Russofobia

Salvini in Russia

Per un anno Matteo Salvini ha tollerato le tensioni che quotidianamente emergevano nell’attività di governo con il MoVimento 5 Stelle. Ogni turbolenza è stata derubricata a normale dialettica, qualsiasi incomprensione è stata archiviata da un ritornello che abbiamo imparato a conoscere: “Il governo dura 5 anni“.

Quando i suoi compagni di partito, i fedelissimi, gli amici, gli alleati del centrodestra, facevano notare a Matteo Salvini quello che a sua volta è diventato un altro refrain dei retroscena sui giornali, l’ormai arcinoto “così non si va avanti“, il leader della Lega ha sempre temporeggiato, rinviato la resa dei conti, assicurato ai suoi che non era il momento di strappare.

Così è andata per un anno. Ma da oggi sembra non andare più. E bisogna allora domandarsi il perché di questo cambiamento. Davvero Salvini si è sentito tradito dal MoVimento 5 Stelle per il voto alla Von der Leyen in Europa (con cui peraltro lui stesso aveva preso accordi) al punto da mettere a repentaglio la tenuta di un governo che – dice lui – è passato in questi mesi “dalle parole ai fatti“?

Realmente un’intervista del premier Conte, fino a questo momento talmente trasparente da subire persino l’umiliazione di essere scavalcato dal Presidente del Consiglio “in pectore” in una riunione con le parti sociali, ha fatto decidere Salvini che la misura è colma? Non le incomprensioni sulla Tav, sulle autonomie, sull’Ilva, sulla flat Tax. Un’intervista di Conte?

Ed è credibile che sia stata la replica di Di Maio alle accuse di Salvini sull’inciucio Pd-M5s in Europa a sortire questa deflagrazione nei rapporti interni al governo? Davvero è bastato questo a portare Salvini a ritenere esaurita la fiducia personale tra alleati? In altri tempi, più precisamente fino ad una decina di giorni fa, il leader della Lega avrebbe mandato bacioni, snocciolato slogan, trangugiato una fetta di pane e nutella e via.

Bisogna allora domandarsi se la vera spina nel fianco di Salvini, il tema che ha scombinato i suoi stessi piani, non sia stata invece l’inchiesta sulla Russia. Non siamo in grado di dire se davvero la Lega abbia ricevuto 65 milioni di dollari di finanziamenti. Non amiamo le cacce alle streghe e la politica fatta nei tribunali. Però dobbiamo registrare un nervosismo insolito, esagerato, alla luce del fatto che tutte le ipotesi dei giornali e della Procura di Milano sono state per ora bollate da Salvini come “fantasie”. Fantasie che però lo hanno spinto fino ad oggi a dribblare il Parlamento, fantasie che si sono rivelate più credibili di ogni tentativo di smarcarsi da Savoini, in verità molto più vicino al leader leghista di quanto lui stesso abbia ammesso.

Ecco, alla luce di tutte queste “stranezze”, se per caso venisse fuori che agitare lo spauracchio della crisi di governo serve ad impaurire i 5 Stelle (panico da perdita di poltrona) per portarli a silenziare la vicenda moscovita, allora sarebbe grave. Avremmo la prova che Matteo Salvini è affetto da una sindrome che comporta nervosismo e attacchi isterici, che provoca cambi di rotta repentini e paura folle. Si chiama Russofobia. E una volta fatta la diagnosi dovremmo indagare sul perché dell’insorgere di questa malattia.

Salvini, Savoini e il manuale dell’amante

Salvini e Savoini a Mosca

Non bastano montagne di foto, video, audio per convincere Matteo Salvini ad ammettere che Gianluca Savoini non era un imbucato nella delegazione della Lega in Russia. Come recita il manuale del traditore perfetto il mantra è solo uno. Quando vieni scoperto a letto con l’amante puoi fare soltanto una cosa: negare, negare e ancora negare. Poi spetta all’altro, in questi caso agli italiani, decidere se crederti o meno, se pensare che l’amante si sia intrufolata nel letto a tua insaputa mentre dormivi, o farsi due domande, chiedersi se per caso quella sera non eravate proprio in due…

Perché alla fine il punto è questo: Salvini, davvero, risulta alle volte simpatico. Ha ottimi tempi comici, le sue dirette Facebook strappano più di un sorriso, è un’abilità che gli va riconosciuta. Non abbiamo il dente avvelenato. Il problema, però, è che non paghiamo Salvini per essere Crozza. Non deve farci ridere. E quando il ministro dell’Interno viene associato ad un’inchiesta potenzialmente molto grave come quella suggerita dagli scoop de “L’Espresso” e di “BuzzFeed” non può essere normale che tutto si limiti ad un “mai preso un rublo o un litro di vodka”. Quando ti rendi conto che il vicepremier di un grande Paese come l’Italia si difende chiamando in causa Masha e Orso, quando gioca allo scaricabarile su Savoini (d’altronde è il governo delle manine), quando non è in grado di mostrare la serietà che si addice ad un leader di fronte ad una questione seria, a quel punto c’è necessità di farsi qualche domanda.

Vogliamo votare il più abile sui social, il battutista più acuto, il personaggio più simpatico del momento, l’influencer più portato? Vogliamo perdonargli tutto, anche un presunto caso di corruzione internazionale che riguarderebbe il suo partito, soltanto perché è Salvini, perché in fondo sembra proprio uno di noi, perché ci fa ridere e sorridere? Se la risposta è sì, indipendentemente da tutto ciò che deriverà dall’inchiesta della Procura di Milano, è evidente che abbiamo un problema: non abbiamo capito che tra Savoini e Salvini, ci siamo pure noi.

Chi l’avrebbe detto che un giorno ci saremmo ritrovati a dire “prima gli italiani”…

Perché l’inchiesta sui soldi russi alla Lega può essere l’inizio della fine di Salvini

Lo scoop di BuzzFeed sui presunti legami tra la Lega e la Russia

Chiariamolo subito: senza i soldi russi che si dice siano arrivati alla Lega tramite finanziamenti illeciti Matteo Salvini avrebbe vinto in carrozza le Elezioni Europee. Non sono gli eventuali 65 milioni di dollari che avrebbero sostenuto la campagna elettorale leghista ad aver spostato gli equilibri del consenso in Italia. Questo è un fatto.

Ma è un fatto anche che se le accuse di BuzzFeed venissero confermate (e il sito ha una sua autorevolezza quando si discute di inchieste giornalistiche di questo tipo) allora ci troveremmo dinanzi ad un evento politicamente importante, potenzialmente deflagrante per la credibilità di Matteo Salvini. Talmente grave da poter ipotizzare che questa inchiesta diventi – per intenderci – ciò che il caso Ruby rappresentò per Berlusconi: la mina che esplode quando meno te l’aspetti, la bomba che d’un tratto spezza l’incantesimo con il Paese, la storia che incrina irrimediabilmente il rapporto di fiducia con gli italiani.

Perché se – e ribadiamo il se – venisse confermato che quei soldi effettivamente sono entrati nelle casse della Lega, ma anche se fosse acclarato soltanto il tentativo di imbastire una trattativa con alti esponenti della nomenclatura del Cremlino, dovremmo parlare non solo di un illecito, ma anche del disvelamento del bluff rappresentato dalle politiche di Matteo Salvini.

Pensateci: cosa può esserci di meno credibile di un “sovranista” che dipende dai finanziamenti (e non due lire, ma 65 milioni di dollari!) di un altro Stato? Questo Stato presunto finanziatore fornirà il suo sostegno economico per spirito di sincera e benevola amicizia o pretenderà di esercitare in cambio un’influenza sulle politiche di quel partito? E cosa accade se quel partito – dettaglio non da poco – è guarda caso al governo del Paese? Non è esagerato parlare di rischi per la sicurezza nazionale. Non è avventato pretendere chiarimenti immediati e definitivi.

Ecco perché Matteo Salvini non può limitarsi ad archiviare la pratica con una battuta. Questa volta non può prendersela con la magistratura (che pure un occhio su questa vicenda potrebbe buttarlo per chiarire cosa c’è di vero), non c’è un complotto di nemici interni da denunciare. Spetta a lui fugare ogni dubbio. Se non vuole farlo per sé lo faccia per noi. Prima gli italiani, poi magari i russi.

Perché Salvini pensa ad Alex mentre la Libia sta per esplodere?

Salvini a "Fuori dal coro", Rete 4

Le immagini delle prigioni libiche (qui il video), dei centri di detenzione dove migliaia di persone (sì, persone) vengono trattenute contro la loro volontà, sono un colpo al cuore. Li vedi lottare per bere un sorso d’acqua di dubbia provenienza, tutti dallo stesso bicchiere, tutti dallo stesso secchio. Sgomitano, si spingono, si accalcano, forse si odiano, perché sanno che un sorso per un compagno è un sorso in meno per sé, perché sanno che quell’acqua prima o poi finisce, e il momento di dissetarsi rischia di essere rinviato, ancora e ancora.

Sono lì, costretti a dormire accanto ai rifiuti, tra mosche e vermi, ammassati su giacigli di fortuna, privati della dignità che dovrebbe essere propria di ogni essere umano, prigionieri in quanto africani, destinati a soffrire per un caso, condannati a scontare l’essere nati nel posto sbagliato nel momento sbagliato, mentre nessuno sembra preoccuparsi realmente della loro condizione.

Le parole del ministro dell’Interno del governo di Tripoli, quello che fa capo a Sarraj, sono state chiare:”Il governo di accordo nazionale è obbligato a proteggere tutti i civili, ma gli attacchi verso i centri di detenzione dei migranti da parte dei caccia F16 è al di là della capacità governativa di proteggerli“.

Significa che migliaia di persone potrebbero essere presto libere di tentare la traversata della vita nel Mediterraneo, cercando così di sfuggire ad una guerra che è il frutto di un intervento scellerato (chiedere a Sarkozy). Il risultato sarebbe un esodo di massa che – a quel punto sì – si tradurrebbe in una vera e propria “emergenza” soprattutto per l’Italia, mettendo a nudo tutti i limiti delle politiche migratorie di Salvini, talmente concentrato, così sul punto, da investire tutte le sue energie nel contrattare uno scambio dei 54 migranti della nave Alex con 55 migranti di Malta (siamo ormai alla logica delle figurine) piuttosto che preoccuparsi delle migliaia che potrebbero arrivare nelle prossime settimane.

La notizia che Vladimir Putin ha portato nei suoi colloqui a Roma è di quelle preoccupanti: centinaia di foreign fighters di ritorno stanno lasciando la Siria per concentrarsi nel Nord Africa. Un dato di fatto che rende ancora più vergognoso l’atteggiamento di una comunità internazionale che non è stata neanche capace di trovare l’accordo su uno straccio di comunicato di condanna del raid aereo che a Tajoura ha provocato un bilancio di almeno 44 morti e 130 feriti per non urtare la suscettibilità (e l’autorità) del generale Haftar.

Se Putin come sempre ha colto il nocciolo della questione (“Chi ha distrutto la stabilità della Libia? Per me è stata una decisione della Nato. E questo è il risultato. Abbiamo osservato il caos, e la lotta tra vari gruppi paramilitari. Non dobbiamo portare noi un ruolo stabilizzatore“) lo stesso non sembra essere per il governo italiano, incapace di imporre le proprie ragioni (è ovvio che non possiamo accogliere in Italia tutto il continente africano) a causa dell’atteggiamento da bullo di quartiere di un ministro che preferisce lucrare (lui sì) sulla tragedia umana di un manipolo di migranti mentre un vulcano sta per esplodere a poche miglia marine dalle nostre coste.

C’è poi la questione di un governo incapace di esercitare la propria leadership nell’unica area di interesse strategico che le è rimasta. La Libia rappresenta a livello geopolitico una priorità per l’Italia (basta leggere alla voce Eni). Ogni turbolenza rischia di ripercuotersi pericolosamente sul nostro Paese. L’atteggiamento ondivago del nostro esecutivo (abbiamo deciso da che parte stare? Con Haftar o con Sarraj?) non fa altro che alimentare il caos, rendere sempre più utopico un disegno di pace e stabilizzazione dell’area, ed esporre l’Italia all’arrivo di migliaia di migranti tra cui potrebbe (stavolta davvero) nascondersi qualche malintenzionato.

Il tutto mentre quelle immagini di essere umani ridotti a bestie continuano ad esistere, anche ora, in questo preciso istante, e a perseguitare chi ha un po’ di coscienza.

Libia, l’Italia e le sue colpe: tutti gli errori del governo

Mentre Di Maio e Salvini occupano i palinsesti televisivi, si esibiscono in reciproche accuse su chi fa più selfie e discutono di tasse più o meno piatte a seconda della convenienza del momento, a poche miglia marine dalle nostre coste rischia di infuriare una guerra civile con ricadute gravissime per l’Italia.

Diciamocela tutta, la Libia è un gran casino non da oggi. E’ vero però che un governo normale – per intenderci, un governo con una politica estera – avrebbe potuto limitare i danni. E’ un po’ quello che accadde nel 2011 con Gheddafi: non volevamo la guerra, con il Colonnello avevamo costruito un asse privilegiato. I francesi decisero allora di sabotarci.

Fummo costretti a partecipare all’azione militare in Libia. E la costrizione era motivata dai dispacci che i nostri stessi “alleati” francesi e inglesi inviavano ai nostri vertici militari con messaggi del tipo: “Noi dobbiamo bombardare in prossimità dei vostri stabilimenti Eni: facciamo noi?“. Risposta dell’allora governo Berlusconi: “No, grazie, facciamo da soli che stiamo più attenti“.

La storia ha raccontato in questi anni che i piani della Francia di sostituire Gheddafi con un leader amico di Parigi non sono andati a buon fine. Di fondo resta che la Libia non è una nazione ma un insieme di tribù. E non basta che qualcuno dall’alto cali un capo, bisogna che il comando venga riconosciuto sul campo.

Si potrebbe allora essere tentati dal pensare che non tutte le colpe siano di questo governo, che se il progetto di regime change non è andato a buon fine non è certo colpa di Giuseppe Conte. Ed è vero, non tutte le colpe sono dell’Italia: d’altronde non contiamo così tanto. Ma gli errori commessi negli ultimi mesi sono stati tanti, pure troppi.

Il primo lo avevamo ampiamente preannunciato qualche settimana fa, quando ancora doveva essere siglato il memorandum con la Cina per la Nuova Via della Seta. Perché non puoi avere la pretesa di fare affari con il maggior competitor degli Stati Uniti e poi bussare alla porta di Washington per chiedere aiuto diplomatico e militare se fatichi a mantenere il controllo dell’unica area di tuo interesse strategico nel Nord Africa.

Quando Trump ha riconosciuto a Conte la cabina di regia della partita libica lo ha fatto a cuor leggero: quella zona agli americani non interessa abbastanza, il loro mirino è puntato altrove. Basterebbero un paio di caccia americani per distruggere le milizie di Haftar: levandosi in volo avrebbero la potenza di fuoco per radere al suolo la colonna di mezzi che si sta dirigendo Tripoli. Ma gli Usa non hanno alcuna intenzione di darci una mano. In primis perché i nostri interessi confliggono con quelli dei francesi, ai quali gli americani sono legati da un rapporto quasi sentimentale; in secondo luogo perché ci stanno impartendo una lezione: “Dite che siete indipendenti? Dite che non avete bisogno di noi? Come on, sbrigatevela da soli“.

Noi, però, da soli non possiamo fare proprio niente. Certo basterebbe prendere il telefono, comporre il numero del Cremlino, chiedere una mano a Vladimir Putin e Haftar diventerebbe in un amen un simpatizzante di Roma. Ma a Mosca non fanno niente per niente: vogliono qualcosa di concreto in cambio per includerci nella loro cerchia ristretta di amici. E ancora non siamo ad un livello di follia e autolesionismo tali da tagliare tutti i ponti con gli Usa.

Questo governo ha messo in fila una serie di errori marchiani, che hanno contribuito a renderci deboli agli occhi di tutti i giocatori di questa partita. Prendiamo ad esempio la Conferenza di Palermo: dopo aver capito che Sarraj non era probabilmente il cavallo vincente che speravamo che fosse, abbiamo steso tappeti rossi al passaggio di Haftar. C’è materiale per scrivere un manuale: “Come sconfessare in pochi giorni una linea politica portata avanti per anni e ritrovarsi in un colpo senza alleati sicuri“. Perché Sarraj sarà debole ma non stupido e Haftar incassato il nostro riconoscimento è rimasto amico dei suoi primi sostenitori (francesi, egiziani, russi ecc).

In questo senso non era stata sbagliata la politica di ricucitura con l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti, tra i principali registi dell’avanzata di Haftar. Peccato però che Conte con il suo viaggio in Qatar abbia irritato non poco emiratini e sauditi, rimettendo ancora una volta in discussione il nostro sistema di alleanze.

Tutta questa serie di errori, di fondo, ha un comune denominatore molto chiaro: pensiamo di poter stringere accordi economici di volta in volta vantaggiosi per noi, dimenticando la visione d’insieme. Cosa che gli altri Paesi tengono invece sempre ben presente: si chiama geopolitica. In sintesi: pensiamo di essere furbi ma non lo siamo affatto. E la Libia ne è la dimostrazione.

Sul Venezuela stiamo facendo una figura pessima

La qualità di un governo che si definisce “del cambiamento” dovrebbe essere la determinazione nell’affermare le proprie scelte, anche radicali, sui temi che più contano. Un esempio: il Venezuela. Ma che succede se la percezione dei temi più importanti è assente? Se una questione di caratura internazionale, fondamentale per definire il posizionamento dell’Italia sulla scacchiera delle alleanze, viene considerata come un argomento da dopo-cena, una discussione così, tanto per, un bonus per gli amanti della politica estera e nulla più?

Il Venezuela è invece il banco di prova per capire dove siamo diretti. Se la nostra collocazione storica, ben piantata nell’Occidente, vale ancora a qualcosa oppure può essere messa in discussione da un reduce guatemalteco che dopo averle cantate a tutte sull’honestà e via dicendo ha pensato che bastava una diretta Facebook in cui diceva di essersi “incaz*ato” col padre – pescato a tenere un lavoratore in nero – per archiviare la pratica e tanti saluti. Se Salvini, che pure le sue simpatie filo-russe non le ha mai nascoste, ha deciso di appoggiare Guaidó a dispetto dell’indicazione di Putin, il motivo è che si può scherzare fino ad un certo punto, ma poi interviene una cosa che si chiama politica, realtà, e allora giocare a fare i comunisti non paga più.

Per conoscere la posizione ufficiale dell’Italia, tra uscite estemporanee di Moavero (sì, esiste) e botta e risposta di Salvini-Di Battista (che statisti!), si è dovuto attendere ieri sera, quando Conte – a differenza di quanto sostengono molti giornali, che parlano di posizione “democristiana” – si è di fatto smarcato dal blocco europeo, quello composto da Germania, Francia, Spagna, nostra collocazione naturale, che a Maduro ha dato un ultimatum: elezioni in 8 giorno o riconosciamo Guaidó. Conte invece stigmatizza “l’impositivo intervento di Paesi stranieri”. Tradotto dal linguaggio di Azzecca-Garbugli: prova a lavarsene le mani, ma di sicuro non appoggia Guaidó, quasi strizza l’occhio a Maduro e ancora una volta ci fa perdere il treno dell’Europa.

Isolati, sempre di più, con la spocchiosa convinzione di essere sempre nel giusto, con la pericolosa ingenuità di chi pensa che la storia non sia un fattore, che le alleanze possano essere ridisegnate a seconda della convenienza, del pensiero del momento. No, non funziona così. Rischiamo di scoprirlo sulla nostra pelle e su altri dossier. L’incoerenza ha un costo, sempre.

O si fa l’Europa o si muore

trump putin

 

Ciechi a tal punto da non vedere che siamo troppo piccoli per contare qualcosa da soli. Così ottusi da pensare che in geopolitica valga il principio secondo cui chi fa da sé fa per tre. No, non funziona così, cara Italia rissosa e autolesionista, caro governo che tratti l’Europa come fosse un fardello, un peso da cui liberarsi al più presto.

Non siamo l’America di Trump. Non siamo la Russia di Putin. Loro sì, che hanno più di una ragione per fare i sovranisti. Si bastano da soli. Non hanno bisogno di aiuti altrui, semmai sono necessari a tutti gli altri. E lo hanno capito così bene che pur sapendosi diversi hanno deciso di stringersi la mano, di guardarsi negli occhi, di tentare di archiviare – forse davvero – quel po’ di ghiaccio ereditato dall’iceberg mastodontico che fu la Guerra Fredda.

Gli esperti la chiamano realpolitik, cioè una politica basata sugli interessi del momento, sulla realtà circostante, alla faccia dei principi, delle ideologie, delle differenze e delle diffidenze. Putin in questo è stato un maestro: ha approfittato delle indecisioni di Obama per prendersi il Medio Oriente. Trump per il momento fa l’opposto di Barack ogni volta che ne ha l’occasione, e questo gli basta per pensare di essere nel giusto.

Ma se Washington e Mosca pensano ad un Nuovo Ordine Mondiale, a come spartirsi fette di terra e sfere d’influenza senza pestarsi i piedi, tra Occidente e Oriente sta un Continente mai così “Vecchio” come in questi anni, vittima degli egoismi e dei nazionalismi, dei sovranismi autolesionisti e dei ras di quartiere che studiano da aspiranti dittatori.

Svegliarci tutti, capire i nostri limiti, che o ci aggreghiamo o diverremo Paesi satelliti. Qui o si fa l’Europa o si muore.

Il governo degli annunci vota sì alle sanzioni contro la Russia

putin bis

 

La metafora che meglio descrive il governo degli annunci arriva ovviamente dell’Europa. Sanzioni alla Russia estese per un anno ancora. Una proroga stabilita dal Consiglio Ue almeno fino al 23 giugno 2019, in risposta all’annessione della Crimea e Sebastopoli.

Sembrano preistoria le parole di Giuseppe Conte nel discorso sulla fiducia pronunciato al Senato neanche due settimane fa: “Saremo fautori di una apertura alla Russia, che ha consolidato negli ultimi anni il suo ruolo internazionale in varie crisi geopolitiche. Ci faremo promotori di una revisione del sistema delle sanzioni, a partire da quelle che rischiano di mortificare la società civile russa“.

Alla fine è bastato un viaggio in Canada al Presidente Conte, un bagno di realtà al G7 di Charlevoix, per addivenire a più miti consigli. Per rendersi conto che forse non sono Salvini e Di Maio i due più indicati a dettare l’agenda della politica estera del governo.

Già, perché qualcuno resterà sorpreso, ma l’Italia al Consiglio UE ha votato sì alle sanzioni contro la Russia.

Da qui deriva almeno una domanda: se è vero che non siamo mai stati così centrali e influenti come in questo momento- così dice Salvini -, come mai al primo vero bivio della politica comunitaria l’Italia è stata bellamente ignorata?

Ah già, sono trascorsi 13 giorni dal discorso di Conte al Senato. Può darsi che in questo “lungo” arco di tempo il Presidente abbia cambiato idea su Putin e la Russia. E allora tutti gli altri in Europa abbiano deciso di seguirci e di votare compatti insieme a noi.

Sì, dev’essere andata proprio così…

La lezione del G7 per i sovranisti italiani

g7 canada

 

Al governo Conte è concesso un vantaggio. Essendosi appena insediato può godere di una luna di miele con gli italiani che si traduce soprattutto in un tesoretto di tempo utile per capire da che parte stare. Ma dovrebbero essere bastati i due giorni di G7 in Canada, al premier Conte, per rendersi conto che il solo posto dove l’Italia può sperare di dire la sua è anche lo stesso da cui Salvini e Di Maio sono intimamente tentati di uscire: l’Europa.

In un contesto storico in cui i nazionalismi e i sovranismi la fanno da padrone, dove le riunioni tra leader vengono vissute con insofferenza e fastidio – si veda l’atteggiamento di Trump – Paesi come l’Italia hanno un’unica strada per tentare di contare qualcosa: fare squadra con chi ha interessi se non uguali quanto meno simili.

E in questo senso è da salutare con fiducia la retromarcia di Conte sul piano delle sanzioni nei confronti della Russia. Si può immaginare che stretto tra Merkel e Macron, salutato come un nipote da Juncker e Tusk, Conte abbia iniziato a capire che l’Italia non può permettersi fughe in avanti. A meno che non voglia essere vassallo di qualcuno.

Che poi, anche volendosi del male, si farebbe fatica a scegliere a quale padrone asservirsi. Trump, nonostante i suoi modi ruvidi, ha un merito: sta mantenendo gli impegni presi con gli americani in campagna elettorale. E questo significa che gli Usa non interpretano più come nel passato il ruolo di guida universale del mondo libero. Basta uno slogan: America first, per rendersi conto che andare dietro agli americani non è oggi né conveniente né tanto meno possibile.

E allora, potrebbe pensare qualcuno, buttiamoci con Putin. Il presidente russo è probabilmente il giocatore più lucido e talentuoso in fatto di geopolitica. Si è impossessato del Medio Oriente sfruttando la timidezza in politica estera di Obama; e una volta tagliato fuori dall’Occidente ha allargato il fronte verso l’Asia, creando una relazione privilegiata con la Cina che è forse il motivo principale per cui Trump ha proposto di reinserirlo nel G8. Ma di nuovo: l’Italia non ha la forza economica e politica per trattare da pari a pari con colossi come Usa, Russia e Cina.

Possono dunque esistere rapporti di amicizia e di rispetto, nei confronti dei giganti del mondo. Ma se l’Italia vuole contare qualcosa, invece di pensare a distruggere l’Europa pensi a renderla più forte e a scalare posizioni al suo interno.

La strada sarà pure in salita, ma è l’unica che porti da qualche parte.

Putin zar di Russia: l’Orso è uscito dal letargo e nessuno può fermarlo

Putin

 

Nelle oltre 700 stanze del Palazzo del Cremlino, nel cuore di Mosca, Vladimir Putin si sente a casa. Non è un caso che lo chiamino Zar.  Pensa come un sovrano, agisce da Re, e soltanto oltre i confini della Grande Madre Russia si presenta come un leader democratico, quel tanto che basta ad evitare rogne con la comunità internazionale.

Ama pensare a se stesso come all’uomo sempre e comunque dal lato giusto della Storia, diffonde un culto della personalità spudorato, presentandosi al suo popolo come un unto dal Signore, un eletto (e senza brogli). E a proposito di elezioni, non ci vuole un esperto di politica estera per dire che domenica, alle presidenziali 2018, a trionfare sarà lui: l’eterno Vladimir, l’ex agente del KGB, il campione di judo, l’uomo più potente del mondo. Nessun candidato ha la forza per mettersi di traverso. E se qualcuno mostra delle potenzialità viene messo fuori causa prima: si veda Navalny, arrestato con l’accusa di corruzione.

Del resto Vladimir Putin è uomo deciso: è l’ex bambino che ancora scolaro si recò in una sede dei servizi segreti per chiedere come entrare a far parte del KGB. Alcuni funzionari gli risposero di rigare dritto e di studiare legge: e lui così fece. Il destino volle che fosse proprio Putin, a Dresda, nel palazzo della Stasi (la famigerata polizia segreta della Germania comunista) a difendere il Kgb e l’Unione Sovietica in procinto di crollare assieme al Muro di Berlino.

Dinanzi a migliaia di manifestanti pronti a forzare i cancelli, Putin imperturbabile disse: “Ho 12 pallottole. Una la lascio per me. Ma compiendo il mio dovere, dovrò sparare“. 

Ma nella fedeltà alla Grande Madre Russia si riscontra un tratto tipico della personalità di Putin: il senso di lealtà. Uomo fidato di Anatoly Sobchak, primo sindaco democratico di San Pietroburgo (oltre che suo ex professore universitario), quando questi venne sconfitto alle elezioni Putin rifiutò l’abboccamento del vincitore: “Meglio essere impiccati per fedeltà che essere ricompensati per tradimento“, disse.

Personaggio controverso, uomo dalle mille facce, Putin è all’occasione il miglior amico dell’Occidente e il suo peggiore incubo. Russia alleata privilegiata nella lotta al terrorismo islamico, ma anche unico motivo d’esistenza della NATO; Russia mediatrice con la Corea del Nord, ma pure elemento destabilizzante quando si tratta di Medio Oriente; Russia che apre i rubinetti del gas per l’Europa, ma che forse usa il nervino per uccidere le spie in Inghilterra. Russia croce e delizia, Russia “rebus avvolto in un mistero che sta dentro ad un enigma“, come disse Winston Churchill.

Mosca tornata centrale grazie a Putin figlio di nessuno: papà comunista che guidava i sommergibili contro i nazisti, mamma operaia semplice. Ha fatto gavetta, scalato posizioni, mantenuto le sue conquiste. Adesso, dal Cremlino, vede il mondo come una scacchiera. Muove i pezzi con disinvoltura, ben consapevole che nessuno al mondo può pensare di sfidarlo sperando di uscire vincitore dal conflitto. Del resto Vladimir sa come si fa: “La strada a Leningrado, cinquant’anni fa, mi ha insegnato una lezione: se la rissa è inevitabile, colpisci per primo“. Putin è questo: l’Orso russo è uscito dal letargo.