Passeremo Le Pen dell’inferno

salvini le pen

 

Nel giorno in cui i mercati lanciano segnali allarmanti sulla situazione dei conti italiani, Di Maio e Salvini come sempre interpretano le rispettive parti: il poliziotto fesso e quello pazzo. Perché non ci sono i margini per trovare qualcosa di buono – e cattivo è dargli troppo filo – in un governo che dice di voler combattere il gioco d’azzardo ma alla fine proprio questo fa coi soldi degli italiani.

Uno, Di Maio, parla di complotto, vede spettri ovunque. L’altro, Salvini, evoca Soros e speculazioni anni Ottanta. Se non fosse che i margini per speculare li hanno creati proprio loro, se non altro che se l’Italia adesso è a rischio è proprio per l’instabilità che M5s e Lega hanno creato a colpi di deficit.

Ma che il lungo tunnel imboccato dal Paese sia solo all’inizio lo si capisce dal fatto che il leader del partito politico attribuito dei maggiori consensi, anche stavolta Salvini, si accompagni orgogliosamente con Marine Le Pen. Quella Marine Le Pen. Figlia di quel Jean-Marie Le Pen. Fieramente ma pericolosamente razzista e populista. Un biglietto da visita che l’Italia farebbe bene a strappare in tempo. A meno che non si decida, alla fine, di seguire nel baratro Salvini. E di passare con lui Le Pen dell’inferno.

Macron può segnare la fine di Salvini, proprio sui migranti

macron conte

 

Fra le espressioni che Giuseppe Conte utilizza con maggior frequenza, a margine del bilaterale con Emmanuel Macron, merita un posto d’onore “i nostri amici francesi“. Il tentativo di archiviare la freddezza del post-Aquarius come un episodio risalente a diverse ere geologiche fa è ben riuscito. Per quanto nella conferenza stampa congiunta che va in scena a Parigi entrambi i protagonisti debbano slalomeggiare con maestria, per evitare di pestare le mine che i giornalisti disseminano sul percorso nel tentativo di farle esplodere, il più delle volte nominando il convitato di pietra del summit: Matteo Salvini.

Macron ha la presunzione di conoscere il tipo leghista. Il segretario del Carroccio è – secondo il Presidente della Repubblica francese – la trasposizione italiana della sua peggiore nemica in patria: Marina Le Pen. Dove non è riuscita la figlia di Jean-Marie, però, è riuscito Salvini: andare al governo. Ma il fatto che il ministro dell’Interno italiano sia titolare in Italia di una partita che può segnare la sopravvivenza dell’Europa non obbliga Macron a considerarlo come un suo interlocutore.

E non è un caso che l’inquilino dell’Eliseo, rispetto al cosiddetto “asse dei volenterosi” che vede Salvini alleato con il nazionalista austriaco Kurz e con l’omologo Seehofer – l’uomo che in Germania si oppone alle politiche di accoglienza volute dalle Merkel – risponda con la linea del “mon ami Giuseppé“.

Tira in ballo le Costituzioni di Francia e Italia, Macron. Ricorda che a dirigere il governo sono i leader che si sono appena incontrati, a dispetto di quanto può dire o auspicare Salvini. Non una precisazione banale, fine a sé stessa. Semmai una sfida nella sfida, un azzardo in cui a giocarsi tutto non è solo Macron, ma l’Europa tutta.

Cambiare paradigma“, dice Conte. “Lavorare mano nella mano“, scandisce Macron. Il senso è lo stesso: risvegliare l’Europa, dimostrarne le potenzialità e soprattutto le capacità di agire nel concreto dinanzi ad uno degli ultimi bivi che la storia le presenterà.

In questo sta la sfida politica a Salvini, che forse ha avuto il merito di mettere la questione migranti al centro del dibattito, ma scommette – ancora una volta – nel fatto che l’Europa si rivelerà evanescente quando si tratterà di passare all’azione.

E non è casuale il riferimento di Macron ai “contatti privilegiati” di Salvini con “alcuni in Europa“, tra cui viene reso esplicito quello con l’Ungheria di Orbàn, lo stesso che si oppone alla riforma di Dublino e alla solidarietà tra Stati che tanto servirebbero all’Italia.

Se Macron riuscirà a cambiare l’Europa allora Salvini potrebbe fare la fine di Nigel Farage, l’ex leader dello Ukip, il partito per l’indipendenza del Regno Unito squagliatosi subito dopo aver ottenuto la Brexit.

Sarebbe paradossale se la fine di Salvini fosse determinata dalla soluzione della crisi dei migranti.

Macron non faccia il francese

macron

 

Emmanuel Macron potrà godere – ancora per un anno – di un credito diffuso in tutta Europa. Fino a quando, cioè, alle Europee 2019 non sarà costretto a scegliere la propria collocazione politica a Strasburgo.

I socialisti europei per mesi hanno coccolato il sogno e il paradosso che a risollevare le sorti della sinistra fosse proprio colui che in Francia l’ha distrutta.

Poi ha iniziato a profilarsi l’ipotesi horror per tutte le cancellerie europee: quella di un’intesa tra En Marche e il MoVimento 5 Stelle. Un’idea a quanto sembra definitivamente tramontata, ancora di più alla luce del cortocircuito istituzionale tra Italia e Francia scoppiato sulla vicenda Aquarius.

Alla fine potrebbero spuntarla i Liberali dell’Alde, ma se potessero gli stessi Popolari rimpiazzerebbero una Merkel sempre lucida ma ammaccata con il nuovo leader che promette di risvegliare il Continente.

Macron, però, proprio per l’immagine di nuovo europeista che è stato in grado di darsi fin dalla sua salita all’Eliseo, ha una responsabilità non solo nei confronti della Francia, ma anche di quei Paesi che all’Europa non vogliono rinunciare.

L’entrata a gamba tesa sulla condotta dell’Italia sul tema migranti, dunque, può essere catalogato soltanto come un autogol. Non fosse altro per due motivi: il primo, la Francia non è nella posizione per dare lezioni a nessuno – tanto meno a noi – in fatto di accoglienza; il secondo, non ha distinto tra l’Italia e Salvini.

Adesso metta da parte l’orgoglio. Dimostri di appartenere ad una nuova generazione di leader. Ingoi il boccone, detti una dichiarazione e chieda scusa all’Italia. Non faccia il francese, se tiene davvero all’Europa.

Giuseppe Conte, dove sei?

conte senato

 

Si era presentato come l’avvocato difensore degli italiani, Giuseppe Conte. Ma proprio quando piovono accuse dal resto d’Europa, stranito e sconvolto dall’assurda gestione italiana della vicenda Aquarius, il Presidente del Consiglio si dilegua.

Sì, c’è una nota di Palazzo Chigi in risposta alle offese recapitate da Macron. Ma l’unico sprazzo che si coglie in un messaggio privo di sussulti è quella chiosa finale in cui si rimarca la distanza tra i fatti dell’Italia e le prediche francesi (“Agli altri nostri alleati lasciamo le parole“). Troppo poco.  Voi ne sapevate qualcosa?

È un grigiore, quello di Conte, che non è venato neanche dalla moderazione o dalla saggezza. Il suo è un grigio e basta, un’impalpabile sfumatura che a paragone col giallo-verde stridente di un governo che si fa portavoce del cambiamento (che non vuol dire miglioramento) nemmeno si nota.

Così spetta a Salvini ribadire che il premier ha “completa autonomia” rispetto all’incontro in programma per venerdì all’Eliseo con Macron (e Conte ringrazi per questa concessa libertà).

Così come spetta a Di Maio, da ministro del Lavoro e dello Sviluppo, decidere cosa sarà ad esempio dell’ILVA, dell’industria più grande del Sud Italia.

E non che vadano invase le sfere di competenza, ma una parola dal Presidente del Consiglio, dall’uomo che secondo la Costituzione “dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile” sarebbe forse lecito attendersela.

Conte invece tace. Prende tempo, ostenta libertà e autonomia solo al G7. Prolunga il proprio tour nelle terre martoriate dal terremoto. Sorride ai flash, aggiusta la riga dei capelli. E forse un giorno taglierà nastri. Stop. Finito.

Nessuno sa cosa pensi. A pochi interessa. Tanto ci sono Salvini e Di Maio.

Giuseppe Conte, dove sei?

Ho scoperto il piano C di Salvini

salvini europa

 

Se il piano A è messo nero su bianco nel programma del “governo del cambiamento“, questo non vuol dire che i contraenti del patto non abbiano coltivato in queste settimane schemi alternativi a quello infine formalizzato.

Ce lo ricordiamo tutti il polverone sollevatosi per Paolo Savona, oggi ministro per gli Affari Europei, sull’altare del quale si stava sacrificando non soltanto la trattativa per il governo ma pure la tenuta della Repubblica. Tutto per colpa di quel famoso piano B che neanche ieri, alla presentazione del suo libro “Come un incubo e come un sogno“, l’economista ha voluto sconfessare: uscire dall’Euro in un fine settimana, mettersi a stampare lire su lire di venerdì pomeriggio – a Borse chiuse – e completare il processo entro lunedì mattina. Facile no?

Ma tra il piano A che giura fedeltà all’Europa e il piano B che ne teorizza l’uscita sta emergendo in queste ore un piano C, ed è targato Matteo Salvini. Né restare, né uscirne: farla saltare questa Europa.

Ne è la prova la condotta sulla vicenda Aquarius, in cui Salvini non ha lasciato in mare aperto 629 disperati per vincere il braccio di ferro con Malta, ma soprattutto per mostrare i muscoli a Bruxelles.

Una mossa che se pure ha avuto il merito di aprire una riflessione allargata sul tema dell’immigrazione, ha messo però l’Italia alla mercé degli insulti di un Paese come la Francia, che in quanto ad accoglienza non può darci di certo lezione.

Se quella di Salvini su Aquarius è stata il frutto di una manovra elettorale per raccattare un po’ di voti in più alle amministrative o il primo passo di una strategia scellerata lo capiremo molto presto. Pensare di accogliere soltanto i migranti raccolti dalle navi della marina e dalla guardia costiera italiane – lasciando le Ong battenti bandiera straniera al proprio destino – è un discorso miope.

A meno che l’idea non sia appunto quel piano C di cui sopra. Far saltare tutte le alleanze in Europa. Dare il via ad un tutti contro tutti capace di mettere in discussione la tenuta e l’essenza stessa dell’Unione. Sarebbe quasi diabolico.

Altro che miope, forse Salvini ci vede benissimo.

La lezione del G7 per i sovranisti italiani

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Al governo Conte è concesso un vantaggio. Essendosi appena insediato può godere di una luna di miele con gli italiani che si traduce soprattutto in un tesoretto di tempo utile per capire da che parte stare. Ma dovrebbero essere bastati i due giorni di G7 in Canada, al premier Conte, per rendersi conto che il solo posto dove l’Italia può sperare di dire la sua è anche lo stesso da cui Salvini e Di Maio sono intimamente tentati di uscire: l’Europa.

In un contesto storico in cui i nazionalismi e i sovranismi la fanno da padrone, dove le riunioni tra leader vengono vissute con insofferenza e fastidio – si veda l’atteggiamento di Trump – Paesi come l’Italia hanno un’unica strada per tentare di contare qualcosa: fare squadra con chi ha interessi se non uguali quanto meno simili.

E in questo senso è da salutare con fiducia la retromarcia di Conte sul piano delle sanzioni nei confronti della Russia. Si può immaginare che stretto tra Merkel e Macron, salutato come un nipote da Juncker e Tusk, Conte abbia iniziato a capire che l’Italia non può permettersi fughe in avanti. A meno che non voglia essere vassallo di qualcuno.

Che poi, anche volendosi del male, si farebbe fatica a scegliere a quale padrone asservirsi. Trump, nonostante i suoi modi ruvidi, ha un merito: sta mantenendo gli impegni presi con gli americani in campagna elettorale. E questo significa che gli Usa non interpretano più come nel passato il ruolo di guida universale del mondo libero. Basta uno slogan: America first, per rendersi conto che andare dietro agli americani non è oggi né conveniente né tanto meno possibile.

E allora, potrebbe pensare qualcuno, buttiamoci con Putin. Il presidente russo è probabilmente il giocatore più lucido e talentuoso in fatto di geopolitica. Si è impossessato del Medio Oriente sfruttando la timidezza in politica estera di Obama; e una volta tagliato fuori dall’Occidente ha allargato il fronte verso l’Asia, creando una relazione privilegiata con la Cina che è forse il motivo principale per cui Trump ha proposto di reinserirlo nel G8. Ma di nuovo: l’Italia non ha la forza economica e politica per trattare da pari a pari con colossi come Usa, Russia e Cina.

Possono dunque esistere rapporti di amicizia e di rispetto, nei confronti dei giganti del mondo. Ma se l’Italia vuole contare qualcosa, invece di pensare a distruggere l’Europa pensi a renderla più forte e a scalare posizioni al suo interno.

La strada sarà pure in salita, ma è l’unica che porti da qualche parte.

Erdogan schiaffeggia Macron: il Sultano non prende ordini da Napoleone

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Agita il dito, Erdogan. Nessuno pensi di poter parlare a quel modo, davanti al Sultano.

Si rivolge ai parlamentari del suo partito. E loro applaudono, ogni volta che la sua invettiva si interrompe, quando la pausa sottolinea che è arrivato il momento di farlo.

Cosa dice la platea? Applaude convintamente. Forse deve farlo. Ma poco importa, perché applaude. E certifica l’immagine di un sovrano mitizzato, di un regnante che non accetta consigli, neanche da un capo di stato come Emmanuel Macron.

Ma chi sono mai questi francesi? E chi crede di essere questo novello Napoleone Bonaparte, per parlare così al mio cospetto? Non lo nasconde il suo fastidio, Erdogan. Prova un certo piacere nel rimarcare che col giovane dominus di Francia ha usato toni bruschi, che lo ha fermato quando dalle sue labbra sono uscite parole “strane“, prospettive inconciliabili col suo volere, accordi coi curdi che lui considera terroristi, con una Francia a fare da intermediaria per un dialogo che coinvolga ufficialmente la “sua” Turchia.

Macché. Il Sultano ordina, non parla. Pensa a se stesso come ad un semi-Dio, e l’essere sopravvissuto ad un colpo di Stato lo ha rafforzato in questo convincimento. Così nessuno, neanche Macron, il giovane leader che vuole guidare l’Europa, può permettersi di dirgli cosa fare coi curdi. Ad Afrin, ormai da settimane, ha dato il via ad una guerriglia ribattezzata “ramoscello d’Ulivo“. Vuol portare a suo modo la pace, Erdogan. Ma solo per sé e per il suo popolo. Non per gli altri.

E mai acconsentirà che all’enclave curda venga dato un riconoscimento, una parvenza di territorio con dei confini certi: perché rappresenta un pericolo, una minaccia alle porte di Ankara. Ed Erdogan, dal luglio in cui ha rischiato di morire, ha smesso di porre fiducia in qualcuno che non sia lui. Si limita ad eliminare il dissenso: coi professori, i giornalisti, gli attivisti. Il Sultano semina la paura per raccogliere il rispetto.

Così, in tono sprezzante, domanda: “Chi siete voi per parlare della mediazione fra la Turchia e un’organizzazione terroristica? Da quando in qua la Turchia si siede a un tavolo con un’organizzazione terroristica? La Francia sta andando molto al di là dei limiti“.

Sfida l’Occidente, tiene in pugno l’Europa, che da un momento all’altro potrebbe vedersi invasa dai profughi siriani che Erdogan ha accettato di tenere all’interno dei suoi confini.

Ma intanto schiaffeggia Macron. Il Sultano non prende ordini. Neanche da Napoleone.

La giusta fine di Nicolas Sarkozy

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Nicolas il viscido, Nicolas il traditore. Sarkozy l’arrivista, Sarkozy il malfattore. L’ex Presidente della Repubblica francese in stato di fermo: “mon Dieu“, perché non ci stupisce?

Eletto grazie ai soldi di Gheddafi, il capo della Libia che ha sbagliato a fidarsi di lui. Sarkozy che cambia idea troppo spesso, Sarkozy lo scostante: Sarkozy che voleva essere il nuovo Napoleone, e allora sapete che c’è? Ha pensato bene di bombardarlo il Colonnello, di fomentare la rivolta dei suoi oppositori, di contribuire all’uccisione del suo vecchio finanziatore.

Sarkozy e quell’ossessione per la grandeur perduta, ma mica da lui (che grande mai lo è stato), semmai dalla Francia. Sarkozy il leader ad ogni costo: appunto, persino pagando. Nicolas il presenzialista, mai una volta dietro le telecamere: sempre davanti, sempre pronto a prendersi la scena. Con quel sorriso che per un po’ ha intrigato i francesi, poi li ha irritati, disgustati.

Sarkozy non più affascinante, se non per Carla Bruni. E qualcuno ci dica se l’accento dobbiamo metterlo oppure no sul cognome dell’ex prèmier dame. Se la Bruni è Carla l’italiana o Carlà la francese, che la signora cambia idea a seconda delle circostanze, un po’ come il marito. Lo scorbutico, suscettibile, maleducato Sarkozy. Quello che al G20 di Cannes inveì contro il presidente greco che rischiava la bancarotta, dimenticando le regole del buon padrone di casa.

Sarkozy il cugino infido dell’Italia. Sarkozy, sempre lo stesso, quello del sorrisino malizioso con Angela Merkel che mise in ginocchio la credibilità di Berlusconi dentro e fuori i confini nazionali.

Sarkozy, il cattivo. L’uomo che voleva farci distruggere dal Fondo Monetario Internazionale, presieduto guarda caso da Christine Lagarde, la francese che in una lettera passata alla storia scrisse al suo Presidente:”Usami per il tempo che ti serve“. Ci salvò Barack Obama, che in un vertice drammatico se ne uscì con una battuta dai toni cinematografici:”I think Silvio is right“, “Penso che Silvio ha ragione“.

Ma resta sullo sfondo il suo ghigno malefico. Sarkozy sul piedistallo, Sarkozy che adesso non ride più. Sarkozy che stavolta è finito. Rien ne va plus, adieu Nicolas.