, capacità di reazione straordinaria davanti alle crisi, sono tutte caratteristiche non comuni: quanto manchi un profilo come Mario Draghi nelle istituzioni europee ai tempi del coronavirus è evidente a chiunque non osservi la realtà politica ed economica coi paraocchi del pregiudizio.

Ma quando il principale giornale economico europeo, il Financial Times, pubblica il lungo intervento di un ex governatore della Bce del peso di Draghi – e lo fa a poche ore dal vertice dei capi di Stato e di governo europei chiamati a decidere le mosse da opporre alla più grave recessione della storia del Vecchio Continente – allora è chiaro che non ci troviamo dinanzi ad una curiosa coincidenza. Quell’intervento ha l’obiettivo di incidere, di impattare pesantemente sul corso, sulla curvatura di questa terribile storia: di cambiare la partita.

Con la franchezza che gli è propria, Draghi ha descritto la pandemia come una “tragedia umana dalle proporzioni potenzialmente bibliche“. Questo è l’incipit dell’intervento sul FT: come dire, avete capito con quale mostro state combattendo? Se sì, bene. Se no, ve lo spiego io. Inutile illudersi: la recessione, dice Draghi, sarà inevitabile. Ciò che serve adesso – non dopo, adesso – è agire con “forza” e “velocità” perché la crisi non si trasformi in una “prolungata Depressione“. Per l’ex governatore della Bce – non un pericoloso sovversivo, un allegro sabotatore della stabilità finanziaria – l’unica risposta possibile per l’economia è la seguente: fare debito, garantire che lo Stato si faccia carico dei problemi del privato.

Il concetto è il seguente: proteggere il lavoro per salvare i lavoratori, l’economia tutta. Per questo le banche devono fare la loro parte, “prestando danaro a costo zero alle imprese“. Così facendo le banche diventerebbero “strumenti di politica pubblica” e “il capitale di cui hanno bisogno per svolgere questo compito deve essere fornito dal governo sotto forma di garanzie statali“. Quando devono farlo? Subito, altrimenti “i costi dell’esitazione potrebbero essere irreversibili“. Riportiamo testualmente: “Il corretto ruolo dello Stato è utilizzare il proprio bilancio per proteggere cittadini ed economia contro gli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può assorbire“.

In questo intervento c’è tutto Mario Draghi. Il governo italiano, i governi europei, lo ascoltino. Adesso. Facciano tutto ciò che è necessario per vincere questa guerra. Whatever it takes.

Cara Europa, questa volta mi hai deluso

Giuseppe Conte in teleconferenza con Ursula von der Leyen

Per chi crede nell’Europa sono giorni duri. Il tempo della fiducia incondizionata nei confronti di Bruxelles è finito da tempo. Ma la speranza che il coronavirus potesse sortire almeno un effetto positivo, lo confesso, c’era eccome. Sarà la giovane età, sarà la scarsa esperienza del mondo, sarà lo shock determinato da questi giorni che in molti racconteranno ai nipoti. Ma devo ammettere che speravo in una risposta diversa da parte dell’Unione Europea. O di ciò che ne è rimasto.

Ho sperato che tutti gli Stati membri, nei giorni in cui l’Italia rischiava di finire travolta dall’emergenza, mostrassero un atteggiamento diverso da quello che abbiamo imparato ad osservare in questi anni. Ho sperato che alle parole di vicinanza (in italiano) di Ursula von der Leyen, ai sostanziosi finanziamenti (arrivati, nulla da dire), seguisse una risposta politica forte, un coordinamento efficace, un’assunzione di consapevolezza matura. Invece, solo poche ore fa, ad una teleconferenza in programma tra i ministri della Salute europei, dei 27 partecipanti attesi erano presenti solo in 11. Come se l’epidemia fosse un problema solo italiano. O giù di lì.

In tanti si sono scandalizzati per la strategia di (non) contenimento del virus di Boris Johnson nel Regno Unito. La rapida ricerca dell’immunità di gregge. Obiettivo a dir poco ardito. Ma in pochi hanno notato che se BoJo ha potuto pronunciare parole tanto schiette è perché il suo popolo, a proposito di gregge, si muove in maniera compatta. Sull’autodisciplina dei britannici si può sempre contare. Meno sul meccanismo di solidarietà europeo, lo stesso che requisisce le mascherine ad uso interno senza autorizzarne l’esportazione nel Paese più in difficoltà. Hanno fatto prima ad arrivare aiuti dalla Cina. Ed è tutto dire.

A questo attendismo esasperante, a questa inazione inaccettabile, si è aggiunta poi la signora degli spread, la francese Christine Lagarde, che con le sue dichiarazioni ha contribuito a mandare a picco le borse, oltre che la credibilità di una Bce che risente fin troppo (e noi con lei) della mancanza di Mario Draghi. Più di un bazooka, a risollevare l’economia nelle prossime settimane, servirà una bomba atomica. Difficile che a Francoforte trovino qualcosa di simile nel loro arsenale.

Tanto più che le maggiori colpe di questo smarrimento diffuso vanno assegnate all’Europa politica. Ai governi che in queste ore hanno reso evidente l’importanza dello Stato, molto meno l’idea di un’Europa che unita non sa esserlo mai, neanche dinanzi all’equivalente di una Guerra Mondiale.

Non aver capito che l’Unione fa la forza è un peccato che Bruxelles sconterà non appena la normalità sostituirà lo stato d’emergenza. Ed è paradossale che per non diffondere il virus, per salvare ciò che resta di Schengen, si sia deciso di chiudere i confini esterni. Con il resto del mondo. Nella speranza, forse, di rendere meno evidente la chiusura delle frontiere tra vicini. Troppo tardi, davvero. Uniti, sì, ma solo nella paura.