5 domande per Luigi Di Maio

di maio m5s

 

A meno di 24 ore dalle 5 domande a Matteo Salvini non ho ancora perso le speranze di ricevere risposta dal ministro dell’Interno. Però nel rischio mi porto avanti. E allora qualche domanda provo a farla a Luigi Di Maio. Chissà, magari è la volta buona che ci capiamo tutti qualcosa di più.

Caro ministro, da quando questo governo ha preso vita del M5s non c’è più traccia. Sparite le istanze grilline, defunta la partecipazione degli attivisti, seppellito lo strumento dell’uno vale uno. Questo è lo scotto del governo, si dirà. Ci sto. Ma un conto è prendere confidenza con le stanze del potere, un altro è lasciare fuori dalla porta sé stessi.

Domanda numero 1: Non crede che sia passato troppo poco tempo per consegnarsi alla Lega? Non pensa che diventare una costola di Salvini sia un tradimento ai milioni di elettori che a Lei hanno consegnato il 32% perché realizzasse il programma M5s?

Caro ministro, la anticipo. Lei potrebbe essere tentato dal rispondermi che questa legge elettorale studiata a tavolino per non far vincere il M5s vi ha costretti a trattare con la Lega. E dopotutto – potrebbe arrivare a dirmi – avete raggiunto un buon compromesso con Salvini. Eccetera, eccetera. Voglio dirle, però, che la gente comune non ha la sua stessa percezione. La Lega ha preso quasi la metà dei suoi voti. Eppure è apparso chiaro fin dall’inizio che questo è il “governo Salvini”.

Domanda numero 2: Secondo Lei non è stato un errore indicare come Presidente del Consiglio una figura priva di qualsivoglia carisma come Giuseppe Conte? Se è chiaro che Lei non poteva imporre la sua figura perché troppo politica, non pensa che comunque fosse più adatta una personalità capace di spiccare su un Salvini strabordante? Non è che ha avuto paura di esserne oscurato e ora ne paga il prezzo venendo fagocitato ogni giorno di più da Matteo?

Caro ministro, perdoni la mia insistenza, ma in gioco c’è la sopravvivenza stessa del M5s. Io al suo posto sarei preoccupato. Sono bastati neanche 20 giorni per svuotare di significato il MoVimento. Voi siete quelli del reddito di cittadinanza e basta. Tutto il resto, se ancora c’è, è passato in secondo piano. Siete senza forma.

Domanda numero 3: Non pensa che il tempo in cui il M5s non è né di sinistra né di destra debba finire? Lei ha sempre detto che le ideologie sono cose superate, appartengono al passato. Ma ammetterà che dentro la mente di ogni cittadino sono sempre presenti. Non fosse altro perché qualsiasi problema politico può essere affrontato con un approccio di destra o di sinistra. E poi Lei sta al governo con Salvini, che oggi è il leader della destra italiana. Insomma: il M5s ha scelto la destra?

Caro ministro, sarò breve, che non le voglio far perdere altro tempo. Ha tante cose da fare, due ministeri da governare non sono roba da poco. E magari tra un po’ di tempo le farò altre domande proprio su quei temi. Restando alla politica, però, ammetterà che a Roma c’è un problema. Le buche sul percorso di Virginia Raggi, a furia di allargarsi, stanno diventando una voragine che rischia di risucchiare tutto il MoVimento.

Domanda numero 4: Non crede che la sindaca di Roma abbia delle responsabilità politiche per il caos che puntualmente sferza la Capitale? Al netto di ciò che ha ereditato in Campidoglio – che non può essere un alibi eterno, altrimenti i romani che l’hanno votata a fare? – non pensa che Virginia Raggi si sia rivelata una guida politicamente inadeguata al ruolo che ricopre? Secondo Lei non sarebbe stato un gesto politicamente rivoluzionario per il M5s prenderne le distanze e chiederne le dimissioni?

Caro ministro, chiudo con un ultimo quesito, certo che si differenzierà dalla condotta del suo alleato di governo Matteo Salvini.

Domanda numero 5: Mi risponde?

5 domande per Matteo Salvini

salvini porta a porta

 

Matteo Salvini viene descritto in questi giorni come un animale politico infallibile, l’uomo del destino, il salvatore della patria che l’Italia aspettava da chissà quanto tempo. Io non lo credo. Ma se solo rispondesse a queste domande, forse potrei pure iniziare a farmi un’idea diversa. Ci provo? Dai, gliele faccio.

Caro ministro, il meccanismo di ricollocamento dei migranti che tanto ossigeno garantirebbe all’Italia va troppo a rilento. Ha ragione. Mi sfugge però un passaggio. L’Austria ha accettato di prendersi in tutto 44 ( per sicurezza mi ripeto, quarantaquattro) richiedenti asilo sbarcati sulle nostre coste. La Polonia zero. La Repubblica Ceca zero. La Slovacchia zero. L’Ungheria zero.

Domanda numero 1:  Perché lei fa l’amicone con l’Austria di Kurz, l’Ungheria di Orban, insomma con Visegrad, se proprio loro non ci aiutano?

Caro ministro, da quando ha messo piede al Viminale ha impostato una lotta sfrenata al fenomeno migratorio. Si dirà: è per questo che è stato votato. Giusto. Lei però è a conoscenza del fatto che dal 2017 al 2018 il numero degli sbarchi è sceso del 77,44%.

Domanda numero 2: Perché soffia sulle paure degli italiani descrivendo un’emergenza che non esiste? Non crede che ci guadagnerebbe pure lei facendo meno demagogia e dedicandosi ad una “gestione” del fenomeno senza strepiti? 

Caro ministro, le sue parole sulla necessità di compiere un censimento sui rom sono state oggetto di critiche. Schedare una parte di popolazione in base alla propria etnia capirà che è quanto di meno costituzionalmente corretto ci si possa attendere da un ministro della Repubblica. Voglio però venirle incontro.

Domanda numero 3: Le hanno detto che un rapporto – che è diverso dal censimento – sulla presenza della popolazione rom in Italia è stato già stilato dall’ISTAT nel 2017? Se vuole può consultarlo, le lascio il link.

Caro ministro, nelle ultime ore ha messo in dubbio l’opportunità che a Roberto Saviano spetti la scorta. Sicuramente ha fatto una battuta. Come ha avuto modo di ricordare lei stesso durante una diretta Facebook, Saviano è l’ultimo dei suoi problemi in questo momento.

Domanda numero 4: Non crede sarebbe meglio passare il tempo – come ha detto di voler fare – a combattere mafia, camorra e ‘ndrangheta, anziché mettere in dubbio la funzione di chi la criminalità organizzata la combatte? Lei dice che preferisce i fatti alle parole: ma Saviano è un giornalista, uno scrittore, cosa deve fare? Presentarsi a Casal di Principe pistola in pugno?

Caro ministro, io ho finito. Ho solo un ultimo quesito.

Domanda numero 5: Mi risponde?

L’Italia nell’altra Europa di Salvini

salvini austria

 

Nell’attesa che Conte prenda coscienza di essere premier e che i 5 Stelle si accorgano di trovarsi finalmente al governo del Paese, Matteo Salvini ridisegna in un pomeriggio le storiche alleanze europee dell’Italia. Accoglie al Viminale il vice Cancelliere austriaco Strache e il collega degli Interni Kickl, in quella che altro non è se non la formalizzazione del sabotaggio in salsa sovranista dell’Europa per come l’abbiamo conosciuta in questi anni.

Un’Europa che secondo i voleri di Salvini non sarà la stessa della Merkel e di Macron, gli interlocutori incontrati da Conte non una vita, ma una settimana fa. Gli stessi che nei rispettivi bilaterali hanno prima tentato di capire se col nostro Presidente del Consiglio fosse possibile intavolare una strategia comune poi, accortisi che in Italia comanda la Lega, hanno pensato bene di abbandonarci al nostro destino. Deciso da Salvini, ovviamente.

Da qui la scelta di salvare il governo Merkel – una che in Europa conta ben più di Conte – e di liberarla dal cappio attorno al collo che l’alleato di governo Seehofer era in procinto di stringerle. Chi ci rimette? Ovviamente l’Italia, che secondo l’intesa Parigi-Berlino dovrà farsi carico dei cosiddetti “movimenti secondari” dei migranti. Tradotto: chi arriva in Italia e tenta di uscirne per andare nel resto d’Europa verrà respinto alla frontiera.

Ma il paradosso del piano di Salvini è che a legarlo a quelli che a più riprese definisce gli “amici austriaci” è quella stessa passione sfrenata per il nazionalismo che proprio tra Italia e Austria non potrà che creare cortocircuiti e malintesi. Lo si capisce quando Kickl dice che sarebbe bene evitare la chiusura delle frontiere per scongiurare un “effetto domino“. Cosa significa? Che se l’unica frontiera aperta sull’Italia restasse quella austriaca, loro, gli “amici” di Salvini, il Brennero non esiterebbero a chiuderlo. E tanti saluti alla cosiddetta “alleanza dei volenterosi e dei fattivi“.

In questa sfilza di contraddizioni non meraviglia allora che l’idea alternativa di quella che è stata già ribattezzata “internazionale sovranista” sia quella di proporre a paesi Balcanici come Albania, Montenegro e Serbia la creazione di hotspot in cui accogliere i migranti respinti. Una sorta di moneta di scambio: voi ve li prendete e noi proviamo a farvi entrare nell’Unione.

Ma in questo risiko di alleanze strampalate, a destare maggiormente impressione è la scarsa reattività di Giuseppe Conte, di un premier che ostenta irritazione nei confronti di Germania e Francia, chiedendo che prima ancora dei “secondary movements” Merkel e Macron accettino di ridiscutere Dublino.

Senza capire, o forse senza volerlo fare, che in realtà di quel trattato dovrebbe prima parlarne con Salvini. È l’altra Europa in cui Matteo ci sta portando, quella di Orban, di Kurz e Visegrad, che di prendersi i nostri migranti non vuole saperne.

Sulla legittima difesa Di Maio si gioca la faccia, e pure la leadership

di maio luigi

 

I social, Luigi Di Maio, dovrà ringraziarli in eterno. Senza, difficilmente sarebbe diventato un leader politico votato da milioni di italiani e un ministro della Repubblica. Ma “scripta manent”, anche sul web. E allora sarà difficile, da qui a poco, riuscire a salvare la faccia. Soprattutto quando l’atteggiamento ondivago tipico del MoVimento 5 Stelle di questi anni, quel modo di approcciarsi alle questioni a seconda di come tira il vento, costerà a Di Maio l’accusa di incoerenza politica.

Il punto è che la Lega ha presentato in data 23 marzo una proposta di legge per la modifica della legittima difesa che vede Nicola Molteni, braccio destro di Salvini e suo sottosegretario, primo firmatario. Non appena le commissioni verranno insediate si inizierà a discutere un testo che – come da contratto di governo – avrà l’obiettivo di eliminare gli “elementi di incertezza interpretativa (con riferimento in particolare alla valutazione della proporzionalità tra difesa e offesa)“.

Dove sta il problema? Ad esempio in un commento su Facebook di Di Maio, ripescato da L’Huffington Post , nel quale il capo politico M5s sembrava tutto meno che propenso ad assecondare l’approccio leghista alla legittima difesa.

Era il maggio del 2015. A Napoli l’infermiere Giulio Murolo dopo una banale lite uccise 4 persone, tra cui il fratello e la cognata, un vigile e un passante. In casa aveva tre armi: una pistola, un fucile e un fucile a pompa tutti regolarmente detenuti.

L’allora moderato Di Maio disse: “Uno Stato serio, consapevole delle sofferenze della sua comunità, non dovrebbe consentire ad un singolo individuo di detenere tutte quelle armi in casa“.E ancora: “La detenzione di armi va ridotta drasticamente. Non siamo una società abbastanza serena per prenderci questi rischi. Togliamo le armi dalle case degli italiani“.

Se la legge Molteni passasse (e non si vede perché non dovrebbe) siamo sicuri che gli italiani non si sentirebbero incentivati a tenere un’arma in casa?

E sarà curioso anche capire cosa dirà Alessandro Di Battista, che a quel commento di Di Maio rispose: “Bravissimo Luigi. davvero. il dramma è sempre lo stesso. Lo strapotere delle lobbies delle armi, anche di quelle da fuoco. in USA si comprano nei “supermercati”. Stiamo andando verso quel tipo di società. Tutto va verso quella direzione. Il mercato che detta legge sugli uomini, il consumo sull’umanità. Ce la metteremo tutta per non permetterlo nel nostro paese. Lo faremo insieme. Un abbraccio“.

O cosa ne penserà il presidente della Camera Roberto Fico, che nel M5s – da ortodosso fiero – incarna l’anima più insofferente alle continue sortite leghiste.

Ma la legittima difesa è una bandiera a cui il Carroccio non rinuncerà. Non costa un euro, peraltro, come tutti gli annunci di Salvini.

L’unico a rischiare la faccia, e forse anche la leadership, è Di Maio.

Ma ormai è chiaro chi ha tutto da vincere e tutto da perdere in questo governo.

Quindi a cosa è servito votare MoVimento 5 Stelle?

di maio pensieroso

 

Non che ci si potesse attendere un dominio grillino al governo. Già il fatto di dover contare sulla Lega per ottenere la maggioranza riequilibrava a favore del Carroccio i rapporti di forza. Perché il M5s avrà pure preso più voti, ma senza quelli di Salvini l’esecutivo non si formava.

Ma da qui alla trasformazione del governo Conte nel governo Salvini il passo è stato breve, pure troppo. Se ne accorgono ogni giorno gli attivisti e i cittadini che i 5 Stelle li hanno votati per cambiare l’Italia. A modo loro, però. Non secondo gli schemi del ministro dell’Interno, che in due settimane ha già monopolizzato la scena e compiuto pure il sorpasso nei sondaggi rispetto all’alleato. Definizione, quest’ultima, che all’interno del M5s qualcuno inizia a mettere in dubbio. Perché è certo che Salvini non stia tirando la corda al fine di spezzarla?

Per il momento le parole d’ordine sono migranti e rom. Dopo l’estate toccherà probabilmente alla legittima difesa. Poi con le Europee sullo sfondo a Salvini basterà ricordare agli italiani quanto Merkel e Macron siano brutti e cattivi per capitalizzare nelle urne un anno di nulla o quasi al governo.

Ma dell’ascesa incontrastata di Salvini il primo responsabile è proprio il MoVimento 5 Stelle. Perché se i messaggi del leghista fanno breccia e quelli grillini si traducono al massimo in proposte da articolare, studiare, ragionare, allora delle due l’una: o Di Maio ha promesso in campagna elettorale proposte impossibili da realizzare oppure ha sprecato il 32% di voti scegliendo per sé e i suoi i ministeri sbagliati.

La stessa indicazione del compassato Conte alla presidenza del Consiglio appare oggi come una concessione di troppo all’incendiario Salvini, che a fagocitare l’auto-proclamatosi “avvocato del popolo italiano” ha impiegato il tempo di un “amen”.

Il rischio è che adesso Di Maio cerchi di alzare a sua volta il tiro per stare al passo dell’enfasi leghista. Che tenti magari di trovare a sua volta nemici nuovi, che dia inizio ad una caccia alle streghe, come quella annunciata sui finanziamenti ai partiti (retroattiva) e sui raccomandati della P.A., che avrà soltanto il merito di esasperare ulteriormente i toni, di tirare fuori il carattere manettaro di una parte grillina, dando vita ad un governo di estrema sinistra-destra degno di un film horror.

Ma se delle proposte simbolo grilline nemmeno più si parla, se il reddito di cittadinanza è lontano, se la presenza pentastellata è divenuta pura rappresentanza, votare M5s a cosa è servito? A portare Salvini al governo?

La condanna di Salvini: più è forte lui, meno lo è l’Italia

di maio salvini

 

Sarà che le parole del ministro Tria hanno di fatto stracciato il programma economico del governo del cambiamento. O forse che Giuseppe Conte è così debole che i leader d’Europa il giorno dopo averlo incontrato fanno come se nulla fosse, “tanto quello non comanda niente”.

Sarà pure che Di Maio si sta rendendo conto che ambizione e buona volontà non sempre bastano, e che Salvini è stato ben più furbo di lui quando ha deciso di prendersi il Viminale e di lasciargli la patata bollente del ministero del Lavoro, al quale un Luigi un po’ presuntuoso ha aggiunto pure lo Sviluppo Economico.

Saranno tutte queste cose insieme, ma è un dato di fatto – ormai – che la forza di Salvini in Italia sia direttamente proporzionale alla debolezza dell’Italia in Europa.

Perché per quanto il leader del Carroccio scelga un nemico da combattere al giorno, per quanto i cattivi da asfaltare con la ruspa siano ancora tanti sul taccuino del leghista, è chiaro che ogni volta che si passa ai fatti, ogni volta che si lascia da parte la propaganda per passare all’azione, allora l’assenza di una strategia che non sia elettorale emerge in tutta la sua forza.

Così Salvini non spende una parola per commentare l’intesa Merkel-Macron sul respingimento alla frontiera dei migranti già registrati nei Paesi di primo approdo, che condanna l’Italia a fare i conti con la posizione geografica che il buon Dio le ha assegnato.

E sembra pure lontanissimo il ricordo dell’intesa ostentata con il ministro dell’Interno Seehofer, “l’asse dei volenterosi” spaccatasi nel momento stesso in cui la volontà del tedesco è stata assecondata da un altro: Macron.

Dunque è chiaro che Salvini, consapevole che di flat tax non si parlerà per mesi, che sui migranti dovrà ingoiare diversi bocconi amari, decida di spararla ogni giorno più grossa, come sui rom.

Più si fa rumore e meno si sentono i sussurri di chi ripete che le promesse fatte sono destinate a restare tali. E il paradosso è che se non troveremo aiuto in Europa, nell’unica casa che forse potrebbe aiutarci, è perché a renderci più deboli sarà il nuovo “uomo forte” d’Italia. Questa è la condanna di Salvini.

Il governo degli annunci vota sì alle sanzioni contro la Russia

putin bis

 

La metafora che meglio descrive il governo degli annunci arriva ovviamente dell’Europa. Sanzioni alla Russia estese per un anno ancora. Una proroga stabilita dal Consiglio Ue almeno fino al 23 giugno 2019, in risposta all’annessione della Crimea e Sebastopoli.

Sembrano preistoria le parole di Giuseppe Conte nel discorso sulla fiducia pronunciato al Senato neanche due settimane fa: “Saremo fautori di una apertura alla Russia, che ha consolidato negli ultimi anni il suo ruolo internazionale in varie crisi geopolitiche. Ci faremo promotori di una revisione del sistema delle sanzioni, a partire da quelle che rischiano di mortificare la società civile russa“.

Alla fine è bastato un viaggio in Canada al Presidente Conte, un bagno di realtà al G7 di Charlevoix, per addivenire a più miti consigli. Per rendersi conto che forse non sono Salvini e Di Maio i due più indicati a dettare l’agenda della politica estera del governo.

Già, perché qualcuno resterà sorpreso, ma l’Italia al Consiglio UE ha votato sì alle sanzioni contro la Russia.

Da qui deriva almeno una domanda: se è vero che non siamo mai stati così centrali e influenti come in questo momento- così dice Salvini -, come mai al primo vero bivio della politica comunitaria l’Italia è stata bellamente ignorata?

Ah già, sono trascorsi 13 giorni dal discorso di Conte al Senato. Può darsi che in questo “lungo” arco di tempo il Presidente abbia cambiato idea su Putin e la Russia. E allora tutti gli altri in Europa abbiano deciso di seguirci e di votare compatti insieme a noi.

Sì, dev’essere andata proprio così…

Ci vorrebbe una Melania anche in Italia

trump melania

 

La prima volta che prese la parola in pubblico, alla convention Repubblicana che incoronò Donald Trump come candidato del Gop alla Casa Bianca, Melania Trump non fece una grande figura. Tutta colpa di quegli stralci di discorso copiati da Michelle Obama, in un plagio che secondo molti dava la cifra di una coppia “unfit” per la guida degli Usa.

Ma a quasi due anni da allora, la percezione di Melania agli occhi dei cittadini americani è radicalmente mutata. Sarà per il fatto che pure in pubblico sottrae la sua mano alla stretta di Donald, sarà perché molti la descrivono infelice e triste, prigioniera in una torre d’avorio dalla quale vorrebbe scappare. Retroscena di un gossip che non c’appassiona, ma in qualità di First Lady ogni parola e gesto di Melania sono atti politici, sono prese di posizione che pesano sulla linea intrapresa dall’uomo più potente del mondo, prima che suo marito.

Così l’affrancamento di Melania sul tema dell’immigrazione, l’espressione di dissenso verso una politica che prevede la separazione forzata dei bambini dai genitori che attraversano il confine, è una notizia non secondaria. Ci sono parole di moderazione e buon senso nella dichiarazione di Melania, secondo cui gli Usa devono essere “un Paese che segue tutte le leggi ma anche un Paese che governi col cuore“.

C’è quel mix di realismo e umanità che oggi manca in molte parti del mondo. La capacità di ricordarsi – come ha chiarito bene anche Papa Francesco – che dall’altra parte della recinzione non ci sono numeri, ma persone. Un concetto che in Italia pare sbiadito dall’avvento di Salvini al Viminale. La linea dura è quella più redditizia per gonfiare i sondaggi. Forse la meno adatta a tutelare delle vite.

Ci vorrebbe una Melania anche in Italia. Chissà se la Isoardi vuol parlare…

Salvini sarà il nostro Trump: finiremo per togliere i figli ai genitori

trump

 

Per la retorica made in Salvini l’approdo finale è un Paese modello Trump. L’uomo che ha vinto le elezioni Usa sulla promessa di un muro al confine col Messico, lo stesso che in questi mesi ha separato 2000 bambini dai genitori con la scusa della “tolleranza zero” sull’immigrazione.

Lo ricordano tutti, Salvini a Philadelphia, posare per una photo oppurtunity che Trump avrebbe poi rinnegato. Fu l’occasione per copiare il font dei cartelli elettorali che negli Usa recitavano “Make America Great Again” da noi “Prima gli italiani” e “Salvini premier”.

Ma la passione per Trump e quel suo modo di fare politica parlando alla pancia delle persone non si è estinto con l’andata al governo. Donald ha dimostrato che si possono attuare le promesse più impensabili. Anche quelle sbagliate. Così Salvini, preso possesso del Viminale, è alla continua ricerca di un nemico da asfaltare, nell’attesa di capire se realmente userà la ruspa.

Oggi è la volta delle navi Ong, che secondo il ministro sono parte del business dei migranti, lo stesso da cui però drena voti. Ma una volta arginata o sconfitta l’influenza delle organizzazioni non governative, dove volgerà lo sguardo il leader della destra (senza centro) italiana?

Il prossimo passo potrebbero essere direttamente i migranti, senza la rete di protezioni delle navi e degli sbarchi. Perché quando in inverno gli italiani smetteranno di guardare le cartine nautiche, quando vedranno passeggiare per le loro vie gli “stranieri” che qui sono arrivati prima della stretta sui porti, cosa chiederanno a Salvini se non la “testa” dei richiedenti asilo?

E quale misura più popolare, per Matteo, se non quella di mandare in gattabuia  i migranti, “colpevoli” solo di scappare dall’Inferno?

Macron può segnare la fine di Salvini, proprio sui migranti

macron conte

 

Fra le espressioni che Giuseppe Conte utilizza con maggior frequenza, a margine del bilaterale con Emmanuel Macron, merita un posto d’onore “i nostri amici francesi“. Il tentativo di archiviare la freddezza del post-Aquarius come un episodio risalente a diverse ere geologiche fa è ben riuscito. Per quanto nella conferenza stampa congiunta che va in scena a Parigi entrambi i protagonisti debbano slalomeggiare con maestria, per evitare di pestare le mine che i giornalisti disseminano sul percorso nel tentativo di farle esplodere, il più delle volte nominando il convitato di pietra del summit: Matteo Salvini.

Macron ha la presunzione di conoscere il tipo leghista. Il segretario del Carroccio è – secondo il Presidente della Repubblica francese – la trasposizione italiana della sua peggiore nemica in patria: Marina Le Pen. Dove non è riuscita la figlia di Jean-Marie, però, è riuscito Salvini: andare al governo. Ma il fatto che il ministro dell’Interno italiano sia titolare in Italia di una partita che può segnare la sopravvivenza dell’Europa non obbliga Macron a considerarlo come un suo interlocutore.

E non è un caso che l’inquilino dell’Eliseo, rispetto al cosiddetto “asse dei volenterosi” che vede Salvini alleato con il nazionalista austriaco Kurz e con l’omologo Seehofer – l’uomo che in Germania si oppone alle politiche di accoglienza volute dalle Merkel – risponda con la linea del “mon ami Giuseppé“.

Tira in ballo le Costituzioni di Francia e Italia, Macron. Ricorda che a dirigere il governo sono i leader che si sono appena incontrati, a dispetto di quanto può dire o auspicare Salvini. Non una precisazione banale, fine a sé stessa. Semmai una sfida nella sfida, un azzardo in cui a giocarsi tutto non è solo Macron, ma l’Europa tutta.

Cambiare paradigma“, dice Conte. “Lavorare mano nella mano“, scandisce Macron. Il senso è lo stesso: risvegliare l’Europa, dimostrarne le potenzialità e soprattutto le capacità di agire nel concreto dinanzi ad uno degli ultimi bivi che la storia le presenterà.

In questo sta la sfida politica a Salvini, che forse ha avuto il merito di mettere la questione migranti al centro del dibattito, ma scommette – ancora una volta – nel fatto che l’Europa si rivelerà evanescente quando si tratterà di passare all’azione.

E non è casuale il riferimento di Macron ai “contatti privilegiati” di Salvini con “alcuni in Europa“, tra cui viene reso esplicito quello con l’Ungheria di Orbàn, lo stesso che si oppone alla riforma di Dublino e alla solidarietà tra Stati che tanto servirebbero all’Italia.

Se Macron riuscirà a cambiare l’Europa allora Salvini potrebbe fare la fine di Nigel Farage, l’ex leader dello Ukip, il partito per l’indipendenza del Regno Unito squagliatosi subito dopo aver ottenuto la Brexit.

Sarebbe paradossale se la fine di Salvini fosse determinata dalla soluzione della crisi dei migranti.