Sì al nuovo referendum

Sarebbe curioso, oggi, sapere cosa pensa in cuor suo Nigel Farage, l’ex leader dello Ukip, dopo aver portato la Gran Bretagna sull’orlo dell’addio all’Unione Europea contribuendo a diffondere in giro un mare di frottole (fake news, per dirla alla maniera britannica). Farage, per chi non lo sapesse, è un amico di Di Maio e Salvini. Così, tanto per conoscere il personaggio.

Sarebbe bello, adesso, parlare coi teorici della democrazia diretta, di fronte ad una questione che è chiara, lampante, incontrovertibile: uscire dall’Unione si può, ma a discapito dei cittadini britannici. Certo, la sovranità popolare. Certo, il voto conta. Ma quasi tre anni di trattative inconcludenti hanno portato la Gran Bretagna ad un accordo svantaggioso.

Chiedere agli elettori: “Siete sicuri sicuri di voler uscire a queste condizioni?”, non sarebbe una scelta irrispettosa del voto di giugno 2016. Un nuovo referendum alla luce dei fatti, non delle fake news e delle previsioni. Piuttosto sui dati economici, sulle difficoltà di tenere unito il Paese, di restare sovrani (non sovranisti) sul mercato finanziario.

La morale della Brexit, di questa favola dai tratti tragicomici, è quella di una verità che arriva, magari non subito, ma comunque sempre. Non è mai troppo tardi per affermarla, per ammettere che si è mentito, che si è sbagliato. Serve trovare il coraggio, la consapevolezza che un passo indietro oggi equivale a cento salti avanti domani.

Silvio Berlusconi, che avrà tanti difetti ma che di politica estera ha sempre capito qualcosa, a dicembre, alla presentazione del libro di Bruno Vespa, disse:” Mi auguro che la Gran Bretagna possa rimanere dentro l’Unione Europea. Accendo una candelina tutte le sere affinché ci possa essere un nuovo referendum per rimanere in Europa”.

Non aveva tutti i torti.

May-Day

 

Da qui a poche ore sapremo se sulla Brexit gli inglesi negli ultimi anni hanno scherzato. Intorno alle 22 dovrebbero arrivare i risultati della votazione sulla mozione di sfiducia presentata dai Conservatori nei confronti di Theresa May. Una sconfitta del primo ministro britannico significherebbe che tutto ciò che è stato accordato finora con l’Ue è carta straccia. A siglare l’intesa è stata Theresa May e un voto di sfiducia da parte del suo stesso partito vorrebbe dire che i termini di quell’intesa non sono più validi.

Allora ecco che potrebbe tornare d’attualità, entro il 29 marzo 2019, l’ipotesi di un secondo referendum. Invocato, paventato, ventilato dagli europeisti più convinti fin dal giorno dopo la sconfitta nel giugno del 2016. Un nuovo, ipotetico, leader dei Tories potrebbe decidere di chiedere ai britannici di esprimersi sui termini di un’intesa con Bruxelles che ad oggi soddisfa più l’Ue che il Regno Unito. E di fronte alla prospettiva di perdere l’8% del Pil nel giro di un anno, davanti ad una disoccupazione che raddoppierebbe pericolosamente, ad una svalutazione della sterlina del 25% (stime della Banca d’Inghilterra), ecco che i Conservatori potrebbero indire un nuovo referendum e dire: “Signori, siete proprio sicuri di non voler restare in Europa? Ma sicuri sicuri?”.

Prima, però, bisogna mandare a casa Theresa May.

Ecco, Mayday. In guerra si usa per invocare un aiuto urgente. Ma il May Day di oggi è l’ultima chiamata per evitare la Brexit.

La lezione del G7 per i sovranisti italiani

g7 canada

 

Al governo Conte è concesso un vantaggio. Essendosi appena insediato può godere di una luna di miele con gli italiani che si traduce soprattutto in un tesoretto di tempo utile per capire da che parte stare. Ma dovrebbero essere bastati i due giorni di G7 in Canada, al premier Conte, per rendersi conto che il solo posto dove l’Italia può sperare di dire la sua è anche lo stesso da cui Salvini e Di Maio sono intimamente tentati di uscire: l’Europa.

In un contesto storico in cui i nazionalismi e i sovranismi la fanno da padrone, dove le riunioni tra leader vengono vissute con insofferenza e fastidio – si veda l’atteggiamento di Trump – Paesi come l’Italia hanno un’unica strada per tentare di contare qualcosa: fare squadra con chi ha interessi se non uguali quanto meno simili.

E in questo senso è da salutare con fiducia la retromarcia di Conte sul piano delle sanzioni nei confronti della Russia. Si può immaginare che stretto tra Merkel e Macron, salutato come un nipote da Juncker e Tusk, Conte abbia iniziato a capire che l’Italia non può permettersi fughe in avanti. A meno che non voglia essere vassallo di qualcuno.

Che poi, anche volendosi del male, si farebbe fatica a scegliere a quale padrone asservirsi. Trump, nonostante i suoi modi ruvidi, ha un merito: sta mantenendo gli impegni presi con gli americani in campagna elettorale. E questo significa che gli Usa non interpretano più come nel passato il ruolo di guida universale del mondo libero. Basta uno slogan: America first, per rendersi conto che andare dietro agli americani non è oggi né conveniente né tanto meno possibile.

E allora, potrebbe pensare qualcuno, buttiamoci con Putin. Il presidente russo è probabilmente il giocatore più lucido e talentuoso in fatto di geopolitica. Si è impossessato del Medio Oriente sfruttando la timidezza in politica estera di Obama; e una volta tagliato fuori dall’Occidente ha allargato il fronte verso l’Asia, creando una relazione privilegiata con la Cina che è forse il motivo principale per cui Trump ha proposto di reinserirlo nel G8. Ma di nuovo: l’Italia non ha la forza economica e politica per trattare da pari a pari con colossi come Usa, Russia e Cina.

Possono dunque esistere rapporti di amicizia e di rispetto, nei confronti dei giganti del mondo. Ma se l’Italia vuole contare qualcosa, invece di pensare a distruggere l’Europa pensi a renderla più forte e a scalare posizioni al suo interno.

La strada sarà pure in salita, ma è l’unica che porti da qualche parte.

Tra Brexit e Apocalisse: vade retro Quitaly

quitaly

 

Nemmeno il tempo di uscire dalla crisi di governo (e istituzionale) che la realtà torna a bussare alla nostra porta. Lo fa sommessamente, senza strilli, senza bisogno di chiamare in causa i mercati. Lo fa attraverso gli esempi, le storie vere, appunto. Che sono quelle che più colpiscono l’immaginario: se una cosa brutta è successa a mio fratello, per quanto incredibile possa risultare, ci credo. Eccome se ci credo.

E c’è da sperare che avremo in futura memoria buona, che mai ci lasceremo tentare dall’uscita dall’Europa, che “battere i pugni” sul tavolo – alla fine – non sortisca l’effetto di ribaltare tutto. Noi per primi.

Basta vedere quello che sta succedendo al Regno Unito, che a 2 anni dal referendum sulla Brexit non ha ancora trovato un accordo con Bruxelles rispetto all’unione doganale e all’adesione al mercato unico europeo. Anzi, notizia degli ultimi giorni, il governo May pare intenzionato a chiedere all’UE una proroga ulteriore, un “periodo di transizione speciale” per cercare di venire a capo delle varie questioni. Sette anni per lasciare l’Europa: 7, ed è il Regno Unito, non la piccola Italia.

Ma il problema è che la realtà non aspetta. La realtà ha tempi stretti, non dilatati come quelli della politica. Per questo motivo a partire dal prossimo 30 marzo 2019, la data che segnerà ufficialmente l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, potrebbe scatenarsi l’Apocalisse. E a dirlo non sono i nostalgici della Gran Bretagna in Europa (che pure sono in aumento), ma un rapporto stilato per il ministro per la Brexit in persona, David Davis.

Nello scenario che viene definito “Doomsday” (Giudizio universale), l’Armageddon si traduce nell’Apocalisse per la gente comune: tempo un paio di giorni e le regioni più lontane del Regno Unito, come la Cornovaglia e la Scozia, si troveranno senza rifornimenti. Nel giro di un paio di settimane verrebbero a mancare il cibo, i medicinali e il carburante, con il governo che si vedrebbe costretto a ricorrere alla Raf, la mitica aviazione militare, per assicurare gli approvvigionamenti.

La realtà, appunto, fa paura. Abbiamo da italiani una fortuna: l’esempio degli amici britannici. L’Europa non è una gabbia. L’Europa è la nostra rete di protezione. Vade retro Quitaly.

Alfie Evans è dei suoi genitori

alfie evans

 

Alfie Evans della sua storia non sa niente. Non ha neanche 2 anni, questo bambino inglese che lotta contro una grave malattia neurodegenerativa senza nome.

Tenuto in vita da un respiratore artificiale, intanto succhia il ciuccio, dice chi lo ha visto in un ospedale di Liverpool, lo stesso nel quale rischia di morire contro il volere dei genitori.

Vogliono staccare la spina, i giudici inglesi, dicono che continuare a tenerlo in vita significhi accanirsi. Ma mamma e papà non si arrendono: loro, che Alfie lo ha messo al mondo, hanno buoni motivi per credere che il figlio si possa ancora salvare.

Quindi chi deve averla, quest’ultima parola sulla vita di Alfie? Lui non può dire. Per fortuna neanche sa. Ma allora chi se non i genitori? Che prima di arrendersi possano tentarle tutte.

La notizia di queste ore è che l’Italia ha concesso ad Alfie la cittadinanza. Il tentativo è quello di favorire il trasferimento del piccolo al Bambin Gesù di Roma.

Sarebbe questo, un atto di umanità. Perché di umano non c’è nulla, nel togliere la vita ad un bambino contro il volere dei suoi genitori.

Essere Lord Michael Bates

Gli è bastato arrivare in ritardo di due minuti, non rispondere alla prima domanda dalla baronessa Lister, per sentirsi in difetto. Essere Lord Michael Bates, ministro britannico del Dipartimento internazionale per lo sviluppo, non è cosa da tutti.

Centoventi secondi di troppo,  due minuti insomma: le chiavi della macchina dimenticate a casa. Ma no, erano in tasca! Un’inutile perdita di tempo. E poi che fa la signorina lì davanti? Guarda il cellulare invece di guidare? Ecco, è scattato un altro semaforo rosso. Ma di usare il clacson non se ne parla nemmeno. Siamo Lord, ma siamo inglesi, prima di tutto. Ormai ci siamo: via, di corsa, pronto a fare il proprio ingresso nella Red Chamber, ma la seduta è iniziata: che si è perso?

Centoventi secondi, due minuti di troppo, sempre quelli, Lord Bates. Gli stessi che la baronessa Lister, laburista e dunque all’opposizione, ha impiegato per formulare una domanda, una banalissima domanda. Ma non per lui, non per Michael Bates. Che al suo titolo di Lord ci tiene davvero e lo nobilita con una dichiarazione che ha già fatto il giro del mondo: “Offro le mie scuse alla Baronessa Lister per la maleducazione che ho mostrato non facendomi trovare al mio posto per rispondere alla sua domanda. Nei cinque anni in cui è stato un mio privilegio rispondere alle domande per conto del governo, ho sempre creduto che dovremmo elevare il livello di cortesia e rispetto nel rispondere. Mi vergogno per non essere stato al mio posto, e di conseguenza offrirò al primo ministro le mie dimissioni con effetto immediato“.

Subito dalla Camera dei Lord si eleva un boato, un “nooo” molto british (con tanto di “u” finale) che coinvolge maggioranza e opposizione. Qualcuno tenta di fermarlo, mentre a capo chino lascia il Parlamento. Ma Lord Bates se ne va mesto, incontro al suo destino.

Per la cronaca: Theresa May ha respinto le sue dimissioni. Chissà che fine farebbe in Italia, un politico così. Auguriamo a Lord Bates di non capitare mai da queste parti, neanche per sbaglio. Andrebbe incontro di sicuro ad un esaurimento nervoso. Lui si è disperato per due minuti di ritardo. Qui non sappiamo neanche se le risposte arriveranno, prima o poi.