Boom Jo!

Boris Johnson vince le elezioni

Curiosità e tristezza (sì, un po’) si mescolano all’indomani della notte che sancisce l’addio degli amici britannici all’Unione Europea. Era chiaro a chiunque che il tanto invocato “secondo referendum” sulla Brexit, il salvagente che avremmo voluto lanciare al popolo d’Oltremanica dopo il voto del 2016, fosse rappresentato delle elezioni di ieri. Ha vinto Boris Johnson. Anzi, ha stravinto Boris Johnson. Segno evidente che i britannici non solo pensano di essere in grado di nuotare da soli, ma ci considerano perfino una zavorra. Il tempo dirà se la loro scelta sarà stata saggia (difficile), ma c’è da notare come i mercati abbiano reagito in maniera diametralmente opposta rispetto al giugno 2016: all’epoca la vittoria dei Leave fece sprofondare le Borse, oggi la sterlina vola. E’ il sintomo di un allineamento tra il volere popolare e la stabilità inseguita in ogni contesto dai mercati: la chiarezza viene premiata, sempre.

Nel titolo dell’articolo con cui avevamo presentato le elezioni in Gran Bretagna, quel romantico “Via col Regno”, c’era l’indicazione chiara di un risultato quasi scontato per chi segue le vicende UK. Jeremy Corbyn non era un leader presentabile: e non solo per le sue note posizioni antisemite. Le sue ricette di sinistra datata, superata dalla storia, tutta tasse e nazionalizzazioni, non potevano di certo attrarre il popolo dell’ex Impero. Altro errore fatale l’incapacità di assumere una linea chiara su Brexit. Da una parte Boris Johnson indicava una cammino preciso: fuori dall’Ue, senza se e senza ma (“no ifs, no buts“); dall’altra i laburisti continuavano a restare con un piede in due scarpe, in un eterno e grigissimo limbo, mai in grado di incarnare l’alternativa credibile al disegno euroscettico dei Conservatori. Troppo debole, di contro, la posizione dei simpatici LibDem, i nostri preferiti per il solo fatto di volere fermamente restare all’interno dell’Unione. Ma in questo nobilissimo intento hanno dimenticato un dettaglio: il popolo. Non si può cancellare la democrazia, il voto del 2016 non è stato un errore della storia, ma una scelta precisa dei britannici con cui adesso bisognerà fare i conti, sul serio.

Occhio però a cosa accadrà in Scozia, dove il partito nazionalista della prima ministra Nicola Sturgeon ha fatto il pieno di voti. E lo ha fatto su posizioni antitetiche rispetto a quelle che hanno portato Boris Johnson alla vittoria. Gli scozzesi vogliono restare nell’Unione Europea, ma fanno pur sempre parte del Regno (dis)Unito. Nel 2014 un referendum per l’indipendenza scozzese vide il No trionfare con il 55% dei voti. Nel frattempo è arrivata la Brexit. E il voto di ieri conferma che in Scozia non vogliono più stare al traino delle decisioni prese a Westminster. Un secondo referendum? C’è già chi prospetta una nuova Catalogna: Johnson si è sempre detto contrario a quest’ipotesi, ma se ne tornerà a parlare. Potete scommetterci.

Oggi, però, per il primo ministro è il giorno della festa (e fa bene, un successo di queste proporzioni non si vedeva dai tempi della Thatcher). Trump ha esultato insieme a lui, pronosticando un accordo commerciale che l’Unione Europea, a suo dire, non avrebbe mai potuto equiparare. Forse ha ragione. In Italia, Salvini esulta come Johnson fosse un suo pari, un compagno sovranista. Non è così. Johnson è spregiudicato, arrivista, anche populista. Ma possiede cultura e all’occasione moderazione (proprio così, vedrete), doti di cui non dispongono gli esponenti della destra sovranista nostrana. Ad avercelo, BoJo. O, da ieri notte, Boom Jo!

Via col Regno

Boris Johnson

Da questa mattina, e fino a stanotte, nel Regno Unito si vota per le elezioni anticipate. Per la terza volta in 4 anni la politica d’Oltremanica chiede al suo popolo un mandato forte per governare. Esagerati? Magari sì. Ma viene spontaneo notare che in Italia per votare lo stesso numero di volte abbiamo impiegato 11 anni. Trova le differenze.

In passato è andata bene soltanto a David Cameron, ma poi sappiamo com’è finita: un referendum sulla Brexit ha modificato la curvatura della storia. Theresa May si è fidata nel 2017 dei sondaggi, intendeva sfruttare il “momentum” favorevole ai Conservatori, ma i sondaggi in Gran Bretagna per tradizione non sono affidabili come i nostri (sì, ogni tanto qualche merito ce lo prendiamo). E Theresa ha lanciato il suo personalissimo May-Day. Ora ci riprova Boris Johnson, l’ex sindaco di Londra semplicisticamente descritto dalla stampa main-stream come un surrogato di Donald Trump d’Oltremanica.

BoJo non è Trump. E nemmeno Salvini

Certo, la chioma bionda ribelle (The Donald è phonato, non scherziamo) potrebbe ingannare e suggerire presenza di indole da populista sovranista, un Salvini più grassoccio, una Le Pen al maschile con la fortuna di appartenere al partito giusto, piuttosto che alla spaventosa destra estremista. Ma non è così. Definizione perfetta di BoJo è stata data su “Il Foglio” da quella mente finissima che risponde al nome di Giuliano Ferrara, per cui Johnson “non è un Arancione, non è un Truce, non è della razza dei Bolsonaro dei Duterte degli Erdogan, e a rigore non è nemmeno un Putin dipendente. È un inglese di Eton, supercasta. Un conservatore brillante, con il lignaggio della sua specie tutto a posto, che ha scritto libri anche divertenti su Churchill, non pamphlet per la casa editrice Altaforte“.

Istrionico come Churchill, l’uomo che salvò l’Europa dai nazisti, scarsamente empatico, antipatico all’establishment, decisamente arrivista, poco telegenico, non avvezzo al confronto coi giornalisti. Ma BoJo possiede una cultura che molti dei sovranisti sopracitati sognano, un fiuto da animale politico di razza, il pedigree del perfetto conservatore. Le sue sorti politiche dipendono dal voto odierno. Ma in gioco c’è molto più del suo destino personale.

Perché questo è il secondo referendum Brexit

Il secondo referendum sulla Brexit è di fatto questo. Johnson è il solo ad aver puntato sul Leave, sulla conferma di quel voto inimmaginabile del 2016, sull’orgoglio della diversità britannica, sulla libertà dai vincoli brussellesi, in una frase: sulla nostalgia dell’impero. Per questo ha ripetuto in maniera quasi ossessiva il suo “Get Brexit done“, lo slogan che è diventato un tormentone. Come dire “facciamo Brexit“, usciamo da questo tunnel di accordi con l’Ue, poniamo fine agli estenuanti giochi parlamentari, e poi occupiamoci delle altre priorità del Paese, dei veri problemi della gente. Punta a prendere i britannici per sfiancamento BoJo, sul loro desiderio di farla finita, di andare avanti con gli occhi bendati, ma pur sempre avanti.

Perché BoJo può “non-vincere”

Nessuno dubita che stanotte il primo partito sia il suo, ma anche in un sistema maggioritario esasperato come il “first-past-the-post” – chi arriva primo in un collegio prende il seggio e saluti alla compagnia (il sogno proibito di Salvini) – è concreto il rischio di un “hung Parliament“, un Parlamento appeso, bloccato. Non tanto perché il laburista Jeremy Corbyn entusiasmi gli elettori, anzi (d’altronde individuarne i limiti è stato fin troppo semplice). Ma proprio perché è chiaro a tutti gli anti-Brexit che il voto di oggi è l’ultima chiamata. Non c’è possibilità di appello. Ecco allora fiorire come funghi siti che spiegano ai “remainers” come votare per fermare Johnson. Lo chiamano “tactical voting“. Lo ha riassunto bene Lorenzo Pregliasco su YouTrend: “La versione british del nostro “turarsi il naso”. Esempio concreto: se sono un LibDem anti-Brexit e voglio evitare a tutti i costi che nel mio collegio vinca il candidato Conservatore, può darsi che mi convenga turarmi il naso e votare Labour, perché avrei più chances che nel mio collegio non vincano i Tories“.

Quasi tutto si giocherà nei cosiddetti “marginal seats“, paragonabili agli “swing states” americani, collegi in bilico, molti dei quali appartenenti al cosiddetto “red wall“, il muro rosso, l’equivalente delle una-volta-roccaforti-rosse italiane.

Ogni mattone buttato giù avvicinerà il bambino che voleva diventare “il re del mondo” a quella leadership inseguita per una vita intera. E allontanerà, bisogna accettarlo, gli amici britannici dall’Europa. Nessun dubbio su questo: se fosse un film si chiamerebbe “Via col Regno”.

Taranto, comune italiano. In provincia di Pechino?

Il punto nave di questo lunedì 9 dicembre racconta di un mare in tempesta. In Italia siamo impegnati nel dibattito ittico tra le sardine e il capitone. Altrove succedono cose importanti. Come sempre. Oggi a Parigi si riunisce il Formato Normandia, il gruppo composto da Ucraina, Russia, Francia e Germania chiamato a risolvere il conflitto nell’Ucraina orientale: non tutti se lo ricordano ma dal 2015 nel Donbass si muore.

Macron si gioca la presidenza

Sono giorni complicati per Macron. Non solo il vertice Nato in cui ha fatto a botte (a parole, s’intende) con mister Trump. Non solo le scaramucce con Erdogan. In Francia si sciopera da giorni contro la sua riforma delle pensioni. La data da cerchiare di rosso è quella di mercoledì 11 dicembre: il governo presenterà ufficialmente il suo piano. Si tratta di rivedere un sistema composto da 42 regimi pensionistici settoriali: costoso per lo Stato e anche profondamente ingiusto, i privilegi sono all’ordine del giorno. Su questo punto è concorde la maggioranza dei francesi. Ma dopo due anni di concertazione e confronto tra governo e sindacati, la gente è scesa in piazza. Ancora prima che fosse chiaro il piano dell’esecutivo. Macron si gioca la presidenza.

“L’Ilva inglese” e i francesi contro i cinesi: la lezione da imparare

A proposito del leader “en marche”. Ha fatto qualcosa che in un certo senso interessa anche l’Italia. British Steel, il colosso siderurgico inglese in crisi come l’Ilva, doveva essere acquistata dai cinesi di Jingye. L’affare però rischia di saltare dal momento che la controllata d’Oltremanica, la BS France, verrà venduta separatamente e non farà parte del pacchetto da 70 milioni di euro con cui i cinesi pensavano di comprare tutto. Macron voleva che i cinesi garantissero almeno due fornitori di acciaio per l’impianto di Hayange: da lì escono i binari utilizzati dai treni TGV e Monsieur Le President non vuole che la mancanza di rotaie blocchi l’Alta Velocità. Non è sovranista, fa l’interesse nazionale. C’è una differenza.

Regno Unito, 3 giorni al voto. Noi tifiamo…

Il cerino rischia di restare, acceso, nelle mani del governo inglese. Giovedì 12 dicembre, altra data importante, si vota nel Regno Unito. Boris Johnson è in testa, ha condotto una campagna dai toni moderati. Non ha fatto il Trump. Rispetto al collega biondo BoJo può vantare una cultura diversa, maggiore. I sondaggi lo danno in testa, i Laburisti di Corbyn non convincono. I Liberaldemocratici sono gli unici a dire apertamente che con loro al governo si torna indietro: il referendum della Brexit? Non esiste. Le loro speranze di successo sono pressoché inesistenti. La democrazia ha un senso, anche quando non asseconda i nostri desideri. Ci rifacciamo alle parole di Donald Tusk di qualche anno fa: “Il Regno Unito già ci manca”. Tifiamo per loro come si poteva tifare anni fa per il Chievo dei miracoli: non vincerà mai il campionato. Però il Leicester di Ranieri…

Italia provincia di Pechino

Ma parlavamo di Macron e dell’Italia che ha qualcosa da imparare dalla vicenda della British Steel, per molti versi simile a quella dell’Ilva. Sembra che ArcelorMittal alla fine andrà via da Taranto. Qual è la soluzione? Per il momento ce n’è una sola: nazionalizzare. Usare i soldi del contribuente. Non vi piace? E’ sempre meglio che accettare l’idea di diventare una colonia cinese. Di Maio li ha negati giorni fa, ma i contatti con le aziende cinesi dell’acciaio ci sono. Bel paradosso: il problema del mercato dell’acciaio è tale anche e soprattutto per la concorrenza sleale dei cinesi, che producono a basso costo grazie agli aiuti di Stato. Dopo la Nuova Via della Seta, il rischio è quella di aprire la Nuova Via dell’Acciaio. In Grecia, ad esempio, hanno accettato di esportare più olive e feta in cambio dell’accesso ai porti e alle infrastrutture. E dire che un tempo gli strateghi ateniesi erano famosi. No, non è un’invasione militare, ma una colonizzazione silenziosa sì. E noi? Recuperiamo la bussola.

La Nato ha un problema: la Nato

Nato

La Nato ha 70 anni. Auguri. Ma non si offenderà se le diciamo che li porta male, malissimo. La signora è in sovrappeso, 29 Paesi da mettere d’accordo non sono uno scherzo, e i suoi organi interni non fanno più il loro dovere. Trump ha un chiodo fisso, ragiona con una mano sul portafogli, è una deformazione professionale: i Paesi dell’Alleanza devono rispettare l’impegno assunto dopo l’11 settembre e spendere per la difesa almeno il 2% del PIL. Questo criterio, ad oggi, viene osservato soltanto dagli Usa e dalla Gran Bretagna tra i grandi Paesi. Gli altri due “contribuenti” ligi al dovere si chiamano Grecia ed Estonia. Non propriamente dei giganti.

Ieri, nel primo giorno del vertice celebrativo per il 70esimo anniversario della nascita della Nato tenutosi a Londra, il padrone di casa Boris Johnson ha parlato in termini entusiastici del Patto Atlantico. Donald Trump prima di lui aveva accusato Macron di essere stato tremendamente offensivo nei confronti della Nato. Sì, sta tornando l’anglo-sfera.

In questo momento l’Unione Europea non esiste. Sarebbe più coerente definirla Divisione Europea. Il presidente francese è stato forse troppo duro (non a caso la Merkel lo ha bacchettato) quando un mese fa ha parlato di una Nato in “stato di morte cerebrale“, ma soltanto il laburista norvegese Jens Stoltenberg, che dell’alleanza è il segretario generale, può dire oggi che va tutto bene. Macron ha individuato il punto centrale della questione. No, non sono i soldi investiti nella Nato (ma Trump ha ragione quando chiede che i patti vengano rispettati). Il problema è di altra natura: qual è l’obiettivo della Nato? Perché esiste? Garantire pace e prosperità? Benissimo. Ma chi è il nemico? Una volta c’era il blocco comunista sovietico da contenere. Oggi sarebbe utile aggiornare priorità e strategie. Domani potrebbe essere troppo tardi. La vera minaccia è la Cina: la penetrazione di Pechino in Occidente è preoccupante. L’Italia ha una politica estera così intelligente da aver firmato la Nuova Via della Seta: siamo sempre un passo avanti (direttamente nel baratro). Continuare a vedere nella Russia il nemico da combattere non farà che spingere Putin tra le braccia di Xi Jinping. Svegliamoci.

Poi c’è l’altra questione: l’assenza di coordinamento. Tra le verità pronunciate da Macron c’è la seguente: “Attorno al tavolo non abbiamo la stessa definizione di terrorismo. Guardo alla Turchia e vedo che combatte contro coloro che combattevano fianco a fianco con noi contro l’Isis: è una questione strategica“. Vero, ma la Turchia è anche il secondo esercito della Nato. E se il primo è guidato da un signore di nome Donald da cui dipende la difesa dell’Europa che dice: “Mi piace la Turchia e vado molto d’accordo con il suo presidente“, allora è chiaro che qualcosa non torna. La Nato ha un problema: la Nato.

Libia, l’Italia e le sue colpe: tutti gli errori del governo

Mentre Di Maio e Salvini occupano i palinsesti televisivi, si esibiscono in reciproche accuse su chi fa più selfie e discutono di tasse più o meno piatte a seconda della convenienza del momento, a poche miglia marine dalle nostre coste rischia di infuriare una guerra civile con ricadute gravissime per l’Italia.

Diciamocela tutta, la Libia è un gran casino non da oggi. E’ vero però che un governo normale – per intenderci, un governo con una politica estera – avrebbe potuto limitare i danni. E’ un po’ quello che accadde nel 2011 con Gheddafi: non volevamo la guerra, con il Colonnello avevamo costruito un asse privilegiato. I francesi decisero allora di sabotarci.

Fummo costretti a partecipare all’azione militare in Libia. E la costrizione era motivata dai dispacci che i nostri stessi “alleati” francesi e inglesi inviavano ai nostri vertici militari con messaggi del tipo: “Noi dobbiamo bombardare in prossimità dei vostri stabilimenti Eni: facciamo noi?“. Risposta dell’allora governo Berlusconi: “No, grazie, facciamo da soli che stiamo più attenti“.

La storia ha raccontato in questi anni che i piani della Francia di sostituire Gheddafi con un leader amico di Parigi non sono andati a buon fine. Di fondo resta che la Libia non è una nazione ma un insieme di tribù. E non basta che qualcuno dall’alto cali un capo, bisogna che il comando venga riconosciuto sul campo.

Si potrebbe allora essere tentati dal pensare che non tutte le colpe siano di questo governo, che se il progetto di regime change non è andato a buon fine non è certo colpa di Giuseppe Conte. Ed è vero, non tutte le colpe sono dell’Italia: d’altronde non contiamo così tanto. Ma gli errori commessi negli ultimi mesi sono stati tanti, pure troppi.

Il primo lo avevamo ampiamente preannunciato qualche settimana fa, quando ancora doveva essere siglato il memorandum con la Cina per la Nuova Via della Seta. Perché non puoi avere la pretesa di fare affari con il maggior competitor degli Stati Uniti e poi bussare alla porta di Washington per chiedere aiuto diplomatico e militare se fatichi a mantenere il controllo dell’unica area di tuo interesse strategico nel Nord Africa.

Quando Trump ha riconosciuto a Conte la cabina di regia della partita libica lo ha fatto a cuor leggero: quella zona agli americani non interessa abbastanza, il loro mirino è puntato altrove. Basterebbero un paio di caccia americani per distruggere le milizie di Haftar: levandosi in volo avrebbero la potenza di fuoco per radere al suolo la colonna di mezzi che si sta dirigendo Tripoli. Ma gli Usa non hanno alcuna intenzione di darci una mano. In primis perché i nostri interessi confliggono con quelli dei francesi, ai quali gli americani sono legati da un rapporto quasi sentimentale; in secondo luogo perché ci stanno impartendo una lezione: “Dite che siete indipendenti? Dite che non avete bisogno di noi? Come on, sbrigatevela da soli“.

Noi, però, da soli non possiamo fare proprio niente. Certo basterebbe prendere il telefono, comporre il numero del Cremlino, chiedere una mano a Vladimir Putin e Haftar diventerebbe in un amen un simpatizzante di Roma. Ma a Mosca non fanno niente per niente: vogliono qualcosa di concreto in cambio per includerci nella loro cerchia ristretta di amici. E ancora non siamo ad un livello di follia e autolesionismo tali da tagliare tutti i ponti con gli Usa.

Questo governo ha messo in fila una serie di errori marchiani, che hanno contribuito a renderci deboli agli occhi di tutti i giocatori di questa partita. Prendiamo ad esempio la Conferenza di Palermo: dopo aver capito che Sarraj non era probabilmente il cavallo vincente che speravamo che fosse, abbiamo steso tappeti rossi al passaggio di Haftar. C’è materiale per scrivere un manuale: “Come sconfessare in pochi giorni una linea politica portata avanti per anni e ritrovarsi in un colpo senza alleati sicuri“. Perché Sarraj sarà debole ma non stupido e Haftar incassato il nostro riconoscimento è rimasto amico dei suoi primi sostenitori (francesi, egiziani, russi ecc).

In questo senso non era stata sbagliata la politica di ricucitura con l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti, tra i principali registi dell’avanzata di Haftar. Peccato però che Conte con il suo viaggio in Qatar abbia irritato non poco emiratini e sauditi, rimettendo ancora una volta in discussione il nostro sistema di alleanze.

Tutta questa serie di errori, di fondo, ha un comune denominatore molto chiaro: pensiamo di poter stringere accordi economici di volta in volta vantaggiosi per noi, dimenticando la visione d’insieme. Cosa che gli altri Paesi tengono invece sempre ben presente: si chiama geopolitica. In sintesi: pensiamo di essere furbi ma non lo siamo affatto. E la Libia ne è la dimostrazione.