“Segui i soldi”

Follow the money“, segui i soldi. Questa è la frase iconica di un film che ha fatto la storia e l’ha raccontata. “Tutti gli uomini del presidente“, anno 1976, è la pellicola che narra il dietro e il davanti le quinte dello scandalo Watergate che segnò la fine della presidenza di Richard Nixon. “Follow the money” è la frase pronunciata dalla “Gola Profonda” a Bob Woodward, il giornalista che insieme a Carl Bernstein si rese protagonista dello scoop che cambiò l’America. Quest’ultimo, diversi decenni dopo, incitò i suoi colleghi ad applicare su Donald Trump lo stesso principio che aveva portato al successo della loro inchiesta: sì, seguire i soldi. Quel Donald Trump che, ironia della sorte, nel settembre del 2016 utilizzò questa identica espressione per criticare Hillary Clinton e la sua fondazione. Lo stesso Donald Trump – sempre lui – che esattamente quattro anni dopo, ad un mese dalle elezioni più importanti della storia americana, rischia di essere incastrato da un’inchiesta del New York Times.

Follow the money“, seguite i soldi.

Trump l’evasore

Iniziamo col dire che il New York Times è il New York Times. Al di là dell’orientamento liberal, un quotidiano del genere non pubblica un’inchiesta senza essere sicuro al 100% della bontà del proprio lavoro. Il giornale sostiene di aver messo le mani sulle dichiarazioni dei redditi di Donald Trump dal 2000 al 2017. Ne emerge un quadro sconvolgente, anche per coloro che mettevano in conto da tempo un’evasione fiscale corposa del magnate newyorchese. Basti dire che nel 2016 e nel 2017 il biondo di Manhattan ha versato nelle casse federali 750 dollari l’anno. Milioni di americani, molto più poveri di lui, in queste ore potrebbero essere particolarmente nervosi. A maggior ragione pensando che in 10 dei quindici anni precedenti, Trump non ha pagato al fisco neanche un dollaro. Ma come ha fatto il presidente, a fronte di un reddito netto di 427,4 milioni di dollari fino al 2018, a sfuggire a quasi tutte le tasse sulla sua fortuna? Secondo il NYT, “la risposta si trova in una terza categoria di attività di Trump: le aziende che possiede e gestisce personalmente. Le perdite collettive e persistenti da esse riportate lo hanno in gran parte assolto dal pagamento delle imposte federali sul reddito. (…) Questa equazione è un elemento chiave dell’alchimia delle finanze di Trump: usare i proventi della sua celebrità per acquistare e sostenere imprese a rischio, e poi gestire le loro perdite per evitare le tasse“.

Il rimborso da 72 milioni di dollari

Una delle scoperte più clamorose del NYT riguarda il rimborso da 72.9 milioni di dollari che Trump avrebbe ricevuto dal Tesoro americano per tutte le imposte sul reddito pagate per il periodo dal 2005 al 2008. La legittimità di tale rimborso è al centro della battaglia legale per la revisione contabile che The Donald conduce da tempo con l’Ufficio dell’Entrate Interno (IRS) e che il presidente ha utilizzato in questi anni (a partire dal 2011) per giustificare la propria ritrosia a pubblicare le sue dichiarazioni dei redditi, sostenendo che fossero oggetto di “audit“, ovvero una verifica della correttezza dei dati di bilancio e delle procedure di un’azienda.

Trump ha avuto accesso a quel rimborso “monstre” dichiarando enormi perdite commerciali – per un totale di 1,4 miliardi di dollari dalle sue attività principali per il 2008 e il 2009 – che le leggi fiscali gli avevano impedito di utilizzare negli anni precedenti. Ma, scrive il Times, “per trasformare quel lungo arco di fallimenti in un gigantesco assegno di rimborso, si è affidato a un abile lavoro di contabilità“. Se alla fine i revisori dei conti non ammetteranno il rimborso federale di 72,9 milioni di dollari di Trump, egli sarà costretto a restituire quel denaro con gli interessi, ed eventualmente con sanzioni, per un totale che potrebbe superare i 100 milioni di dollari.

Trump è davvero un vincente?

Oltre a mettere in dubbio l’onestà di Trump sotto il profilo fiscale, l’inchiesta del New York Times mina alle fondamenta il mito del “self-made man“, l’imprenditore di successo che si è fatto da solo, e quello del “dealer“, l’uomo capace di spuntarla in ogni trattativa grazie al suo fiuto per gli affari. Dalle dichiarazioni dei redditi emerge esattamente l’opposto: Trump risulta avere debiti per centinaia di milioni di dollari. Crolla così gran parte dell’impalcatura che il newyorchese ha creato per rappresentare la sua immagine all’esterno. The Donald, su Twitter, bolla tutto come “fake news“, ma a due giorni dal primo dibattito tv con John Biden, a poco più di un mese dalle elezioni, gli americani – anche i più fedeli conservatori – si trovano a dover decidere se vogliono credere al tweet del presidente o alle dichiarazioni rese al fisco dallo stesso tycoon.

Soldi e politica estera

Il dilemma diventa d’interesse pubblico a maggior ragione considerando il conflitto di interessi generato dal fatto che Trump non ha voluto rinunciare a guidare le sue società mentre si trovava alla Casa Bianca. Ma cosa succede se il presidente ha interessi personali in Turchia? Come bisogna leggere la sua intesa con Erdogan alla luce di questa scoperta? Ed è normale che il leader delle Filippine, Rodrigo Duterte, abbia scelto come inviato speciale per il commercio a Washington l’uomo d’affari dietro la Trump Tower di Manila? Sono solo alcune delle questioni che emergono dall’inchiesta, che evidenziano un intreccio geopolitico pericoloso per gli Stati Uniti, gestiti come un’impresa di famiglia da un magnate fin troppo disinvolto, che lega i suoi affari alle fortune del proprio Paese.

Nella politica americana, c’è un’espressione ricorrente nelle campagne elettorali: “October surprise“. Tradizione vuole che quasi sempre vi sia una “sorpresa d’ottobre”, un evento che cambia irrimediabilmente la contesa, che è in grado di spostare gli equilibri della sfida per la presidenza. Alcuni, per motivare questa tendenza, hanno tirato fuori perfino un’apposita teoria del complotto. Questa, però, ha il sapore di una “September surprise“. In fondo, nemmeno tanto sorpresa. Bastava dare ascolto alla vecchia regola dei maestri del giornalismo d’inchiesta: “Follow the money“, segui i soldi.

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T-ridicolo

T-ridicolo non è tanto che Pasquale Tridico, presidente dell’INPS, si sia raddoppiato lo stipendio. Non è solo il fatto che a stabilire una retribuzione di 150mila euro l’anno sia stato il governo Conte I, quello composto da Lega e MoVimento 5 Stelle. E nemmeno il tempismo dell’aumento in busta paga, giunto mentre tantissimi italiani faticano a sbarcare il lunario.

T-ridicolo non è unicamente che l’aumento dello stipendio del “papà del reddito di cittadinanza” sia stato finanziato tagliando il programma di spedizione delle buste arancioni, con le quali l’Inps informava ogni cittadino su quanto avrebbe percepito al momento di andare in pensione, consentendo a molte famiglie di pianificare il proprio futuro.

T-ridicolo non è il fatto che lo stop di questo programma sia arrivato “casualmente” proprio quando l’Inps avrebbe dovuto inviare informazioni su Quota 100 appena introdotta, e cioè quando molti italiani avrebbero visto coi loro occhi, nero su bianco, che smettere di lavorare prima del previsto gli avrebbe procurato una decurtazione della pensione. Al di là dei proclami di Salvini e Di Maio.

T-ridicolo non è Tridico che scrive una lettera a La Repubblica sconfessando l’inchiesta di una giornalista, salvo essere sconfessato – stavolta definitivamente – dagli atti ufficiali.

T-ridicolo non è Luigi Di Maio, che dice di volere dei chiarimenti ma dovrebbe domandarli a sé stesso, visto che a stabilire gli importi dei vertici Inps fu all’epoca proprio un decreto del ministro del Lavoro da lui presieduto.

T-ridicolo non è Giuseppe Conte, che come sempre, come sulla Gregoretti, sulla Diciotti, se ne lava le mani e dice di non essere informato, anche se la Presidenza del Consiglio era direttamente coinvolta, anche se il governo era il suo. O almeno così risulta.

T-ridicolo è in fondo che tutte queste cose, prese singolarmente, siano parte di una sola storia, quella di Tridico, appunto, e che nessuno abbia ancora sentito il bisogno se non di dimettersi quanto meno di chiedere scusa.

Ridicolo, ridicolo tutto.


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La mossa “Suprema” di Donald Trump

Pronostico rispettato: Donald Trump ha scelto Amy Coney Barrett come nuovo giudice della Corte Suprema al posto di Ruth Bader Ginsburg. Siamo dinanzi ad un momento di svolta nella campagna elettorale americana. Siamo negli Usa, il posto dove il motore della Storia è sempre acceso – non come altrove, dove qualcuno la cita spesso a sproposito – e la mossa del biondo di Manhattan è una di quelle in grado di cambiare gli scenari nei prossimi decenni.

Amy Coney Barrett: Why Trump's Supreme Court pick stirs fears he is  planning an assault on democracy | US News | Sky News

Il contesto

La Corte Suprema è il più importante organo giudiziario degli Stati Uniti: è quello che ha l’ultima parola sulle questione più controverse, quelle che da tempo dilaniano la società a stelle e strisce, sempre più radicalizzata, polarizzata. Sempre più Stati Divisi d’America. Che si tratti di pena di morte o di diritti degli omosessuali, di aborto o di armi, una decisione della Corte Suprema impatta sulle vite degli americani, ne cambia la traiettoria, le abitudini, gli stili di vita. Ne è la prova l’esistenza stessa di Ruth Bader Ginsburg, un’icona del diritto (non solo liberal), alla quale la stessa Amy Coney Barrett – giudice di dottrina diametralmente opposta a quella di RBG – ha concesso l’onore delle armi: “Ha polverizzato il soffitto di cristallo che è la barriera invisibile contro le donne, si è conquistata la nostra ammirazione“, ha detto.

La Corte Suprema degli Stati Uniti d'America
La Corte Suprema

Perché questa nomina conta così tanto

L’elettorato Repubblicano è storicamente ossessionato dalle nomine dei giudici nei tribunali statali e federali. L’interesse della base verso vicende di questo tipo è mediamente molto più alto di quello dei Democratici. Ecco spiegato il motivo della disponibilità di Mitt Romney – ex sfidante di Barack Obama e principale oppositore interno di Trump – a votare la nomina di Amy Coney Barrett in Senato: c’è troppo in ballo per i Repubblicani. Non si tratta di dare un contentino al proprio elettorato, né (soltanto) di mettere un dito negli occhi dei democrats, che rischiano di vedere spostato l’equilibrio della Corte (6 a 3 per i conservatori) a pochi giorni dalle elezioni, senza possibilità di fare (quasi) nulla per impedirlo. La nomina di Amy Coney Barrett è il grimaldello che i Repubblicani si sono improvvisamente trovati fra le mani per plasmare una società che nei prossimi anni, per demografia e tendenze, andrà altrove. Verso i democratici.

ACB

Donald Trump sarà anche uno sprovveduto sotto tanti punti di vista, ma quattro anni fa ha dimostrato di saper vincere le campagne elettorali. La morte di Ruth Bader Ginsburg gli ha fatto arrivare tra le mani un jolly: è risaputo che i due si odiassero, ma Trump per una volta ha voluto mostrare rispetto per una figura che non appartenesse al suo campo. L’ha definita “una gigante del diritto, una pioniera per le donne“, ha presenziato ai suoi funerali. Niente di straordinario per un presidente normale, molto rivoluzionario per Trump.

Donald Trump Booed During Ruth Bader Ginsburg Visit | PEOPLE.com
Donald e Melania rendono omaggio a RGB

La nomina della Barrett è l’evento che scompagina il presente, che rischia di ridisegnare il futuro. Non siamo di fronte alla macchietta tratteggiata da molti giornali italiani: alla Corte Suprema ci si arriva solo se si hanno i titoli per farlo, anche se alla Casa Bianca c’è The Donald. Quarantotto anni, sette figli di cui due adottati e uno con la sindrome di Down, ACB (questo l’acronimo adottato dalla stampa Usa) è stata la pupilla di Antonin Scalia, giudice italo-americano della Corte Suprema morto nel 2016, campione dei conservatori eppure grande amico della liberal RGB. Le loro visioni erano opposte, la loro cultura antitetica, eppure tra i due si è sviluppato un rapporto solido, di affetto e rispetto. RGB e Scalia sono due figure della vecchia America, quella in cui il dialogo tra le parti poteva essere rovente ma pur sempre presente. Nella nuova America il capo dei senatori repubblicani McConnell ha annunciato pochi minuti dopo la morte della Ginsburg (mancanza di rispetto) che il Senato avrebbe ratificato la nomina di Trump. McConnell è lo stesso che nel 2016, alla morte di Scalia, disse che Obama a 9 mesi dalla fine del mandato non aveva diritto di nominare nessun giudice. Ora di mese ne manca uno.

Values: The friendship of Ginsberg and ScaliaLos Angeles Post-Examiner
Ruth Bader Ginsburg e Antonin Scalia

Ginsburg e Scalia, Scalia e Ginsburg: la storia di Amy Coney Barrett si intreccia a quella di questi due giganti. Chiamata a sostituire Ginsburg, ACB ha detto che “la dottrina di Scalia è la mia“. La prescelta è quella che viene definita una “originalista“: per lei fa fede la Costituzione, non le interpretazioni che per alcuni è lecito fare alla luce dell’evoluzione della società. Barrett non cambierà il suo modo di lavorare: “Un giudice deve applicare la legge per come è scritta, non siamo decisori politici“, ha detto. Il principio è condivisibile, ma le sfumature contano, e ragionare come i costituenti di due secoli fa può risultare anacronistico. Barrett ha però le qualità per interpretare il ruolo, è una nomina all’altezza: l’ha scelta Trump, ma se l’avesse indicata Bush nessuno si sarebbe meravigliato.

La mossa suprema di Trump

Alcuni osservatori fanno notare che per Trump sarebbe stato più intelligente ritardare la nomina di Barrett, impostare le prossime elezioni su una sorta di referendum, non più su di lui – e sulla scellerata gestione del coronavirus – ma sulla provenienza culturale del prossimo giudice della Corte. La tattica avrebbe anche avuto un senso, ma si dimentica che i Repubblicani con la maggioranza in Senato hanno già il potere di fare questa nomina: è come chiedere ad un attaccante che ha la porta vuota spalancata davanti a sé e deve soltanto spingere la palla in rete di tornare a metà campo, dribblare tutti gli avversari e poi cercare il gol all’incrocio dei pali. Domanda: perché dovrebbe? Altra domanda: come la prenderebbero i tifosi della sua squadra? La politica è spietata, ma a volte anche molto semplice. E poi c’è da considerare un altro fatto: dinanzi al pericolo di ritrovarsi sotto 6 a 3, anche i democratici hanno percepito l’importanza della posta in gioco. La loro reazione? Donazioni per 45 milioni di dollari nelle 12 ore successive alla morte di Ginsburg. Ecco, per Trump meglio non fare del voto su Barrett un tema di campagna elettorale. Molto più facile portare a casa il risultato senza giocare la partita.

Scorretto? Per esempio, un’originalista come la Barrett, attenendosi alla legge, direbbe che non c’è niente di male. Nominare i giudici della Corte Suprema è un diritto che spetta al Presidente, nulla da dire. Però il 15 febbraio 2016, a due giorni dalla morte del suo mentore, il giudice Scalia, ACB dichiarava che Obama non avrebbe dovuto nominare un successore durante un anno di presidenziali perché “l’equilibrio del potere potrebbe cambiare drasticamente“. Ovviamente, ora che la giudice designata nell’anno delle presidenziali è stata lei, non si è sentita in dovere di sollevare lo stesso appunto. Questione di sfumature, appunto. Benvenuti a Washington, dove la Storia si fa e si disfa.

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Perché a Boris Johnson ha risposto Mattarella e non Giuseppe Conte?

Sarebbe azzardato e finanche pretestuoso chiamare in causa l’ira dei mansueti, ricordare come Shakespeare che gli uomini farebbero bene a “guardarsi dalla collera dei miti”. Eppure l’immagine è suggestiva perché perfettamente aderente al carattere di Sergio Mattarella, autore in quel di Sassari di un commento insolitamente puntuto, a ragione irritato, nei confronti di Boris Johnson.

Ciò che diversi commentatori hanno mancato in queste ore di sottolineare (spesso con dolo) è che le parole del biondissimo premier riguardo la differenza sostanziale tra inglesi da una parte, italiani e tedeschi dall’altra, non avevano l’intenzione di “offendere” i due popoli europei (distinzione che farà piacere al primo ministro della Brexit), bensì di “difendere” sé stesso dalle accuse sulla cattiva gestione del virus in patria. Né si può dire, senza così dimostrare di aver frainteso le parole di BoJo, che le parole sugli inglesi amanti della libertà più di altri siano totalmente frutto d’errore.

Di questo valore è intriso il dna delle genti d’Oltremanica, nei secoli scorsi popolo di navigatori e conquistatori che della libertà (propria) hanno fatto il motore della loro evoluzione. Per non parlare dell’atteggiamento che essi nutrono nei confronti dello Stato, che vorrebbero meno presente possibile nelle loro vite di ogni giorno. Sentimento condiviso con i “cugini” americani, che ancora oggi continuano a vedere nelle diramazioni dello Stato dei tentacoli che attentano alla serenità e alla riuscita della loro esistenza. Al contrario, a queste latitudini, chiediamo più Stato e dipendenza da esso.

Ciò non toglie che la risposta di Mattarella, arrivata – va precisato – a microfoni ufficialmente spenti, fosse dovuta. Non per rinfocolare sovranismi sterili, ma per ribadire semmai le qualità di un popolo – quello italiano – che nel momento della massima crisi ha mostrato fibra insospettabile anche a sé stessa. Consapevole, per usare le parole di Mattarella, che l’unico modo per recuperare la libertà è fare esercizio di serietà nel tempo.

Intervento giusto, insomma, per rivendicare gli sforzi degli italiani ed evitare ogni fraintendimento: qui non vivono servi. Resta da capire perché a prendere le nostre parti sia dovuto essere il Presidente della Repubblica e non l’omologo di Boris Johnson, il capo del governo, Giuseppe Conte.

Maybe tomorrow…


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Zingaretti e il Pd hanno vinto. Non vuol dire che abbiano ragione su tutto (tipo i 5 Stelle)

In questi giorni abbiamo avuto la conferma di vivere in un Paese speciale. Si è votato per Referedum, Regionali, Comunali, elezioni suppletive del Senato. I risultati sono stati spesso contrastanti: qualcuno ha vinto il Referendum ed è crollato alle amministrative; altri hanno perso a livello locale, ma meno del previsto, quindi sembra abbiano fatto cappotto. Eppure non c’è ancora un leader di partito che sia andato davanti alle telecamere per dire: “Ci dispiace, le cose non sono andate come volevamo: siamo delusi dall’andamento di questo voto”.

Capriole politiche all’italiana degne di nota, ma mai quanto quelle del giornalista medio. Lo sport preferito è lo stesso da sempre: salire sul carro del vincitore, confidare nella memoria corta del lettore e chiarire che ovviamente il risultato era stato da lui ampiamente previsto. Tanto figurati chi ha la pazienza di andare a verificare quello che hai scritto due giorni fa…

Questo blog sente invece il bisogno impellente di far notare che non basta aver vinto in Puglia e Toscana per cambiare magicamente opinione sul Partito Democratico. Né sulla sua leadership. Nicola Zingaretti appare dall’esterno una brava persona: e questo non è poco.

Ma da 48 ore a questa parte la stampa italiana ne sta descrivendo le gesta di nuovo Obama, fondamentale punto di riferimento negli anni a venire della sinistra mondiale e raffinato stratega.

La realtà è un’altra, ma viene spesso dimenticata o volutamente taciuta. Dalla nascita del governo Conte-bis chi si aspettava che fosse finalmente giunto il momento di “romanizzare i barbari” ha dovuto ricredersi. La tendenza è inversa: i romani si stanno imbarbarendo.

Le dichiarazioni in cui Zingaretti invoca da mesi “una svolta”, “un cambio di passo”, “un’accelerazione” hanno intasato le agenzie e la homepage del suo profilo Facebook. Il problema è che nei fatti non si è visto niente di quanto auspicato dal segretario dem.

Con il concreto rischio di una seconda ondata alle porte, dimentichi della lezione della prima, ancora indugiamo sul prendere i soldi del Mes che servirebbero a migliorare il nostro sistema sanitario (in alcuni casi a salvarlo). Perché? Perché M5s, un movimento dichiaratamente post-ideologico, fa del ricorso al Mes una questione di natura ideologica. Fantastico.

Per non parlare dei decreti sicurezza di Matteo Salvini che, nonostante i proclami, sono in vigore da mesi. Ogni giorno c’è la dichiarazione di un esponente Pd che lascia intendere che il prossimo mese sarà quello buono per metterci mano e sospenderli. Anche in questo caso abbiamo perso il conto e siamo in trepidante attesa di capire se il “prossimo mese” avrà prima poi il nome di un mese del calendario.

Questi sono i fatti. Scolpiti nella pietra, nonostante il tentativo di qualcuno di cancellarli dopo il voto. La sindrome di Stoccolma nei confronti dei 5 Stelle resta, la subalternità del Pd è evidente, il suo attendismo snervante.

Si aspetta il Recovery Fund come una manna dal cielo o la tredicesima a Natale: come se una pioggia di soldi potesse d’un tratto eliminare i nostri difetti atavici, restituirci al mondo come nuovi. E’ un’illusione. Come quella che descrive un Pd quasi perfetto. Perché questo Paese è così: nel calcio qualcuno diceva che “vincere è l’unica cosa che conta”. Nel calcio, appunto.


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