La lezione di sovranismo di Mario Draghi

Mario Draghi

In un’epoca di falsi sovranismi, di sterili isolazionismi, di pericolosi nazionalismi, Mario Draghi dà una lezione di politica ad alcuni dei nostri leader, o presunti tali, che resterà nella storia.

Il più “tecnico” in assoluto, quello più ontologicamente parte del cattivo establishment, il numero uno dei banchieri della vecchia e bistrattata Europa, dal “fortino” della sua Eurotower ha imbracciato il “bazooka” e ne ha fatto esplodere un colpo destinato a dare all’Italia, più che ad altri Paesi, la possibilità di scrivere pagine importanti del proprio futuro. Ad un patto: quello di saper almeno impugnare la penna.

“Mario l’italiano”, come viene apostrofato con quella punta di snobismo dagli altri governatori europei, che con lui hanno ingaggiato ieri una lotta come non si vedeva da tempo all’interno del board Bce, ha accettato il braccio di ferro. E lo ha vinto.

Ha deciso di rimestare nella cassetta degli attrezzi a sua disposizione lasciando un’eredità pesante, ingombrante, per la sua erede, la francese Lagarde, tracciando un solco dal quale sarà complicato uscire fuori prima di qualche anno. La sua “legacy”, per dirla come gli americani, è la seguente: l’economia, oggi più che mai, ha bisogno di stimoli.

Ecco allora il Quantitative easing, che con il suo programma di acquisti di titoli di stato terrà lo spread basso e al riparo da eventuali fibrillazioni; e beccatevi il taglio dei tassi sui depositi, che porterà le banche a prestare più soldi e a finanziare una maggiore liquidità per famiglie e imprese. Le stesse imprese che all’estero saranno anche favorite negli scambi da un euro debole.

Misure forti, potenzialmente rivoluzionarie, a conferma che le banche centrali sono gli unici veri soggetti in grado di cambiare le carte in tavola, e forse anche il corso della storia. L’Europa ha (per ora) un fuoriclasse di nome Mario Draghi. Gli Stati Uniti hanno Jerome Powell, e provate a chiedere a Donald Trump qual è il suo parere sul numero uno della Federal Reserve (peraltro da lui nominato).

Draghi ha vinto una partita politica non scontata: lo ha fatto contro il tedesco Jens Weidmann, il governatore della Bundesbank che per una vita ha sognato la sua poltrona. Ma anche contro la Francia, che si è schierata accanto ai tedeschi nel convincimento che non fosse più tempo di varare una politica ultra-espansiva come quella pensata dal nostro connazionale. Aveva contro l’Olanda, l’Austria, l’Estonia: cosa pensate abbia fatto Mario Draghi?

Credete che abbia preso il telefono e iniziato a girare una diretta Facebook? Pensate che abbia twittato contro i poteri forti? Lo immaginate in una trasmissione televisiva mentre attacca i burocrati di Bruxelles e le regole europee? No. Neanche per sogno. Pur nel momento di maggior debolezza del suo mandato, giunto ormai a conclusione, Mario Draghi, il tecnico, ha usato la politica. Ha convinto la maggioranza dei governatori degli altri Paesi europei a passare dalla sua parte, gli ha illustrato la saggezza (e quel pizzico di follia) delle sue scelte, li ha spinti a votare perché premessero insieme a lui il grilletto del bazooka. Così ha vinto Draghi, e con lui l’Italia. Ecco il sovranismo che vogliamo: l’unico veramente utile al Paese. Bella lezione, Mario.

Appello alle cancellerie internazionali: non prendete Di Maio sul serio

Luigi Di Maio ministro degli Esteri

Forse è colpa delle stanze dei bottoni, del sortilegio provocato dall’assidua frequentazione del “Palazzo”. E magari è anche comprensibile, che vada a finire sempre così, quando si tratta di Luigi Di Maio.

La prima volta al governo ha voluto fare le cose in grande: oltre al ruolo di vicepremier ha chiesto per sé due ministeri, quello del Lavoro e quello dello Sviluppo Economico. I dati dicono che la sua esperienza non è stata “bellissima” (cit. Giuseppe Conte). Ma vabbè, la prima volta ci sta di sbagliare, di smaniare e di strafare.

Se però la seconda volta, 14 mesi dopo, dimostri di non aver capito niente dalla lezione che ti è stata impartita da quella cosa che ogni tanto bussa alla porta e si chiama “realtà”, allora la questione è grave. Se insisti per avere di nuovo il ruolo di vicepremier, se richiedi incarichi, ruoli, posizioni come fossi impegnato a trattare nel suk di un vicolo del Cairo, se guardi al Viminale come all’occasione per sfregiare Salvini piuttosto che ad un’istituzione da de-politicizzare, se sconfitto, umiliato dallo stesso fondatore del tuo partito, pretendi come “indennizzo” la Farnesina, allora significa che con l’uomo che voleva per sé “pieni poteri” – e ora ha pieno solo il pugno (di mosche) – hai più di qualcosa in comune.

Cosa? Per esempio un’autostima esagerata, una cognizione di te stesso che non trova riscontro nei fatti, una presunzione preoccupante che non porta a domandarti se per caso, per purissimo caso, forse, magari, chissà, non sarebbe stato meglio lasciare il ministero degli Esteri a qualcuno un filo più preparato. Non per forza un tecnico, attenzione, che di recente abbiamo avuto prova che essere ottimi diplomatici non significa di conseguenza essere bravi politici: si veda il caso di Moavero Milanesi, di cui oggi ricordiamo più semplicemente il cognome anziché l’operato (ed è tutto dire).

Ma almeno qualcuno che conosca un po’ di storia, che sappia collocare Pinochet in Cile anziché in Venezuela. Qualcuno in possesso di un paio di nozioni di geopolitica, in grado di capire che la firma del memorandum d’intesa con la Cina è stato uno sgarbo agli Usa parecchio grave, e se questo è chiedere troppo, almeno, qualcuno capace di ricordarsi il nome del presidente cinese, che per inciso non è “Ping” (pong).

Ma se pensate che il problema sia solo quando ci si allontana troppo, che con un po’ di tempo Luigi allargherà i confini delle sue conoscenze, vi sbagliate: pure in Europa, Di Maio, ne ha combinate parecchie. L’ultima è l’appoggio alla frangia violenta e facinorosa dei gilet gialli in Francia, ma in passato abbiamo annotato posizioni “no Euro” e “no Europa” (ad esempio pro-Farage) che non sono il migliore biglietto da visita per chi dovrà aiutare l’Italia a riprendersi il posto che le spetta nel mondo, ma ancor prima nel Vecchio Continente.

Da qui un appello a tutela dell’Italia, che può suonare sarcastico (ma credetemi, non lo è), rivolto a tutte le cancellerie internazionali, a tutte le nazioni del mondo: non dategli ascolto, non prendetelo troppo sul serio. Luigi è fatto così, a volte le spara grosse, ma poi ci ripensa. Non è cattivo, è solo Di Maio.

Russofobia

Salvini in Russia

Per un anno Matteo Salvini ha tollerato le tensioni che quotidianamente emergevano nell’attività di governo con il MoVimento 5 Stelle. Ogni turbolenza è stata derubricata a normale dialettica, qualsiasi incomprensione è stata archiviata da un ritornello che abbiamo imparato a conoscere: “Il governo dura 5 anni“.

Quando i suoi compagni di partito, i fedelissimi, gli amici, gli alleati del centrodestra, facevano notare a Matteo Salvini quello che a sua volta è diventato un altro refrain dei retroscena sui giornali, l’ormai arcinoto “così non si va avanti“, il leader della Lega ha sempre temporeggiato, rinviato la resa dei conti, assicurato ai suoi che non era il momento di strappare.

Così è andata per un anno. Ma da oggi sembra non andare più. E bisogna allora domandarsi il perché di questo cambiamento. Davvero Salvini si è sentito tradito dal MoVimento 5 Stelle per il voto alla Von der Leyen in Europa (con cui peraltro lui stesso aveva preso accordi) al punto da mettere a repentaglio la tenuta di un governo che – dice lui – è passato in questi mesi “dalle parole ai fatti“?

Realmente un’intervista del premier Conte, fino a questo momento talmente trasparente da subire persino l’umiliazione di essere scavalcato dal Presidente del Consiglio “in pectore” in una riunione con le parti sociali, ha fatto decidere Salvini che la misura è colma? Non le incomprensioni sulla Tav, sulle autonomie, sull’Ilva, sulla flat Tax. Un’intervista di Conte?

Ed è credibile che sia stata la replica di Di Maio alle accuse di Salvini sull’inciucio Pd-M5s in Europa a sortire questa deflagrazione nei rapporti interni al governo? Davvero è bastato questo a portare Salvini a ritenere esaurita la fiducia personale tra alleati? In altri tempi, più precisamente fino ad una decina di giorni fa, il leader della Lega avrebbe mandato bacioni, snocciolato slogan, trangugiato una fetta di pane e nutella e via.

Bisogna allora domandarsi se la vera spina nel fianco di Salvini, il tema che ha scombinato i suoi stessi piani, non sia stata invece l’inchiesta sulla Russia. Non siamo in grado di dire se davvero la Lega abbia ricevuto 65 milioni di dollari di finanziamenti. Non amiamo le cacce alle streghe e la politica fatta nei tribunali. Però dobbiamo registrare un nervosismo insolito, esagerato, alla luce del fatto che tutte le ipotesi dei giornali e della Procura di Milano sono state per ora bollate da Salvini come “fantasie”. Fantasie che però lo hanno spinto fino ad oggi a dribblare il Parlamento, fantasie che si sono rivelate più credibili di ogni tentativo di smarcarsi da Savoini, in verità molto più vicino al leader leghista di quanto lui stesso abbia ammesso.

Ecco, alla luce di tutte queste “stranezze”, se per caso venisse fuori che agitare lo spauracchio della crisi di governo serve ad impaurire i 5 Stelle (panico da perdita di poltrona) per portarli a silenziare la vicenda moscovita, allora sarebbe grave. Avremmo la prova che Matteo Salvini è affetto da una sindrome che comporta nervosismo e attacchi isterici, che provoca cambi di rotta repentini e paura folle. Si chiama Russofobia. E una volta fatta la diagnosi dovremmo indagare sul perché dell’insorgere di questa malattia.

Salvini, Savoini e il manuale dell’amante

Salvini e Savoini a Mosca

Non bastano montagne di foto, video, audio per convincere Matteo Salvini ad ammettere che Gianluca Savoini non era un imbucato nella delegazione della Lega in Russia. Come recita il manuale del traditore perfetto il mantra è solo uno. Quando vieni scoperto a letto con l’amante puoi fare soltanto una cosa: negare, negare e ancora negare. Poi spetta all’altro, in questi caso agli italiani, decidere se crederti o meno, se pensare che l’amante si sia intrufolata nel letto a tua insaputa mentre dormivi, o farsi due domande, chiedersi se per caso quella sera non eravate proprio in due…

Perché alla fine il punto è questo: Salvini, davvero, risulta alle volte simpatico. Ha ottimi tempi comici, le sue dirette Facebook strappano più di un sorriso, è un’abilità che gli va riconosciuta. Non abbiamo il dente avvelenato. Il problema, però, è che non paghiamo Salvini per essere Crozza. Non deve farci ridere. E quando il ministro dell’Interno viene associato ad un’inchiesta potenzialmente molto grave come quella suggerita dagli scoop de “L’Espresso” e di “BuzzFeed” non può essere normale che tutto si limiti ad un “mai preso un rublo o un litro di vodka”. Quando ti rendi conto che il vicepremier di un grande Paese come l’Italia si difende chiamando in causa Masha e Orso, quando gioca allo scaricabarile su Savoini (d’altronde è il governo delle manine), quando non è in grado di mostrare la serietà che si addice ad un leader di fronte ad una questione seria, a quel punto c’è necessità di farsi qualche domanda.

Vogliamo votare il più abile sui social, il battutista più acuto, il personaggio più simpatico del momento, l’influencer più portato? Vogliamo perdonargli tutto, anche un presunto caso di corruzione internazionale che riguarderebbe il suo partito, soltanto perché è Salvini, perché in fondo sembra proprio uno di noi, perché ci fa ridere e sorridere? Se la risposta è sì, indipendentemente da tutto ciò che deriverà dall’inchiesta della Procura di Milano, è evidente che abbiamo un problema: non abbiamo capito che tra Savoini e Salvini, ci siamo pure noi.

Chi l’avrebbe detto che un giorno ci saremmo ritrovati a dire “prima gli italiani”…

Perché l’inchiesta sui soldi russi alla Lega può essere l’inizio della fine di Salvini

Lo scoop di BuzzFeed sui presunti legami tra la Lega e la Russia

Chiariamolo subito: senza i soldi russi che si dice siano arrivati alla Lega tramite finanziamenti illeciti Matteo Salvini avrebbe vinto in carrozza le Elezioni Europee. Non sono gli eventuali 65 milioni di dollari che avrebbero sostenuto la campagna elettorale leghista ad aver spostato gli equilibri del consenso in Italia. Questo è un fatto.

Ma è un fatto anche che se le accuse di BuzzFeed venissero confermate (e il sito ha una sua autorevolezza quando si discute di inchieste giornalistiche di questo tipo) allora ci troveremmo dinanzi ad un evento politicamente importante, potenzialmente deflagrante per la credibilità di Matteo Salvini. Talmente grave da poter ipotizzare che questa inchiesta diventi – per intenderci – ciò che il caso Ruby rappresentò per Berlusconi: la mina che esplode quando meno te l’aspetti, la bomba che d’un tratto spezza l’incantesimo con il Paese, la storia che incrina irrimediabilmente il rapporto di fiducia con gli italiani.

Perché se – e ribadiamo il se – venisse confermato che quei soldi effettivamente sono entrati nelle casse della Lega, ma anche se fosse acclarato soltanto il tentativo di imbastire una trattativa con alti esponenti della nomenclatura del Cremlino, dovremmo parlare non solo di un illecito, ma anche del disvelamento del bluff rappresentato dalle politiche di Matteo Salvini.

Pensateci: cosa può esserci di meno credibile di un “sovranista” che dipende dai finanziamenti (e non due lire, ma 65 milioni di dollari!) di un altro Stato? Questo Stato presunto finanziatore fornirà il suo sostegno economico per spirito di sincera e benevola amicizia o pretenderà di esercitare in cambio un’influenza sulle politiche di quel partito? E cosa accade se quel partito – dettaglio non da poco – è guarda caso al governo del Paese? Non è esagerato parlare di rischi per la sicurezza nazionale. Non è avventato pretendere chiarimenti immediati e definitivi.

Ecco perché Matteo Salvini non può limitarsi ad archiviare la pratica con una battuta. Questa volta non può prendersela con la magistratura (che pure un occhio su questa vicenda potrebbe buttarlo per chiarire cosa c’è di vero), non c’è un complotto di nemici interni da denunciare. Spetta a lui fugare ogni dubbio. Se non vuole farlo per sé lo faccia per noi. Prima gli italiani, poi magari i russi.

Siamo Uomini o Capitani?

Salvini

Se tutti i sondaggi dicono che la maggioranza degli italiani è a favore della cosiddetta “linea della fermezza” sui migranti non vuol dire per forza che i nostri vicini di casa siano diventati tutti razzisti. Se la Lega si avvia a vele spiegate verso il 40% (e la metafora marittima non è casuale) non significa che il 40% degli italiani si sia risvegliato d’un tratto xenofobo e sovranista.

Ragionare in questi termini può essere per certi versi consolatorio. Suggerisce che in fondo non è colpa mia, non è colpa nostra, se tutti gli altri, di botto, sono impazziti. Viene semplice pensarla così, e c’è davvero chi la pensa così. C’è chi crede (sbagliando) che al “popolo” vada sottratto il diritto di voto visto che spesso non possiede gli strumenti adatti a cogliere la complessità di certe questioni. Un po’ come accade per la questione migranti.

Io credo che molto stia nella narrazione che viene fatta di una vicenda. Se Matteo Salvini è il solo a parlare in maniera chiara di migranti, ong, accoglienza, è evidente che il suo messaggio è quello che si impone nell’agenda politica. Se il MoVimento 5 Stelle è troppo preso dall’evitare il voto a settembre per non dimezzare i suoi seggi in Parlamento, se il Pd (senza un leader) non ha il coraggio (e la forza) di assumere una linea univoca sul tema, se Forza Italia non ha ancora deciso se costruire l’alternativa o essere l’ancella di Salvini, se tutte queste condizioni si materializzano è ovvio che la versione della Lega, di fatto l’unica in campo, sia quella che fa presa sulla gente.

Così le ong diventano i taxi del mare, Carola Rackete una criminale sbruffoncella, Tripoli e Tunisi dei porti sicuri, i migranti dei potenziali terroristi, gli equipaggi che salvano vite umane dei mercenari pagati da chissà chi e con quale oscuro scopo. Molte di queste sono delle fake news clamorose. Ma quante persone di quel 40% che Matteo Salvini si avvia a raggiungere – e in particolare quante di quelle che hanno deciso di votare Lega proprio per la questione migranti – hanno consapevolezza che in realtà quelle che danno per buone sono soltanto bugie, verità distorte e manipolate?

Ora non si tratta di aprire un dibattito sulle fake news. Non è la sede, non è il momento. Non ce n’è il tempo. Bisogna piuttosto accettare di giocare la partita sul terreno più difficile, ma allo stesso tempo il solo che può portare alla vittoria: quello della realtà.

C’è necessità di spiegare agli italiani che il vero business dei migranti è quello di Salvini, non delle ong: che ogni barcone carico di disperati rappresenta l’occasione per uno sfoggio di muscoli che per lui significa più voti, per l’Italia meno amici e più isolamento.

Se realmente Salvini tenesse a risolvere il problema degli sbarchi (cosa che evidentemente non ha fatto se dopo un anno siamo ancora qui a parlarne) dovrebbe comportarsi in maniera opposta a ciò che sta facendo. Il ché non significa accogliere tutta l’Africa in Italia, ma vuol dire fare di tutto per avere un’immigrazione controllata. Come si fa? No ai bracci di ferro che fanno apparire l’Italia per ciò che non è, ovvero un Paese non accogliente e razzista. Sì, al dialogo e alle trattative. Tradotto: io accolgo questi 50 migranti, tu mi prometti di accogliere i prossimi in cambio di una mano su un altro fronte a te caro in futuro. Non ci stai? Ci vediamo al prossimo Consiglio europeo: mi riservo di esercitare il diritto di veto sulle questioni che in altri tempo avrei accettato per spirito di collaborazione ma che non mi convincono pienamente. Si chiama diplomazia, o se preferite politica. E’ l’opposto, per quanto potrebbe sembrare simile, del ricatto che Salvini mette in atto durante ogni crisi, sortendo negli altri partner europei (sì, partner) l’impossibilità di venire incontro alle richieste di un leader che disprezza le regole internazionali e pretende di applicare le proprie.

Questo è ciò che bisogna fare per stanare Salvini. Bisogna scegliere se risolvere il problema o continuare a lucrarci, se fare leva sulla politica o sulla pelle di poveri disperati. Di fatto bisogna rispondere ad una domanda: siamo Uomini o Capitani?

Perché Salvini pensa ad Alex mentre la Libia sta per esplodere?

Salvini a "Fuori dal coro", Rete 4

Le immagini delle prigioni libiche (qui il video), dei centri di detenzione dove migliaia di persone (sì, persone) vengono trattenute contro la loro volontà, sono un colpo al cuore. Li vedi lottare per bere un sorso d’acqua di dubbia provenienza, tutti dallo stesso bicchiere, tutti dallo stesso secchio. Sgomitano, si spingono, si accalcano, forse si odiano, perché sanno che un sorso per un compagno è un sorso in meno per sé, perché sanno che quell’acqua prima o poi finisce, e il momento di dissetarsi rischia di essere rinviato, ancora e ancora.

Sono lì, costretti a dormire accanto ai rifiuti, tra mosche e vermi, ammassati su giacigli di fortuna, privati della dignità che dovrebbe essere propria di ogni essere umano, prigionieri in quanto africani, destinati a soffrire per un caso, condannati a scontare l’essere nati nel posto sbagliato nel momento sbagliato, mentre nessuno sembra preoccuparsi realmente della loro condizione.

Le parole del ministro dell’Interno del governo di Tripoli, quello che fa capo a Sarraj, sono state chiare:”Il governo di accordo nazionale è obbligato a proteggere tutti i civili, ma gli attacchi verso i centri di detenzione dei migranti da parte dei caccia F16 è al di là della capacità governativa di proteggerli“.

Significa che migliaia di persone potrebbero essere presto libere di tentare la traversata della vita nel Mediterraneo, cercando così di sfuggire ad una guerra che è il frutto di un intervento scellerato (chiedere a Sarkozy). Il risultato sarebbe un esodo di massa che – a quel punto sì – si tradurrebbe in una vera e propria “emergenza” soprattutto per l’Italia, mettendo a nudo tutti i limiti delle politiche migratorie di Salvini, talmente concentrato, così sul punto, da investire tutte le sue energie nel contrattare uno scambio dei 54 migranti della nave Alex con 55 migranti di Malta (siamo ormai alla logica delle figurine) piuttosto che preoccuparsi delle migliaia che potrebbero arrivare nelle prossime settimane.

La notizia che Vladimir Putin ha portato nei suoi colloqui a Roma è di quelle preoccupanti: centinaia di foreign fighters di ritorno stanno lasciando la Siria per concentrarsi nel Nord Africa. Un dato di fatto che rende ancora più vergognoso l’atteggiamento di una comunità internazionale che non è stata neanche capace di trovare l’accordo su uno straccio di comunicato di condanna del raid aereo che a Tajoura ha provocato un bilancio di almeno 44 morti e 130 feriti per non urtare la suscettibilità (e l’autorità) del generale Haftar.

Se Putin come sempre ha colto il nocciolo della questione (“Chi ha distrutto la stabilità della Libia? Per me è stata una decisione della Nato. E questo è il risultato. Abbiamo osservato il caos, e la lotta tra vari gruppi paramilitari. Non dobbiamo portare noi un ruolo stabilizzatore“) lo stesso non sembra essere per il governo italiano, incapace di imporre le proprie ragioni (è ovvio che non possiamo accogliere in Italia tutto il continente africano) a causa dell’atteggiamento da bullo di quartiere di un ministro che preferisce lucrare (lui sì) sulla tragedia umana di un manipolo di migranti mentre un vulcano sta per esplodere a poche miglia marine dalle nostre coste.

C’è poi la questione di un governo incapace di esercitare la propria leadership nell’unica area di interesse strategico che le è rimasta. La Libia rappresenta a livello geopolitico una priorità per l’Italia (basta leggere alla voce Eni). Ogni turbolenza rischia di ripercuotersi pericolosamente sul nostro Paese. L’atteggiamento ondivago del nostro esecutivo (abbiamo deciso da che parte stare? Con Haftar o con Sarraj?) non fa altro che alimentare il caos, rendere sempre più utopico un disegno di pace e stabilizzazione dell’area, ed esporre l’Italia all’arrivo di migliaia di migranti tra cui potrebbe (stavolta davvero) nascondersi qualche malintenzionato.

Il tutto mentre quelle immagini di essere umani ridotti a bestie continuano ad esistere, anche ora, in questo preciso istante, e a perseguitare chi ha un po’ di coscienza.

Perché Salvini non è Trump (e perché per l’Italia è un peccato)

Trump e Salvini

L’ultima frontiera è il muro. Lo è fisicamente, ma lo è anche simbolicamente, per la politica di Matteo Salvini. La volontà di innalzare una barriera al confine con la Slovenia non è soltanto una sparata nata con l’obiettivo di solleticare l’appetito cattivista di una certa parte di leghisti. Non è soltanto il desiderio di spostare l’attenzione degli italiani su una finta emergenza rispetto ai problemi (seri e veri) di un Paese che si è fermato. C’è un desiderio di emulazione, un’operazione di copia e incolla nei confronti di Donald Trump che è storia vecchia.

Comincia con l'”America First” mutuato in “Prima gli italiani”. Prosegue con i cartelli “alla americana” con la scritta “Salvini premier”. Passa per l’appoggio della lobby delle armi e arriva fino alle gaffe sul riscaldamento globale che non esiste – a detta di Salvini – poiché a maggio ha fatto più freddo del solito.

Nelle ultime settimane, in occasione del viaggio a Washington, il leader della Lega ha poi sposato completamente la politica estera del presidente Usa, giungendo anche a rinnegare se stesso. Ad esempio dicendosi disponibile a valutare sanzioni contro l’Iran, quando soltanto un anno fa, da Mosca (una località a caso!), dichiarava:”Il confronto e il dialogo sono più utili che non lo scontro e la sanzione. E se questo vale per la Russia, vale anche per l’Iran e altri Paesi. C’è gente che sta lavorando al dossier ma in linea di principio non è con le sanzioni che risolvi alcunché“.

Ma messa momentaneamente da parte la tendenza ondivaga di Salvini, che nella sua lunga carriera politica ha detto tutto e il suo contrario, c’è una fondamentale differenza fra Trump e Salvini. Perché per quanto Trump non sia il campione dei diritti umani che tutti vorremmo alla guida della massima potenza mondiale, per quanto la sua politica sui migranti denoti un razzismo pericoloso e inquietante, poi c’è da fare i conti con la realpolitik. Vai a vedere e l’economia degli Stati Uniti cresce. In politica estera The Donald è il vero “game changer” sulla scacchiera internazionale. Con la Corea del Nord è il protagonista di un’intesa per ora solo scenografica ma simbolicamente potentissima; con la Cina ha il coltello dalla parte del manico visto il surplus commerciale statunitense nei confronti di Pechino; e l’Iran è troppo lontano dall’atomica per costituire una minaccia alla sicurezza americana.

L’imprevedibilità di Trump si è così trasformata in un punto di forza. Nessuno sa mai cosa attendersi da lui, ma tutti sanno che la maggior parte delle volte, in un modo o nell’altro, Trump otterrà i suoi obiettivi.

Se l’inquilino della Casa Bianca alterna frasi bombastiche su Twitter a inattesi (e positivi) slanci diplomatici come quello con Kim, Salvini usa i social per i selfie e gli slogan: non è in grado di alternare al bastone la diplomazia (si vedano le continue forzature sui migranti) e così finisce per rendere l’Italia sempre più sola.

Gli Usa di Trump continuano a mietere record economici (è il ciclo, non sono soltanto meriti di Donald) e Salvini dice di voler fare una riforma fiscale “alla Trump”. Poi però non dice come vuole finanziarla, non indica le coperture, brucia miliardi (e tempo) con frasi che fanno impennare lo spread. Copia la retorica trumpiana del sovranismo ma dimentica che l’Italia non è l’America, non è così grande e autosufficiente per “campare” di isolazionismo e protezionismo.

Salvini è insomma una brutta copia: un Trump che non ce l’ha fatta. E per l’Italia, visto il paragone, quasi quasi è un peccato.

Il Capitano abbandona la nave che affonda

Matteo Salvini

E’ quando la nave sta per affondare, quando l’acqua entra ormai da tutte le parti, che il vero comandante afferra il timone e non lo abbandona. Non fino a quando non sia certo che anche l’ultimo marinaio si è messo in salvo. Ma in queste ore di drammatica trattativa con l’Europa, di spasmodica ricerca dei soldi necessari ad evitare una procedura d’infrazione che sarebbe piacevole quanto una bastonata sui denti, del “Capitano” non c’è traccia sul ponte di comando.

Ha detto di avere 60 milioni di figli: eppure non sembra comportarsi come un buon padre di famiglia. Perché quando c’è crisi, c’è difficoltà, si stringono le maglie, si sta tutti più vicini, ci si sacrifica sapendo che domani, forse, sarà meglio. Salvini invece dice al Corriere:”Giù le tasse o lascio il governo”. E’ un po’ come se il capofamiglia dicesse:”Se oggi a tavola non trovo caviale vado via, vi lascio qui e mi faccio un’altra vita”.

Perché c’è tutta la differenza del mondo tra la richiesta di una ricetta economica che dia respiro al Paese e la fuga dalle proprie responsabilità. Salvini oggi parla come se i debiti contratti dal governo non lo riguardassero, come se per un anno non fosse stato alla guida del Paese, come se i balletti sul deficit non fossero stati partoriti anche col suo consenso. Salvini addossa le responsabilità del disastro dei conti ai suoi ingenui partner. O forse non così ingenui, perché consapevoli che denunciare il gioco del leghista sulla pelle degli italiani equivale a perdere le proprie poltrone.

Ma a proposito di italiani, spetta a loro uno sforzo di onestà intellettuale. Bisogna siano loro a rendersi conto che è troppo facile recitare la parte di Salvini: gridare “giù le tasse”, “w l’Italia” e “abbasso Bruxelles”. Sono slogan belli, orecchiabili, perfino condivisibili. Ma restano slogan. Prima si mette in sicurezza il Paese. Poi si programma il futuro dell’Italia. A meno che qualcuno non voglia ipotecarlo sull’altare della propria premiership.

Draghi e lucertole

Mario Draghi

Voglio prendere in prestito la splendida metafora utilizzata qualche giorno fa sul Corriere della Sera da Federico Fubini per spiegare la guerra dell’Italia all’austerità dell’Europa, con il nostro Paese paragonato a Hiroo Onoda, luogotenente giapponese nella Seconda Guerra Mondiale, che nel 1945 rifiutò l’idea che il conflitto fosse finito: “Restò a combattere i suoi fantasmi su un’isola delle Filippine fino al 1974. Il mondo era andato avanti e lui se l’era perso“.

Lo stesso parallelismo si può tracciare all’indomani del discorso pronunciato da Mario Draghi a Sirte, in Portogallo. Sono bastate le sue parole a far abbassare lo spread ai minimi da marzo. Dove non sono riuscite le proposte del governo Lega-M5s è riuscito un signore descritto da certi partiti come un euroburocrate al servizio di Bruxelles.

Draghi, invece, è sì governatore della Banca Centrale Europea, ma ha ben presente il suo essere italiano. Si può dire, azzardando una provocazione, che sia il più sovranista di tutti. Lo ha dimostrato ai tempi dell’ormai mitico “whatever it takes” e lo ha ribadito ieri, lasciando intendere che gli spazi del quantitative easing sono ancora grandi, che la cassetta degli attrezzi della Bce dispone ancora al suo interno di strumenti in grado di sostenere la crescita dell’Europa (e dell’Italia).

Tutto bellissimo, tutto incoraggiante, se non fosse per l’incapacità del governo di fare i suoi interessi. Ovvero i nostri. Mario Draghi ha dimostrato coi fatti di essere il miglior alleato dell’Italia in Europa e nel mondo. In tutto ciò Salvini si consegna mani e piedi a Donald Trump. Non in nome di un’alleanza storica tra Paesi amici, ma di una logica che affonda le proprie radici in quello che Trump ha inventato: “America first” e Salvini copiato (“Prima gli italiani“).

Eppure basterebbe guardare i numeri, osservare la realtà: Draghi parla e lo spread cala, le Borse crescono, l’Italia respira. Subito dopo Trump sbraita su Twitter contro Draghi accusandolo di aiutare troppo l’Euro e l’Europa. Noi da che parte stiamo? Chiedere a Salvini.

Gli attacchi al governatore della Bce di questi mesi danno l’impressione di un nanismo politico preoccupante. Un’assenza di visione che si tramuta in un attivismo sgusciante, viscido. Perché ci sono i Draghi. E poi ci sono pure le lucertole.