Conte ha vinto, l’Italia meno

Spero mi perdonerete se non mi unisco al coro di giubilo per il risultato ottenuto dal presidente Conte al Consiglio Europeo. E d’altra parte invoco clemenza da parte di chi spererebbe di trovare su questo blog un’analisi che sia in linea, che so, con i commenti disfattisti e strumentali di Salvini, Libero, La Verità eccetera eccetera. Molto semplice pubblicare un articolo pochi minuti dopo la notizia dell’accordo senza conoscerne il contenuto, prendere posizione in maniera netta, prevenuta, scegliere chi ha vinto e chi ha perso in base alle proprie simpatie. Meno popolare e per niente redditizio tentare di analizzare umilmente un’intesa che, come per ogni compromesso, presenta pro e contro.

Molto in sintesi, perché a quest’ora avrete letto un po’ dappertutto i termini dell’accordo, credo che il vincitore “politico” di questo passaggio sia Giuseppe Conte. Dopo cinque giorni di lotta serrata al Consiglio Europeo, in cui il tavolo è stato molto vicino a saltare, il Presidente del Consiglio ha portato a casa un ottimo risultato, soprattutto in quanto a risorse ottenute. Anche a livello comunicativo la sua immagine ne esce rafforzata, quasi legittimata dal fatto di aver rappresentato gli interessi dell’Italia all’interno di un agone rivelatosi così complicato come quello europeo.

Dico che è Conte ad aver vinto perché sono meno sicuro che lo abbia fatto l’Italia.

Sapevamo che questi soldi non sarebbero arrivati subito. E sapevamo che sarebbero stati subordinati alla presentazione di un Piano Nazionale di Riforme. Tutto non solo lecito, anche legittimo e quasi auspicabile, vista la propensione tutta italiana a sperperare fondi in programmi assistenzialisti e senza visione. Ci sono però delle novità che non ci sono particolarmente favorevoli e corre l’obbligo di segnalare: la più pesante è a mio avviso quella del cosiddetto freno d’emergenza.

Ne avevo scritto qualche giorno fa: quella era la trincea da difendere con i denti da parte del Presidente del Consiglio. Evitare, di fatto, che un solo Paese potesse bloccare l’erogazione dei fondi sulla base delle proprie valutazioni. Rispetto alle richieste iniziali dell’olandese Rutte, che chiedeva un diritto di veto bello e buono, questo freno è molto più sfumato, visto che a decidere se sottoporre o meno al vaglio degli altri capi di Stato e di governo la questione sarà sempre la Commissione. Ma tra le mani dei Frugali resta un’arma importante: la possibilità non soltanto di rallentare il processo di erogazione dei fondi (quando la rapidità di risposta sarà fondamentale per arginare la crisi), ma addirittura di impedirne la spesa all’Italia e agli altri Paesi del Sud qualora riuscisse a portare sulle sue posizioni la maggioranza dei leader europei.

Anche sulla presunta vittoria del progetto europeo ho qualcosa da dire. In pochi oggi sottolineano un aspetto cruciale: è stato possibile aumentare la dotazione dei singoli Stati perché si è deciso di tagliare, ma forse sarebbe più giusto dire falcidiare, il Bilancio comune. Tradotto: più soldi alle singole nazioni, meno all’Europa come entità politica. Paradossalmente, Salvini oggi dovrebbe essere il più contento di tutti, perché viene sancita la prevalenza dello Stato sulla Commissione Europea. Ma ovviamente non può dirlo, il costo politico di una dichiarazione del genere sarebbe troppo grande.

Ultime questioni: vogliamo prendere coraggio e dirci una volta per tutte che un sistema di governance in cui Paesi che rappresentano solo il 10% della popolazione europea tengono ostaggio il restante 90% non funziona? E dopo essercelo detto vogliamo prendere iniziative concrete per cambiarlo?

Infine, ma non meno importante: come si evince dal fatto che il Recovery Fund sia legato alla presentazione di un Piano di Riforme che necessita di approvazione, i soldi che avremo dall’Europa sono sottoposti a delle condizioni che dovremo rispettare. Non sono regali, com’è giusto che sia: sono soldi per fare cose che sulla carta dovrebbero aiutarci. Appurato questo fatto, perché non ci decidiamo una buona volta ad attivare il Mes? Lì esiste una sola condizione: che li spendiamo in sanità. Non c’è Rutte che tenga e sono soldi disponibili subito. Non tra qualche mese o un anno: subito. Cosa aspettiamo?

La partita di Giuseppe Conte: come capiremo se l’Italia ha perso

Fosse davvero Italia-Olanda, potremmo sempre sperare da un momento all’altro nel rigore (contro i rigoristi) del genio Francesco Totti. Nessuno però a Bruxelles pronuncerà la fatidica frase “Mo je faccio er cucchiaio“. Ma nella partita di Giuseppe Conte, c’è un confine labile che determinerà chiaramente la differenza tra la vittoria e la sconfitta. Sua, ma soprattutto dell’Italia.

Molto più della quantità di emolumenti riservati al Belpaese nell’ambito del Recovery Fund – che verrà approvato, prima o poi, perché così ha deciso la Germania nel pieno della pandemia – a fare la differenza sarà il meccanismo con cui sussidi e prestiti saranno erogati. Le richieste di sforbiciate nell’ordine delle centinaia di miliardi da parte dei Paesi frugali costituiscono un metodo di trattativa ben noto: la tattica consiste nell’alzare l’asticella delle pretese per giungere ad un compromesso accettabile (dal loro punto di vista). Tale impianto si scontra però con le necessità di cassa dei Paesi mediterranei e per questo non potrà passare. Più facile che salti l’intero tavolo, piuttosto.

La linea rossa che Conte non può tollerare, però, è che venga consentito al Consiglio Europeo di controllare come i soldi del Recovery Fund verranno spesi dall’Italia. Questa non sarebbe una troika, ma le assomiglierebbe molto. Darebbe carburante alla retorica sovranista di un’Europa matrigna e intenta a commissariare l’Italia. Il premier non può accettare un simile compromesso al ribasso. Non solo, come ha evidenziato lui stesso, perché l’ipotesi di un “freno d’emergenza” – di fatto un diritto di veto – non è compresa dai Trattati (del resto come ha fatto notare l’olandese Rutte in una situazione eccezionale come questa bisogna “essere creativi”), ma perché questo significherebbe mettere nero su bianco il non detto che tutti sanno da Bruxelles a Roma: l’inaffidabilità dell’Italia. Se è vero che siamo i primi a conoscere i nostri difetti, altra cosa è far sì che questi diventino terreno di negoziazione.

Certo, al di là dell’apprezzabile piglio del premier, si può dire senza temere di passare per i Salvini di turno – ovvero quelli che tifano per il fallimento del proprio Paese per proprio tornaconto – che il nostro governo ha fatto ben poco per presentarsi con le carte in regola all’appuntamento decisivo. Il Piano Nazionale delle Riforme scritto sull’acqua e senza alcuna condivisione con le opposizioni (chi assicura agli altri Stati membri che ciò che dice Conte a nome dell’Italia resti valido anche in caso di cambio di governo?) è un esempio lampante dell’improvvisazione italiana. Ma ancora più grave è l’errore tattico che Conte non ha avuto la forza politica di evitare: la mancata attivazione del Mes.

Abbiamo chiesto il Recovery Fund lamentando la situazione emergenziale della nostra economia. Abbiamo chiesto di fare in fretta perché tempo non ne abbiamo. E dall’altra parte è sorto spontaneo un quesito: perché se avete tutta questa fretta non usate il Mes? Domanda legittima, che giustifica il sospetto straniero che a Roma vogliano soldi per usarli in mance elettorali e simili. Per quanto antipatica e strumentale, la posizione dell’olandese Rutte si poggia sulle nostre contraddizioni. Alla fine rischiamo di finire con meno soldi dal Recovery Fund e con un’attivazione del Mes che rischia di essere interpretata dai mercati come la mossa della disperazione di un Paese con l’acqua alla gola.

Speriamo che Conte venga illuminato nel percorso che lo separa dalla metà campo al dischetto del rigore. Non gli chiediamo un cucchiaio, va bene anche sbucciare la palla: purché gonfi la rete.

L’Europa è morta con questo migrante

Alla vigilia di quello che viene definito come uno dei Consigli UE più importanti della storia, siamo in grado di darvi un’anticipazione: l’Europa non esiste. O se mai è esistita è morta.

Lo ha fatto nel momento in cui nessuno dei suoi Paesi membri, in particolare quelli affacciati sul Mediterraneo, ha deciso di recuperare il cadavere di questo migrante alla deriva da settimane. Ripeto, settimane.

La testa incastrata nel gommone, le gambe rigide, divaricate, la pelle corrosa dal sole, il corpo offeso dal mare salato e dai pesci. Dal 29 giugno, giorno del primo avvistamento in acque Sar libiche, nessuno ha mosso un dito per recuperare questo corpo.

Uomo in mare. Morto, di sicuro. La segnalazione è arrivata al centro di ricerca e soccorso di Tripoli (gestito dagli italiani). Non è dato sapere come e perché questo disperato abbia esalato l’ultimo respiro. Se annegato in seguito ad un naufragio o strozzato nella morsa dell’imbarcazione che avrebbe dovuto condurlo verso una nuova vita. Non possiamo neanche presumerlo: servirebbe un’autopsia, ma chi può farla se nessuno intende prendersi la briga di strappare quelle membra dal suo destino infame?

I governi vigliacchi non vogliono saperne di sporcarsi le mani, che di problemi ne abbiamo già abbastanza con la pandemia, dicono. Dovremmo ricordarcene quando qualcuno rivendicherà la superiorità culturale dell’Occidente: la culla della civiltà non ha mosso un dito per inviare una barca con dei sommozzatori a recuperare quest’uomo. Non c’è neanche la scusante del rischio contagio, dell’accoglienza insostenibile di un altro migrante. Si trattava soltanto di offrirgli una degna sepoltura.

Ma sapete, di nuovo, quando dovremmo ricordarci di questa storia? Quando sentiremo, anche giustamente, qualcuno fare la predica a Matteo Salvini sui migranti. Non solo nessuno ha ancora abolito quei suoi decreti illegali e indegni ma, soprattutto, nessuno ha sentito il bisogno di marcare una netta differenza – con i fatti, non a parole – col precedente governo sul piano dell’umanità.

Quello slogan, “restiamo umani” a me onestamente non è mai piaciuto. Oggi, guardando la foto di quest’uomo morto in mare aperto, dovremmo domandarci un’altra cosa, piuttosto. Se umani, infine, lo siamo mai stati.

A Meseberg l’Italia si scopre ospite in casa propria

Al castello di Meseberg la sensazione è che non sia Giuseppe Conte ospite di Angela Merkel, ma l’Italia dell’Europa. La stessa che ha contribuito a fondare. Il tour del premier italiano tra i leader del continente vive la sua tappa più importante nel confronto con la Cancelliera. E il grado di priorità attribuito al vertice italo-tedesco – il francese Macron non si risentirà – è determinato non tanto dalla presidenza di turno germanica, quanto dal peso specifico che Berlino può vantare nel determinare il futuro di quel soggetto più o meno astratto chiamato Europa.

Non ci sono dubbi che alla fine il Recovery Fund verrà approvato. A deciderlo, con una svolta che ha sorpreso molti osservatori, è stata proprio la Germania mesi fa. Cambio di tattica necessario, animato non da improvviso sentimento nei confronti di Roma, piuttosto risultato del calcolo politico di chi è a conoscenza che dalla sopravvivenza del Sud Europa dipende il proprio benessere.

Paese esportatore per antonomasia, legato a doppio filo alla manifattura del Nord Italia – connessa al sistema tedesco al punto da pensarsi mittel-europea – la Germania ha compreso che un sacrificio oggi è necessario per evitare che l’intero sistema collassi domani. A differenza di ciò che vuole la vulgata, non saranno mai i tedeschi a cacciarci dall’euro per punire i nostri eccessi. Semplicemente perché non gli conviene. Semmai un Paese consapevole di sé giocherebbe la propria riconosciuta importanza per convincere Berlino a spendersi in pieno. Per reciproco interesse, più che per afflato solidale.

A Meseberg, al contrario, Conte anela un aiuto purché sia: gioca sulle nostre difficoltà anziché sui bisogni che interessano in questa fase tutti gli europei. Si sofferma sulle condizionalità, distingue tra discrezione e arbitrio che l’Italia dovrebbe usare nella gestione dei fondi. Per non irritare i Frugali, per non tendere la corda al punto da spezzarla. Ma è sempre alla Merkel che affida le possibilità di successo, che delega il compito di difendere i nostri interessi. Nella speranza che quelli germanici coincidano con quelli italiani, e che vadano a dama prima che l’autunno spazzi via ogni esitazione. E forse anche noi.

Conte, Ecce Bombo, i no di Salvini e lo streaming di Meloni: ma qualcuno che pensi all’Italia c’è?

Per una volta la pratica smentisce la teoria: in questo caso il detto che “ogni popolo ha la classe politica che si merita“. Sono ormai diversi mesi che gli italiani si dimostrano migliori dei loro governanti e oppositori. Entrambi calati nella parte della politica forse più avvincente ma certamente meno utile al Paese: quella della polemica quotidiana. Miopi al punto da ignorare che la crisi dilagante che sta colpendo le famiglie italiane oggi, rischia di travolgere domani anche loro. Qualcuno parla di forconi e rivolte sociali, altri pronosticano un ben più istituzionale commissariamento sovranazionale che avrà l’effetto di spazzare via l’intera classe dirigente italiana e di eliminare ogni residua forma di sovranità. Una cosa è certa: giornate come quella odierna autorizzano a pensare che la politica nostrana meriti fischi con annesso lancio di pomodori.

La pantomima dell’incontro tra Conte e il centrodestra si trascina ormai da settimane. Più o meno da quando il premier ha dato il via agli Stati Generali. E nessuno degli attori è esente da colpe. Conte per non aver ascoltato le proposte del centrodestra nella fase dell’emergenza coronavirus e organizzato una sorta di Festival a Villa Pamphilj. Il centrodestra per essersi impuntato sulla sede dell’incontro e aver preferito la polemica alla proposta.

Tutti dimenticando che il dialogo alla vigilia del Consiglio Europeo che stabilirà quanti aiuti otterremo dall’UE è importante per tutte le parti in causa. Per Conte, che non deve più commettere l’errore di pensare a questo incontro come ad una gentile concessione. E per il centrodestra, per dimostrare per una volta con i fatti che al primo posto c’è l’interesse nazionale e non quello del partito. A suggerire uno spirito di collaborazione dovrebbe poi essere il fatto che il Piano Nazionale delle Riforme nel quale il governo inserirà le riforme che l’Italia intende compiere nei prossimi tre anni rappresenta la pietra angolare di un programma a medio-lungo termine che impegnerà anche i futuri esecutivi, potenzialmente di colore diverso rispetto a quello attuale.

Stupisce, dunque, che un premier italiano in visita in Spagna decida di ridicolizzare apertamente l’opposizione, tratteggiandola come Ecce Bombo di Nanni Moretti, così rappresentando l’idea di un Paese diviso e del quale egli rappresenta la parte migliore. Non che il rifiuto di Salvini a presenziare all’incontro col governo (almeno così pare aver deciso per ora, ma il Covid ci ha insegnato che il ragazzo cambia idea spesso) o la richiesta di streaming da parte di una Meloni riscopertasi grillina della prima ora, siano atti politici meritevoli di pubblica lode. Ma quando si è all’estero sarebbe buona norma nascondere le nostre pecche, provare quanto meno a fingere compattezza. Sperando che altrove abbiano di meglio da fare che seguire i nostri deliri, mentre il Paese affonda.