“Segui i soldi”

Follow the money“, segui i soldi. Questa è la frase iconica di un film che ha fatto la storia e l’ha raccontata. “Tutti gli uomini del presidente“, anno 1976, è la pellicola che narra il dietro e il davanti le quinte dello scandalo Watergate che segnò la fine della presidenza di Richard Nixon. “Follow the money” è la frase pronunciata dalla “Gola Profonda” a Bob Woodward, il giornalista che insieme a Carl Bernstein si rese protagonista dello scoop che cambiò l’America. Quest’ultimo, diversi decenni dopo, incitò i suoi colleghi ad applicare su Donald Trump lo stesso principio che aveva portato al successo della loro inchiesta: sì, seguire i soldi. Quel Donald Trump che, ironia della sorte, nel settembre del 2016 utilizzò questa identica espressione per criticare Hillary Clinton e la sua fondazione. Lo stesso Donald Trump – sempre lui – che esattamente quattro anni dopo, ad un mese dalle elezioni più importanti della storia americana, rischia di essere incastrato da un’inchiesta del New York Times.

Follow the money“, seguite i soldi.

Trump l’evasore

Iniziamo col dire che il New York Times è il New York Times. Al di là dell’orientamento liberal, un quotidiano del genere non pubblica un’inchiesta senza essere sicuro al 100% della bontà del proprio lavoro. Il giornale sostiene di aver messo le mani sulle dichiarazioni dei redditi di Donald Trump dal 2000 al 2017. Ne emerge un quadro sconvolgente, anche per coloro che mettevano in conto da tempo un’evasione fiscale corposa del magnate newyorchese. Basti dire che nel 2016 e nel 2017 il biondo di Manhattan ha versato nelle casse federali 750 dollari l’anno. Milioni di americani, molto più poveri di lui, in queste ore potrebbero essere particolarmente nervosi. A maggior ragione pensando che in 10 dei quindici anni precedenti, Trump non ha pagato al fisco neanche un dollaro. Ma come ha fatto il presidente, a fronte di un reddito netto di 427,4 milioni di dollari fino al 2018, a sfuggire a quasi tutte le tasse sulla sua fortuna? Secondo il NYT, “la risposta si trova in una terza categoria di attività di Trump: le aziende che possiede e gestisce personalmente. Le perdite collettive e persistenti da esse riportate lo hanno in gran parte assolto dal pagamento delle imposte federali sul reddito. (…) Questa equazione è un elemento chiave dell’alchimia delle finanze di Trump: usare i proventi della sua celebrità per acquistare e sostenere imprese a rischio, e poi gestire le loro perdite per evitare le tasse“.

Il rimborso da 72 milioni di dollari

Una delle scoperte più clamorose del NYT riguarda il rimborso da 72.9 milioni di dollari che Trump avrebbe ricevuto dal Tesoro americano per tutte le imposte sul reddito pagate per il periodo dal 2005 al 2008. La legittimità di tale rimborso è al centro della battaglia legale per la revisione contabile che The Donald conduce da tempo con l’Ufficio dell’Entrate Interno (IRS) e che il presidente ha utilizzato in questi anni (a partire dal 2011) per giustificare la propria ritrosia a pubblicare le sue dichiarazioni dei redditi, sostenendo che fossero oggetto di “audit“, ovvero una verifica della correttezza dei dati di bilancio e delle procedure di un’azienda.

Trump ha avuto accesso a quel rimborso “monstre” dichiarando enormi perdite commerciali – per un totale di 1,4 miliardi di dollari dalle sue attività principali per il 2008 e il 2009 – che le leggi fiscali gli avevano impedito di utilizzare negli anni precedenti. Ma, scrive il Times, “per trasformare quel lungo arco di fallimenti in un gigantesco assegno di rimborso, si è affidato a un abile lavoro di contabilità“. Se alla fine i revisori dei conti non ammetteranno il rimborso federale di 72,9 milioni di dollari di Trump, egli sarà costretto a restituire quel denaro con gli interessi, ed eventualmente con sanzioni, per un totale che potrebbe superare i 100 milioni di dollari.

Trump è davvero un vincente?

Oltre a mettere in dubbio l’onestà di Trump sotto il profilo fiscale, l’inchiesta del New York Times mina alle fondamenta il mito del “self-made man“, l’imprenditore di successo che si è fatto da solo, e quello del “dealer“, l’uomo capace di spuntarla in ogni trattativa grazie al suo fiuto per gli affari. Dalle dichiarazioni dei redditi emerge esattamente l’opposto: Trump risulta avere debiti per centinaia di milioni di dollari. Crolla così gran parte dell’impalcatura che il newyorchese ha creato per rappresentare la sua immagine all’esterno. The Donald, su Twitter, bolla tutto come “fake news“, ma a due giorni dal primo dibattito tv con John Biden, a poco più di un mese dalle elezioni, gli americani – anche i più fedeli conservatori – si trovano a dover decidere se vogliono credere al tweet del presidente o alle dichiarazioni rese al fisco dallo stesso tycoon.

Soldi e politica estera

Il dilemma diventa d’interesse pubblico a maggior ragione considerando il conflitto di interessi generato dal fatto che Trump non ha voluto rinunciare a guidare le sue società mentre si trovava alla Casa Bianca. Ma cosa succede se il presidente ha interessi personali in Turchia? Come bisogna leggere la sua intesa con Erdogan alla luce di questa scoperta? Ed è normale che il leader delle Filippine, Rodrigo Duterte, abbia scelto come inviato speciale per il commercio a Washington l’uomo d’affari dietro la Trump Tower di Manila? Sono solo alcune delle questioni che emergono dall’inchiesta, che evidenziano un intreccio geopolitico pericoloso per gli Stati Uniti, gestiti come un’impresa di famiglia da un magnate fin troppo disinvolto, che lega i suoi affari alle fortune del proprio Paese.

Nella politica americana, c’è un’espressione ricorrente nelle campagne elettorali: “October surprise“. Tradizione vuole che quasi sempre vi sia una “sorpresa d’ottobre”, un evento che cambia irrimediabilmente la contesa, che è in grado di spostare gli equilibri della sfida per la presidenza. Alcuni, per motivare questa tendenza, hanno tirato fuori perfino un’apposita teoria del complotto. Questa, però, ha il sapore di una “September surprise“. In fondo, nemmeno tanto sorpresa. Bastava dare ascolto alla vecchia regola dei maestri del giornalismo d’inchiesta: “Follow the money“, segui i soldi.

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La mossa “Suprema” di Donald Trump

Pronostico rispettato: Donald Trump ha scelto Amy Coney Barrett come nuovo giudice della Corte Suprema al posto di Ruth Bader Ginsburg. Siamo dinanzi ad un momento di svolta nella campagna elettorale americana. Siamo negli Usa, il posto dove il motore della Storia è sempre acceso – non come altrove, dove qualcuno la cita spesso a sproposito – e la mossa del biondo di Manhattan è una di quelle in grado di cambiare gli scenari nei prossimi decenni.

Amy Coney Barrett: Why Trump's Supreme Court pick stirs fears he is  planning an assault on democracy | US News | Sky News

Il contesto

La Corte Suprema è il più importante organo giudiziario degli Stati Uniti: è quello che ha l’ultima parola sulle questione più controverse, quelle che da tempo dilaniano la società a stelle e strisce, sempre più radicalizzata, polarizzata. Sempre più Stati Divisi d’America. Che si tratti di pena di morte o di diritti degli omosessuali, di aborto o di armi, una decisione della Corte Suprema impatta sulle vite degli americani, ne cambia la traiettoria, le abitudini, gli stili di vita. Ne è la prova l’esistenza stessa di Ruth Bader Ginsburg, un’icona del diritto (non solo liberal), alla quale la stessa Amy Coney Barrett – giudice di dottrina diametralmente opposta a quella di RBG – ha concesso l’onore delle armi: “Ha polverizzato il soffitto di cristallo che è la barriera invisibile contro le donne, si è conquistata la nostra ammirazione“, ha detto.

La Corte Suprema degli Stati Uniti d'America
La Corte Suprema

Perché questa nomina conta così tanto

L’elettorato Repubblicano è storicamente ossessionato dalle nomine dei giudici nei tribunali statali e federali. L’interesse della base verso vicende di questo tipo è mediamente molto più alto di quello dei Democratici. Ecco spiegato il motivo della disponibilità di Mitt Romney – ex sfidante di Barack Obama e principale oppositore interno di Trump – a votare la nomina di Amy Coney Barrett in Senato: c’è troppo in ballo per i Repubblicani. Non si tratta di dare un contentino al proprio elettorato, né (soltanto) di mettere un dito negli occhi dei democrats, che rischiano di vedere spostato l’equilibrio della Corte (6 a 3 per i conservatori) a pochi giorni dalle elezioni, senza possibilità di fare (quasi) nulla per impedirlo. La nomina di Amy Coney Barrett è il grimaldello che i Repubblicani si sono improvvisamente trovati fra le mani per plasmare una società che nei prossimi anni, per demografia e tendenze, andrà altrove. Verso i democratici.

ACB

Donald Trump sarà anche uno sprovveduto sotto tanti punti di vista, ma quattro anni fa ha dimostrato di saper vincere le campagne elettorali. La morte di Ruth Bader Ginsburg gli ha fatto arrivare tra le mani un jolly: è risaputo che i due si odiassero, ma Trump per una volta ha voluto mostrare rispetto per una figura che non appartenesse al suo campo. L’ha definita “una gigante del diritto, una pioniera per le donne“, ha presenziato ai suoi funerali. Niente di straordinario per un presidente normale, molto rivoluzionario per Trump.

Donald Trump Booed During Ruth Bader Ginsburg Visit | PEOPLE.com
Donald e Melania rendono omaggio a RGB

La nomina della Barrett è l’evento che scompagina il presente, che rischia di ridisegnare il futuro. Non siamo di fronte alla macchietta tratteggiata da molti giornali italiani: alla Corte Suprema ci si arriva solo se si hanno i titoli per farlo, anche se alla Casa Bianca c’è The Donald. Quarantotto anni, sette figli di cui due adottati e uno con la sindrome di Down, ACB (questo l’acronimo adottato dalla stampa Usa) è stata la pupilla di Antonin Scalia, giudice italo-americano della Corte Suprema morto nel 2016, campione dei conservatori eppure grande amico della liberal RGB. Le loro visioni erano opposte, la loro cultura antitetica, eppure tra i due si è sviluppato un rapporto solido, di affetto e rispetto. RGB e Scalia sono due figure della vecchia America, quella in cui il dialogo tra le parti poteva essere rovente ma pur sempre presente. Nella nuova America il capo dei senatori repubblicani McConnell ha annunciato pochi minuti dopo la morte della Ginsburg (mancanza di rispetto) che il Senato avrebbe ratificato la nomina di Trump. McConnell è lo stesso che nel 2016, alla morte di Scalia, disse che Obama a 9 mesi dalla fine del mandato non aveva diritto di nominare nessun giudice. Ora di mese ne manca uno.

Values: The friendship of Ginsberg and ScaliaLos Angeles Post-Examiner
Ruth Bader Ginsburg e Antonin Scalia

Ginsburg e Scalia, Scalia e Ginsburg: la storia di Amy Coney Barrett si intreccia a quella di questi due giganti. Chiamata a sostituire Ginsburg, ACB ha detto che “la dottrina di Scalia è la mia“. La prescelta è quella che viene definita una “originalista“: per lei fa fede la Costituzione, non le interpretazioni che per alcuni è lecito fare alla luce dell’evoluzione della società. Barrett non cambierà il suo modo di lavorare: “Un giudice deve applicare la legge per come è scritta, non siamo decisori politici“, ha detto. Il principio è condivisibile, ma le sfumature contano, e ragionare come i costituenti di due secoli fa può risultare anacronistico. Barrett ha però le qualità per interpretare il ruolo, è una nomina all’altezza: l’ha scelta Trump, ma se l’avesse indicata Bush nessuno si sarebbe meravigliato.

La mossa suprema di Trump

Alcuni osservatori fanno notare che per Trump sarebbe stato più intelligente ritardare la nomina di Barrett, impostare le prossime elezioni su una sorta di referendum, non più su di lui – e sulla scellerata gestione del coronavirus – ma sulla provenienza culturale del prossimo giudice della Corte. La tattica avrebbe anche avuto un senso, ma si dimentica che i Repubblicani con la maggioranza in Senato hanno già il potere di fare questa nomina: è come chiedere ad un attaccante che ha la porta vuota spalancata davanti a sé e deve soltanto spingere la palla in rete di tornare a metà campo, dribblare tutti gli avversari e poi cercare il gol all’incrocio dei pali. Domanda: perché dovrebbe? Altra domanda: come la prenderebbero i tifosi della sua squadra? La politica è spietata, ma a volte anche molto semplice. E poi c’è da considerare un altro fatto: dinanzi al pericolo di ritrovarsi sotto 6 a 3, anche i democratici hanno percepito l’importanza della posta in gioco. La loro reazione? Donazioni per 45 milioni di dollari nelle 12 ore successive alla morte di Ginsburg. Ecco, per Trump meglio non fare del voto su Barrett un tema di campagna elettorale. Molto più facile portare a casa il risultato senza giocare la partita.

Scorretto? Per esempio, un’originalista come la Barrett, attenendosi alla legge, direbbe che non c’è niente di male. Nominare i giudici della Corte Suprema è un diritto che spetta al Presidente, nulla da dire. Però il 15 febbraio 2016, a due giorni dalla morte del suo mentore, il giudice Scalia, ACB dichiarava che Obama non avrebbe dovuto nominare un successore durante un anno di presidenziali perché “l’equilibrio del potere potrebbe cambiare drasticamente“. Ovviamente, ora che la giudice designata nell’anno delle presidenziali è stata lei, non si è sentita in dovere di sollevare lo stesso appunto. Questione di sfumature, appunto. Benvenuti a Washington, dove la Storia si fa e si disfa.

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La morte di RBG cambia la campagna (e forse anche la storia) americana

In America la chiamavano “Notorious RBG“, la famigerata RBG.

Ruth Bader Ginsburg non era “soltanto” un giudice della Corte Suprema, era anche l’unico giudice della Corte Suprema conosciuto da tutti gli americani. Il suo volto è finito sulle tazze con cui gli statunitensi fanno colazione, sulle magliette che indossano con orgoglio. Il suo nome è diventato un acronimo: RBG, privilegio riconosciuto a personaggi del calibro di JFK, ottenuto peraltro senza morire in un attentato. Le è bastato vivere una vita straordinaria. Anzi, più vite di quante una vita sola potrebbe normalmente contenere. Larger than life, come dicono gli americani.

Ha spianato la strada ai diritti delle donne, ha difeso quelli delle persone omosessuali. Con il suo iconico “io dissento” ha più volte custodito l’anima dell’America: la libertà. Non è stata però previdente. Con due tumori alle spalle e un corpo sempre più fragile, già negli anni scorsi le era stato consigliato con discrezione dall’allora presidente Obama di farsi da parte. Quello dei giudici della Corte Suprema è un incarico a vita, ma un passo indietro di RBG avrebbe consentito ai democratici di evitare ciò che è accaduto oggi: la morte, e un seggio vacante tra i liberal che i Repubblicani non vedono l’ora di colmare con un rappresentante ultra-conservatore.

RBG però non volle saperne: “Non credo che il presidente nominerebbe una così di sinistra come sono io“, disse. Ha continuato ad esercitare nonostante gli acciacchi, non ha perso un solo giorno di lavoro, si è arresa a 87 anni, e sul letto di morte ha espresso un ultimo desiderio, un atto d’amore verso l’America: “La mia ultima e fervente volontà è di non essere rimpiazzata fino a quando non ci sarà un nuovo presidente alla Casa Bianca“.

Questa però non è una battaglia di poltrone, uno scontro fra lobby fine a se stesso. La Corte Suprema è l’istituzione che ha l’ultima parola su tutto: dall’aborto ai diritti gay, dal possesso di armi alla regolarità di un’elezione presidenziale (ricordate Bush vs Al Gore nel 2000?). I Repubblicani hanno già la maggioranza: fino a ieri erano in vantaggio con 5 giudici contro i 4 di comprovata fede democratica, ma ogni tanto un giudice centrista faceva da ago della bilancia nelle questioni più controverse e l’equilibrio era “quasi” assicurato.

Ora però la morte di RBG rischia di cambiare l’America. Con un 6 a 3 i Repubblicani potrebbero bilanciare l’handicap di una composizione demografica che tenderà nei prossimi anni a gonfiare sempre di più le vele del consenso Democratico. Ecco perché per il partito di Trump si è presentata un’occasione praticamente unica: nominare adesso, a meno di due mesi dal voto, un nuovo giudice ultra-conservatore.

Domanda: Trump può farlo? Sì, non c’è nessuna legge che glielo impedisce. E le questioni di “opportunità” sappiamo che non fanno parte del modo di pensare la politica del biondo di Manhattan. L’eventuale nomina da parte di Trump, però, dev’essere ratificata dal Senato. Chi ha la maggioranza? I Repubblicani. Il loro leader al Senato, Mitch McConnell, a pochi minuti dalla notizia della morte di RBG ha detto che il presidente ha il diritto di nominare un nuovo giudice e che questa persona sarà sottoposta quanto prima al voto del Senato. I Democratici sono insorti e hanno ricordato a McConnell le parole che lui stesso pronunciò dopo la morte di un altro giudice, questa volta conservatore, l’italo-americano Antonin Scalia, quando Obama, con ancora un anno e mezzo di mandato davanti, si disse intenzionato a sostituirlo: “Il popolo americano dovrebbe avere voce in capitolo nella scelta del prossimo giudice della Corte Suprema. Pertanto, questo posto vacante non dovrebbe essere occupato fino a quando non avremo un nuovo presidente“.

Stavolta McConnell sembra aver cambiato opinione: anche se al voto non manca un anno e mezzo, ma poche settimane. Cosa può succedere? Che a far saltare i piani siano alcune senatrici del Partito Repubblicano “moderate”. La lista dei nomi circola già nelle chat dei senatori Democratici: si tratta di Susan Collins del Maine, Lisa Murkowski dell’Alaska, Lindsey Graham del South Carolina e Charles E. Grassley dell’Iowa. Su di loro, nei prossimi giorni, verrà esercitata una pressione senza precedenti. Perché senza precedenti è la posta in palio. Così come quella delle prossime elezioni.

Un’eventuale nomina da parte di Trump, se ratificata dal Senato, rappresenterebbe un dito in un occhio per l’elettorato democratico, che a quel punto avrebbe un altro motivo per sfrattare The Donald dalla Casa Bianca: modificare la legge al Congresso (è già successo) e cambiare il numero di giudici della Corte Suprema per pareggiare i conti.

Ma anche se Trump dovesse decidere di astenersi dal sostituire RBG, dimostrandosi attento al fair play (ed è improbabile), le prossime elezioni sancirebbero di fatto chi tra Repubblicani e Democratici può indicare il nuovo giudice. Ovvero: chi tra Repubblicani e Democratici può imprimere una nuova direzione al Paese.

La campagna elettorale Usa con la morte di RBG è appena cambiata. Improvvisamente, irrimediabilmente. I prossimi giorni ci diranno se a cambiare sarà anche la storia americana.

La pace di Donald

Ha probabilmente ragione chi sostiene che un “accordo di Abramo” firmato da Barack Obama sarebbe stato celebrato dalla stampa internazionale come un’intesa dai risvolti epocali per il Medio Oriente e per il mondo intero. Il fatto che sia stato Donald Trump a siglare il “peace deal” tra Israele, Emirati Arabi e Bahrein di certo smentisce molte delle narrazioni strumentali che vengono fatte della politica. Americana e non solo.

Servono obiettività e distacco per ammettere che quello raggiunto da Donald Trump è un successo diplomatico indiscutibile.

i24NEWS - Israel, UAE, Bahrain sign landmark US-brokered Abraham Accords

La cartina di tornasole del suo successo è il commento all’intesa da parte del suo sfidante alla Casa Bianca, Joe Biden, che evita volutamente di nominare gli accordi firmati dal rivale, ma plaude ai “passi” fatti da Emirati Arabi e Bahrein per normalizzare i rapporti con Israele, promettendo che un’amministrazione Biden-Harris li “rafforzerà” sfidando altre “nazioni a mantenere la pace“. Forse per smarcarsi dal solco tracciato da Trump, probabilmente per rivendicare una diversità nella sua politica estera, Biden torna ad evocare la soluzione dei due stati per Israele e Palestina: un piano ad oggi superato dalla storia.

Quanto il successo di Trump inciderà sulla corsa alla Casa Bianca? Praticamente zero. Il Medio Oriente non è da molto tempo in cima alle preoccupazioni del popolo americano. Al limite Trump migliorerà i sondaggi di opinione sulle sue capacità in politica estera, benzina per il suo smisurato ego, ma serve altro per restare in sella.

Sul piano geopolitico, però, la svolta che cambia il grande gioco del Medio Oriente è innegabile. Per quanto siano più di uno i motivi che portano a credere che l’effetto domino auspicato dall’amministrazione Trump nel mondo arabo faticherà a manifestarsi. Ne è un indizio il fatto che a quest’intesa storica, annunciata dalla veranda sul Portico Sud della Casa Bianca, non abbia preso parte un peso massimo della regione come l’Arabia Saudita, soltanto ufficiosamente rappresentata dal Bahrein, poiché impossibilitata a sciogliere i suoi troppi nodi interni, a trovare una motivazione che giustifichi un passo di tale portata agli occhi del mondo musulmano di cui è la guida.

Resta però il cambio di copione tattico nel tentativo di risolvere l’annoso conflitto israelo-palestinese. Il copyright spetta a Jared Kushner, genero di Trump, artefice della piattaforma che ha consentito la normalizzazione dei rapporti tra Israele ed Emirati, ribaltando il paradigma per cui prima di qualsiasi intesa con lo Stato Ebraico debba essere trovata una soluzione alla questione palestinese. Ora sarà l’opposto: potranno essere le relazioni tra mondo arabo ed ebraico a risolvere il conflitto.

Non è detto che accada, è certo che nel caso non sarà alle condizioni della Palestina. Ma a Trump va dato atto di aver raggiunto un patto che stabilizza la regione. Più che l’accordo di Abramo, la pace di Donald.

Donald e Kim. Lettere d’amore

Lettere d’amore. Venticinque missive intrise di sentimenti e reciproche aspettative. Spesso deluse, ma cosa importa? E’ chiaro, scrive Kim jong-Un a Donald Trump, che la nostra relazione speciale funzionerà come “una forza magica”. Questione di feeling, direbbe Cocciante. Ma ad ammetterlo è il biondo di Manhattan in persona, a colloquio con Bob Woodward, il giornalista del Watergate che col suo nuovo libro sta facendo discutere l’America e il mondo, o almeno quella parte interessata a comprendere cosa succede nel retrobottega del faro dell’Occidente, piuttosto che a discutere di ostriche e prostatiti.

E’ The Donald, di fatto, a descrivere il suo rapporto con Kim alla stregua di un approccio sentimentale: “Incontri una donna. In un secondo sai se qualcosa succederà o no. Non ci metti 10 minuti o sei settimane”. Trump ammette che tra lui e Kim c’era “una grande chimica”. E non pensate male, dai, che questa volta le armi non c’entrano: nemmeno quella segreta che Trump ha svelato di avere così, tanto per pavoneggiarsi un po’ con una leggenda vivente del giornalismo a stelle e strisce, tanto per mandare al manicomio i vertici del Pentagono, i militari che lui chiama con disprezzo “deep State”, e che a loro volta guardano al 3 novembre come al bivio che può rendere le loro vite molto più facili, o incredibilmente complicate.

La relazione tra Donald e Kim è quella fra due personaggi che cercano una legittimazione, che possono darsela reciprocamente. Da una parte c’è un giovane leader fisiologicamente sospettoso del prossimo, a proprio agio soltanto con la routine del suo regime, che per la prima volta viene preso sul serio da un personaggio di spicco. E che personaggio: il presidente degli Stati Uniti, il leader del mondo libero.

I due si studiano, all’inizio onestamente non si prendono, giocano a chi ha il pulsante nucleare più grosso, e nel 2017 sfiorano la guerra, molto più di quanto l’opinione pubblica abbia capito. Poi però dagli insulti si passa alle strette di mano: l’incontro a Singapore segna un momento di svolta. I due sanno di essere entrati in un modo o nell’altro nella storia. L’idea gli piace, sanno che comunque vada sarà un successo, e sanno che questo successo non sarebbe stato possibile senza la complicità dell’altro.

Letters between Kim and Trump: “Without me we would be at war”

Nasce su queste basi, ancor prima che sugli interessi strategici dei due Paesi, la relazione speciale tra i due leader. C’è un’infatuazione reciproca, la voglia di dimenticare le frizioni di ieri. Trump, che per la frenetica attività missilistica nordcoreana aveva parafrasato Elton John ribattezzando la controparte “Rocket Man”, l’uomo razzo, si spende per far capire al suo nuovo amico che in realtà il suo era un complimento.

Nota a margine: The Donald è letteralmente ossessionato dal cantante inglese, in passato ha fatto di tutto per farsi notare da lui, avrebbe voluto anche che cantasse alla sua inaugurazione da presidente, ma non c’è stato verso.

Decide così di inviare a Kim una copia firmata da Elton John in persona del cd di “Rocket Man”. John Bolton, ex consigliere alla sicurezza nazionale, nel suo libro scrive che appreso del viaggio in Asia di Mike Pompeo, il segretario di Stato Usa di origini italiane, Trump si affretterà a chiedere se l’ex direttore della Cia abbia consegnato o meno a Kim la copia del cd. Piccolo problema: Pompeo e Kim non si sono incontrati. La delusione fa capolino sul viso di Trump, avrebbe voluto che l’amico ricevesse il suo regalo: “Farlo”, scrive Bolton, “è rimasta una sua massima priorità per molti mesi”.

Non mancheranno gli incidenti di percorso, le frenate, i fraintendimenti. Perché Trump e Kim sono pur sempre rappresentanti di Paesi ostili. Perciò quando si incontrano ad Hanoi, in Vietnam, in quello che sarà il loro secondo meeting ufficiale, è ovvio che tra i due non possa trovarsi un’intesa: gli Usa propongono alla Corea del Nord di eliminare tutte le sanzioni, ma in cambio vogliono la completa denuclearizzazione del Paese; Kim dal canto suo risponde di essere disponibile a smantellare un solo impianto nucleare, quello di Yongbyon. Proposta irricevibile, per entrambi i fronti. Saltano il pranzo già allestito tra le due delegazioni, la conferenza stampa, la dichiarazione congiunta. Ma c’è da capirlo, Kim: al nucleare non rinuncerà mai, non spontaneamente. Per quanto possa essere affascinato dall’amico newyorchese, sa bene che il nucleare rappresenta anche la sua migliore polizza sulla vita. Quanto non avevano altri due dittatori come Gheddafi e Saddam Hussein. E sappiamo com’è andata a finire.

D’altronde non è mancanza di fiducia, soltanto “colpa” del sistema americano: non è mica come in Corea del Nord, dove Kim è succeduto al padre nella carica di guida suprema. Negli Usa vige un piccolo problema: si chiama democrazia. Forse, se fosse certo che al primo mandato di Donald ne seguirà un altro, se sapesse con sicurezza che al suo amico succederanno i figli, allora sì che Kim si siederebbe al tavolo per ragionare…

Ma tant’è, i due, quando possono, si cercano. Addirittura, dopo il meeting fallito di Hanoi, Trump è stato il primo presidente Usa a mettere piede sul suolo nordcoreano. Materiale per aggiornare i libri di storia ce n’è quanto basta.

Donald Trump, Kim Jong Un 'Love Letters' Revealed | PEOPLE.com

Si arriva così ad oggi, alle voci che vogliono Kim morto o in fin di vita, con Trump che si prende la briga di cinguettare su Twitter che il leader asiatico è “in ottima salute, mai sottovalutarlo”. Si annusano, si lusingano, come amici o amanti traditi non nascondono la loro delusione quando qualcosa non va come sperato. Come quando Kim scrive in una lettera di sentirsi “molto, molto offeso” nel pensare che gli americani continuino a svolgere un ruolo militare nel sostegno del rivale sudcoreano.

Sono incomprensioni, gelosie. Appunto, lettere d’amore.