Il cambio di regime in Iran è un “sogno”

Proteste in Iran contro il regime

C’è vita per le strade di Teheran. I semi della storia non si disperdono, prima o poi tornano a maturare. Il popolo dell’Iran non ha dimenticato la profondità della sua provenienza. L’Antica Persia è un mito che vive nei vicoli delle città, nei bazar, nei gesti di una civiltà diversa. Le immagini degli studenti universitari che evitano di calpestare le bandiere degli Stati Uniti e d’Israele, ribellandosi all’obbligo informale imposto dal regime, entrano di diritto tra i segni più rivoluzionari di questo 2020. Non un anno qualunque. Ma in politica, e ancora di più in politica estera, bisogna distinguere speranze e ambizioni. Sogno e realtà.

Le migliaia di persone scese in piazza a protestare contro le autorità della Repubblica Islamica sono la prova che la teocrazia vive tempi duri. Più dell’uccisione di Qassem Soleimani, più della rappresaglia da fiction nei confronti degli americani, hanno fatto l’abbattimento per errore dell’aereo ucraino su cui viaggiavano tanti iraniani, molti dei quali studenti (un dato da non sottovalutare), ma soprattutto le bugie che il regime ha opposto per giorni alla dura e improcrastinabile realtà.

Un’economia al collasso, la strategia della “massima pressione” messa in atto dalla Casa Bianca con nuove sanzioni, lo shutdown di internet, le dure repressioni dei mesi scorsi, sono tutti elementi che lasciano intravedere la fine di una storia iniziata nel 1979 con la rivoluzione khomeneista. Una delle domande, allora, è la seguente: è possibile un “regime change”, un cambio di regime, un colpo di Stato per rovesciare gli ayatollah? La risposta è che sarebbe auspicale, ma allo stato è molto difficile.

Per farlo servirebbe il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti: l’opzione militarmente più efficace sarebbe il via di una guerra, con tanto di “boots on the ground”, stivali dei soldati sul terreno. Gli Usa vincerebbero, è scontato. Ma qui bisogna tornare a fare i conti con lo “Zeitgest”, lo spirito del tempo. Che anno è? Il 2020. Negli Stati Uniti si vota e Donald Trump vuole vincere le elezioni. Questo significa che non è suo interesse, ad oggi, portare gli americani in un nuovo conflitto. La stanchezza del popolo a stelle e strisce è nota, la volontà di guardare al proprio ombelico piuttosto che al lontano Medio Oriente pure. No, questa opzione ad oggi non è percorribile.

Nemmeno l’idea di replicare quanto accaduto con Soleimani, ucciso durante un raid aereo mirato, sembra credibile. In primis perché operazioni di questo tipo vengono organizzate più facilmente quando l’obiettivo si trova su un territorio amico (non è un caso che il generale iraniano sia stato colpito in Iraq). In secondo luogo perché uccidere la Guida Suprema Khamenei o il presidente Rouhani potrebbe sortire l’effetto contrario: quello di ricompattare il popolo iraniano contro il “nemico occidentale”.

Si illude chi spera che le sole sanzioni economiche possano provocare un regime change. Queste, infatti, storicamente trovano effetto quando la minaccia di un’invasione è concreta, tale da sortire un motivo di preoccupazione imminente per il governante alle strette. Come abbiamo visto, però, la Casa Bianca al momento non mette in conto di entrare in guerra con l’Iran.

Nemmeno l’idea di sobillare dall’interno i gruppi di opposizione al regime sembra oggi credibile. Non fosse altro perché le formazioni in questione hanno una storia non limpidissima, quasi tutte sono state accusate in passato dagli americani di essere organizzazioni terroristiche. Un elemento, questo, che conferma un altro dato di fatto: l’eventuale caduta della Repubblica Islamica non sarebbe la certezza di un Iran filo-occidentale.

Il fatto che Trump scriva su Twitter in “farsi” – registrando peraltro il cinguettio più popolare mai pubblicato in questa lingua sulla piattaforma social -, la volontà di distinguere il popolo iraniano dai suoi oppressori, la scelta di supportare – almeno a parole – le proteste di piazza, sono tutti segnali del fatto che alla Casa Bianca non hanno abbandonato il sogno di un cambio di regime. Ma di questo si tratta, di un sogno, non di una speranza. Sarebbe la prima volta che una rivolta popolare, senza influenze esterne, si rende protagonista di un cambio di regime. Difficile, improbabile, ma sognare non costa nulla.

Morti in una guerra mai iniziata

Aereo abbattuto in Iran

Il linguaggio della guerra è chiaro a chi la pratica. Meno ai civili, portati per indole a non comprenderne le ragioni, a temerne le conseguenze, a pagarne il prezzo. L’ammissione di colpevolezza da parte dell’Iran rispetto all’aereo ucraino precipitato a Teheran su cui viaggiavano 176 innocenti è la conferma di ciò che tutti avevano immaginato apprendendo la notizia dello schianto: la fatalità esiste, ma non sempre.

Le scuse dell’Iran sono arrivate in ritardo: in questi giorni abbiamo visto le autorità della Repubblica Islamica, nell’ordine: negare la consegna delle scatole nere, ripulire l’area dello schianto con delle ruspe, sostenere con sdegno più volte la propria estraneità ai fatti e, infine, ammettere l’evidenza grazie alle pressioni della comunità internazionale e al video girato da un suo ignaro (forse) cittadino.

Detto che l’aereo ucraino è stato abbattuto per sbaglio (non ci sarebbe motivo di colpire un velivolo civile), la definizione migliore per ciò che è accaduto è proprio quella di “errore umano”. Non è lo stesso errore umano di cui parla in presenza di un incidente automobilistico, una svista causata da un’indecisione, una manovra azzardata. Questo errore è “umano” perché figlio dell’umana paura della guerra. Nelle ore seguite all’uccisione di Qassem Soleimani, nei minuti della rappresaglia iraniana, la forze di difesa di Teheran hanno creduto di essere a loro volta assalite dagli americani. E’ stato un atto “imperdonabile” ma “comprensibile”, con tutte le virgolette del caso, necessarie poiché da uomini addestrati sarebbe lecito attendersi un più alto livello di competenza e freddezza.

Quelle 176 persone a bordo dell’aereo abbattuto hanno pagato con la vita l’essersi trovate al posto sbagliato nel momento sbagliato. Capita, in guerra. Diventa più difficile da accettare quando una guerra non c’è stata, non c’è, e forse (per fortuna) non ci sarà.

Il raid della paura dell’Iran. Ora Trump può fermarsi

Missili iraniani nel cielo dell'Iraq

La scommessa di partenza di Donald Trump era quella che l’Iran, dopo l’uccisione di Qassem Soleimani in Iraq, non avrebbe risposto in maniera (s)proporzionata all’offesa subita. Si possono fare molte riflessioni sulla definizione di “proporzionata”. Ad esempio: a cosa avrebbero dovuto puntare gli iraniani per ritenersi soddisfatti? Ad un attentato sul suolo americano? Ad un’aggressione senza precedenti verso Israele? All’eliminazione di un componente di primo livello dell’amministrazione Usa? Sembrano discorsi da fantascienza, ma sono gli stessi pronunciati nelle riunioni dei vertici iraniani all’indomani della morte di Soleimani. Dare al popolo arrabbiato una parvenza di vendetta, farlo senza scatenare la furia americana: questo il complicato obiettivo da raggiungere.

Ora, anche fossero confermati i numeri diramati dalla tv di stato iraniana sugli almeno 80 “terroristi americani” uccisi nella rappresaglia di questa notte – cosa tutta da verificare, è anzi molto probabile che la propaganda abbia gonfiato questi numeri – di cosa parleremmo? Di sicuro di una risposta “razionale” da parte di Teheran. Può fare effetto descrivere in questi termini un bilancio eventualmente così pesante di vite umane spezzate nel giro di pochi attimi, con un doppio strike notturno arrivato dall’alto, che alle vittime non avrebbe dato neanche il tempo di un segno della croce. Ma è nei termini della guerra che bisogna ragionare per tentare di capire ciò che sta succedendo e cosa potrà ancora accadere nel Golfo.

Il dato che emerge chiaramente è che Trump ha vinto la prima mano. Ma ora la speranza è che si renda conto che tutto questo non è un gioco. L’elemento di paura della Repubblica Islamica trasuda chiaramente dalle parole affidate a Twitter dal ministro degli Esteri Zarif: “L’Iran ha intrapreso e portato a termine misure proporzionate di autodifesa in base all’articolo 51 della Carta Onu, prendendo di mira la base da dove è stato lanciato l’attacco armato codardo contro i nostri cittadini e alti ufficiali. Non cerchiamo un’escalation o una guerra ma ci difendiamo da ogni aggressione“. Ci sono dei passaggi chiave che denunciano la volontà di fermarsi: sono quelli evidenziati.

L’Iran che parla di misure “proporzionate“, di “autodifesa“, che incastona la sua rappresaglia nel contesto delle Nazioni Unite, che chiude le comunicazioni con la precisazione che Teheran non cerca un’escalation: cos’è tutto questo? Ci troviamo di fronte ad una dimostrazione di razionalità o ad un’ammissione di debolezza? Più probabilmente la seconda. La teocrazia non avrebbe potuto “non” rispondere alla morte di Soleimani. Abbiamo parlato del rapporto quasi sentimentale che il popolo nutriva nei suoi confronti. Subire l’aggressione Usa senza reagire avrebbe significato per i vertici della Repubblica Islamica una delegittimazione di sé, un atto di paura – normale, quando dall’altra parte ti trovi di fronte la superpotenza – che il popolo non avrebbe capito, perdonato.

Ma se fino a questa notte il pallino era nelle mani di Teheran, se il mondo guardava con apprensione al possibile fallo di reazione che sarebbe potuto scaturire dall’Iran, da oggi è di nuovo alla Casa Bianca che bisogna affidare le speranze di una de-escalation nella regione. Perché meno di questo Teheran non avrebbe potuto. Ma neanche di più.

Il mondo intero si è chiesto in questi giorni cosa avesse spinto Trump ad ordinare l’uccisione di Soleimani. Se c’è dell’altro, oltre all’aspetto emozionale che sempre contagia gli Usa quando si tratta dell’Iran, oltre alla volontà di eliminare un avversario che stava organizzando attentati contro gli americani, lo capiremo presto.

Il numero per spiegare lo sfregio di Trump all’Iran: 52

Cinquantadue. Da questo numero bisogna partire per comprendere le ragioni che hanno portato Donald Trump ad impartire l’ordine di uccisione di Qassem Soleimani. Per intenderci: nella Repubblica Islamica inferiore per importanza al solo ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema considerata dagli sciiti come “riflesso di Dio” in Terra.

In predicato di raccogliere l’eredità di Hassan Rouhani come presidente, del quale già veniva considerato lungamente più decisivo, è dell’uccisione di un semi-Dio – secondo l’immaginario iraniano – che bisogna discutere. Il più immortale tra i mortali.

Qassem Soleimani era il mito di un Paese, si sentiva al sicuro come si sentono i leader rivali di una superpotenza: certi che l’odio nemico non sarà mai superiore al mantenimento dell’interesse strategico. Perché al di là della scommessa di Donald Trump sulla razionalità iraniana, sul fatto che Teheran, consapevole del rischio di essere spazzata via rinuncerà a qualunque tipo di rappresaglia, uccidere un leader come Soleimani procura di norma più svantaggi che altro. In questo caso: ricompatta la mezzaluna sciita, rinvigorisce il sentimento di unità di un popolo altrimenti fiaccato non solo dalle sanzioni ma anche dalla sua propensione imperialista nella regione, incrementa la narrazione in voga in Medio Oriente degli occidentali traditori, dall’Accordo di Sykes-Picot in avanti.

Devono esserci dunque altri fattori, visto che quelli strategici non sembrano giustificare il raid Usa a Baghdad, alla base di una decisione che rischia di sconvolgere l’area negli anni a venire. Che tipo di fattori? Prevalentemente emotivi. Si può immaginare che rapporti di intelligence sugli spostamenti di questo o quell’altro leader rivale arrivino sulla scrivania della Casa Bianca con una certa frequenza. Ma allo stesso tempo si può credere che l’uccisione del contractor americano e l’assalto all’ambasciata Usa in Iraq abbiano costituito per la cabina di comando americana un’offesa difficile da digerire. Il motivo? Probabilmente irrazionale, decisamente emozionale, figlio di un’eredità avvelenata, di 444 giorni che per l’America rappresentano un marchio d’infamia: quelli in cui 52 componenti della sua ambasciata a Teheran vennero tenuti in ostaggio, rilasciati in maniera beffarda soltanto nel giorno in cui il presidente Carter lasciava a Reagan la sua poltrona nello Studio Ovale.

Da lì, da quell’umiliazione storica, da quella per una volta dimostrazione di impotenza americana, bisogna partire per comprendere le ragioni dell’odio Usa verso la Repubblica Islamica, soggetto che per profondità storica, culturale, demografica, pensa a se stessa come “perno dell’Universo“, soggetto potenzialmente egemone in una regione in cui gli Usa applicano da tempo la strategia dell’equilibrio di potenza, aiutando gli Stati in difficoltà per far sì che diano filo da torcere ai più grandi, garantendosi così risparmio di energie ed evitando l’affermarsi di una nazione che possa insidiarne i disegni.

Come riportato da Limes, sono forse le parole dell’ex analista della CIA, Kenneth Pollack, a spiegare meglio il sentimento degli americani nei confronti degli iraniani a partire dal 1979: “La crisi degli ostaggi ha lasciato una terribile cicatrice nella psiche americana. È un episodio così frustrante che la maggior parte di noi ha semplicemente preferito dimenticarlo, ignorarlo e minimizzarlo il più possibile. Tuttavia, pochi americani hanno mai perdonato gli iraniani. (…) Non ne parliamo mai apertamente, ma la rabbia residua che così tanti americani provano nei confronti dell’Iran per quei 444 giorni ha caratterizzato ogni decisione al riguardo da quel momento. Ogniqualvolta ha fatto qualcosa di malvagio – ed è capitato molto spesso – questa collera ha amplificato lo sdegno verso gli iraniani. Ogniqualvolta gli iraniani hanno tentato di fare aperture agli Stati Uniti – per quanto rare e problematiche – questa stessa rabbia ci ha spinto a fissare soglie molto alte. (…) Una delle ragioni per cui le varie amministrazioni sono state così reticenti a perseguire un riavvicinamento a Teheran è che questa rabbia latente è così volatile e può essere così facilmente riportata a galla da un oppositore politico che in pochi hanno voluto prendersi il rischio. (…) Se a un certo punto saremo in grado di risolvere le differenze politiche reciproche, dovremo affrontare anche questi ostacoli emotivi. (…) Gli americani dovranno imparare a gestire la propria collera“.

Non è pretestuoso pensare che in relazione alla decisione di uccidere Qassem Soleimani quella collera verso il nemico storico abbia inciso. E molto. Non fosse altro perché difficilmente una superpotenza affida ad un altro Paese, in questo caso l’Iran, la possibilità di scegliere se avviare o meno una guerra. Di solito la muove per prima, lasciando al nemico l’opportunità di leccarsi le ferite e poco altro. Stavolta ha preferito sfregiarlo. Scommettendo sul fatto che sarà la paura a trionfare sul desiderio di vendetta.

Perché l’uccisione di Qassem Soleimani è l’evento più importante degli ultimi anni in Medio Oriente (e non solo)

Qassem Soleimani

L’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani è senza dubbio uno degli eventi più importanti degli ultimi anni in Medio Oriente. Meno mediatico dell’uccisione del Califfo dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi, ma molto più impattante dal punto di vista geopolitico. Il fatto che il raid in cui è rimasto ucciso il comandante delle forze Al Quds – vero fiore all’occhiello delle truppe d’élite iraniane – sia stato ordinato da Trump in persona, senza peraltro informare il Congresso, è uno dei punti nodali della questione.

L’azzardo di Donald

The Donald, il “dealer“, l’uomo d’affari trapiantato alla Casa Bianca, ha scelto di tentare un azzardo in qualità di commander-in-chief della più forte armata del Pianeta. Si potrebbe credere che dietro ad una mossa di così chiara rilevanza politica, destinata a scatenare un terremoto geopolitico potenzialmente senza precedenti, Trump abbia avuto rassicurazioni dai suoi consiglieri militari del Pentagono sul fatto che l’Iran non ha la possibilità di reagire nel breve termine in maniera proporzionale all’offesa ricevuta. Ma questo pensiero rassicurante non è corroborato dallo storico di Trump, noto per aver assunto in questi anni delle decisioni ampiamente sconsigliate dagli apparati.

Le possibili conseguenze dell’uccisione di Qassem Soleimani

Che l’approdo sia un’escalation nella regione è poco ma sicuro. Resta da capire dove l’Iran deciderà di assestare il proprio colpo. Se in Siria, contro Israele, o più facilmente nello stesso Iraq, paradosso irrisolto da troppi anni, in cui il premier Adil Abdul Mahdi si trova nella oggi quanto mai scomoda posizione di alleato tanto degli Usa quanto dell’Iran, non è dato sapere.

George W. Bush e Barack Obama non passeranno alla storia come due dei più lungimiranti strateghi militari che il mondo abbia conosciuto, ma ci sono dei motivi se in tanti anni, nonostante il ruolo crescente di Qassem Soleimani nello scacchiere mediorientale, non hanno mai impartito l’ordine di uccisione ai propri uomini sul campo. Soleimani era per l’Iran e il suo popolo una figura sentimentale, quasi mitologica per la sua capacità di tirarsi fuori dalle situazioni più difficili da vincente. Il fatto poi che l’uccisione del generale sia arrivata in risposta ai disordini in Iraq di questi giorni suggerisce che quello Usa sia il più classico dei falli di reazione: un atto non supportato da un’articolata strategia, bensì fondato sulla percezione di un Iran oggi troppo debole per pensare di provocare un conflitto su larga scala che avrebbe come unico effetto quello di vederlo distrutto.

I rischi per Trump

Quanto l’azzardo di Trump pagherà lo capiremo nei prossimi giorni. Quel che è certo è che questa mossa rischia di avere ripercussioni politiche importanti anche sul piano interno. Al di là del decantato disimpegno americano, durante il mandato di Trump è aumentato il contingente militare a stelle e strisce dislocato in giro per il mondo. L’apertura di un fronte caldo, per non dire rovente, in Iran – quando siamo da poco entrati nell’anno delle presidenziali – promette di costare caro in termini di popolarità all’inquilino della Casa Bianca, diviso tra la tutela dell’interesse nazionale e la stanchezza di un popolo provato dal suo ineluttabile destino di superpotenza.