Pronti a pagare per l’errore di Savona?

paolo savona

 

Sull’altare di Paolo Savona, soltanto pochi mesi fa, Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno messo a rischio la tenuta della Repubblica. I vili attacchi a Sergio Mattarella, le minacce di impeachment, rientrano di diritto tra le pagine più nere della nostra storia recente.

Volevano portare “il professore” a tutti i costi in via XX Settembre, al ministero dell’Economia, convinti che quello studioso dalla mente brillante, un visionario vero, fosse l’unico in grado di garantire la svolta al Paese. Tutti sappiamo come andò a finire: per amor di poltrona i due “statisti” accettarono di piazzare Savona agli Affari Europei e Tria all’Economia.

In queste settimane sulle montagne russe, tra deficit al 2,4%, condoni, redditi di sussistenza e chi più ne ha non ne metta, siamo stati abituati a sentire dal governo sempre il solito ritornello:”Non arretriamo di un millimetro”. Questa la risposta standard all’Europa che chiede non chissà che cosa, soltanto di rispettare le regole che noi stessi abbiamo accettato. Ma ieri Francesco Verderami, bravo giornalista del Corriere della Sera, ha riportato un retroscena che dovrebbe farci tremare tutti.

Ha descritto infatti “il terrore di Savona”, il teorico dell’ormai mitologico “cigno nero”, l’uomo che per mesi ha elargito pacche sulle spalle ai colleghi più a corto di nozioni economiche, rassicurando tutti sul fatto che una Commissione Europea a fine mandato, con le elezioni di maggio dietro l’angolo, difficilmente avrebbe potuto assumersi il rischio politico comportato dall’avvio di una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia.

Qualcuno ha provato a convincerlo del contrario: dicono Tria, Moavero, Giorgetti, perfino Conte. Hanno provato a sostenere la versione opposta. E cioè che una Commissione senza grandi orizzonti difficilmente non avrebbe potuto far altro che applicare le regole. Così è, così sarà.

Ed ecco il retroscena: Savona che ammette che sì, “la situazione è grave”. Il tutto condito da un’ammissione di cui oggi ci facciamo poco:”Non mi aspettavo che andasse in questo modo”. Nessuno potrà rimproverarci che non l’avevamo detto. Ma che abbiamo fatto di male per pagare gli errori di Savona?

La lezione americana

 

Gli Stati Uniti sono il laboratorio in cui le trasformazioni dell’Occidente si verificano prima e in maniera più dirompente. Nel 2016 la vittoria di Donald Trump ha anticipato l’arrivo della ventata populista che avrebbe travolto l’Europa. Per questo motivo, a due anni dalla sua elezione, il voto di Midterm è stato vissuto a queste latitudini come uno spoiler di ciò che comunque arriverà, come l’anticipazione di un sentimento diffuso, del futuro che ci aspetta.

Per quanto la realtà americana e quella italiana – per ovvi motivi – non siano neanche lontanamente paragonabili, ci sono delle lezioni che possiamo apprendere dai risultati di questa notte negli Usa. Chi pronosticava uno tsunami democratico negli Stati Uniti è stato smentito dai numeri. Il motivo è presto detto: l’alternativa a Trump è rimasta Barack Obama, che al netto del suo carisma, della sua immutata capacità di trascinare le folle, resta un ex presidente che non potrà più fare il presidente. Manca l’alternativa, la controparte.

Perché in un’epoca in cui i politici vengono valutati per la loro capacità di comunicare un messaggio – condivisibile o meno che sia – essere un personaggio come Donald Trump, specialmente in un Paese impaurito, basta e avanza per essere allo stesso tempo l’uomo più odiato e amato della nazione. Lo vediamo bene in Italia. Chi è il politico più criticato e avversato della scena? Matteo Salvini. Chi è il leader accreditato dei maggiori consensi dai sondaggi? Matteo Salvini. Fino a quando “l’altra Italia”, quella che non si rassegna ad essere governata dai “populisti alla Trump”, non troverà un unico interprete delle proprie istanze la mareggiata populista continuerà ad imperversare, provocando soltanto nausea a chi spera di domare le onde.

Ma c’è un altro aspetto, per certi versi simile, che possiamo estrapolare dal risultato di questa notte in America. Non basta essere governati da Donald Trump per rendersi conto del pericolo che si corre ad essere governati da Donald Trump. In altre parole: non bastano le ingiustizie e gli errori commessi da chi è al governo per convincere la gente a cambiare il proprio voto. Chi pensa di spodestare un populista non può pensare di farlo utilizzando le stesse armi che caratterizzano il populista al potere. No fake news, no attacchi indegni, no proposte che solleticano i peggiori istinti di un Paese. Piuttosto serietà, onestà, buon senso: tutte caratteristiche che non escludono la possibilità di trovare, poi, un leader forte, empatico, appassionato che incarni e rappresenti questi valori.

Forse non è facile, ma è soprattutto questa la lezione americana.

Quelli tra palco e realtà

conte di maio salvini bis

 

L’illusione di vivere in una bolla, le allusioni agli euroburocrati cattivi, il rimpallo di responsabilità nei confronti di Mario Draghi, come se il suo “whatever it takes” fosse l’assicurazione sempiterna contro le scelleratezze di un Paese che corre dritto verso il precipizio. Ma alla fine la verità, pure nell’epoca delle fake news, bussa sempre. E a volte lo fa così insistentemente che il rischio è quello di buttare giù la porta.

Perché che il ministro Tria dica che lo spread ai livelli attuali non sia “la febbre a 40 ma neanche a 37” è la prova che il corpo italiano è malato. Servirebbe una tachipirina di realismo, un’ammissione di responsabilità di fronte agli italiani, dichiarare che la messinscena dal balcone di Palazzo Chigi è stata fatta per passare una notte diversa, un teatrino emozionante per i propri sostenitori, la celebrazione un po’ volgare dell’andata al governo del Paese. Ma adesso basta, c’è l’Italia sul filo: e sotto materassi sgonfi.

E non può passare il messaggio che sia Draghi, l’uomo che ha salvato l’Eurozona – e in particolare l’Italia – ad incendiare i mercati se a domanda sui rischi risponde. Non si può pensare che la gente creda ancora a lungo alle frottole sull’Europa che si mette per principio di traverso alla “Manovra del Popolo”. Perché questa Europa – da cambiare, da ripensare, da rinnovare – è la stessa che in nome della “politica”, della capacità dei governi di andare a trattare a Bruxelles, ha concesso all’Italia 30 miliardi di euro in più rispetto a quanto le sarebbe spettato.

Ma allora qualcuno dica a Conte, Di Maio e Salvini che non sono influencers e neanche rockstar. Avranno pure un popolo da non deludere, ma soprattutto c’è l’Italia da governare. Luciano Ligabue, diversi anni fa, cantava di quelli con “un ego da far vedere ad uno bravo davvero un bel po’”. Quelli tra palco e realtà.

C’è posta per noi

conte bruxelles

 

Avvertiti da molto, messi in guardia a più riprese, hanno scientemente sfidato la logica e il buon senso, isolato l’Italia. Perché mai come oggi il nostro Paese si è ritrovato senza appoggi in Europa, e giustamente, viene purtroppo da aggiungere. Le ragioni stanno tutte nella lettera firmata Dombrovskis e Moscovici: il bilancio italiano mostra una deviazione “senza precedenti nella storia del Patto di stabilità”. E non si tratta di simpatie o antipatie, di partiti tradizionali che vogliono mettersi di traverso rispetto ai populisti italiani. Sono freddi numeri a tracciare la differenza tra gli impegni presi e le promesse non mantenute.

Così schizza lo spread, mai così alto da 5 anni a questa parte. Il tutto mentre il governo è impegnato in un balletto tragicomico su “manine” che “manipolano” i decreti. Ma il fatto che sia il debole Conte a cercare di dirimere la questione tra un Di Maio ossessionato dal complotto e un Salvini troppo furbo per non lasciar cadere nel ridicolo il suo partner di governo e rivale politico, la dice lunga sulla delicatezza di una questione che per l’Italia rischia di tramutarsi in poche settimane in uno dei momenti più complicati della storia repubblicana.

Entro lunedì il governo dovrà dare una risposta. Se Salvini e Di Maio non daranno segnali di risveglio (al momento insperati), già martedì potrebbe arrivare la bocciatura dell’Europa. Anche prima del giudizio delle agenzie di rating. Che per noi potrebbe avere il senso di quello universale. C’è posta per noi. E sono parole amare.

Rischiamo la fine di Icaro

di maio icaro

 

La prima soglia psicologica è stata già sfondata: spread sopra 300. Adesso resta da capire cosa succederà da lunedì prossimo, quando l’Europa avrà due possibilità leggendo la Manovra inviata dal governo. O bocciarla immediatamente o rispedirla al mittente, inserendo una serie di osservazioni tali che si farebbe prima a riscriverla tutta dall’inizio.

E a quel punto la nuova asticella dello spread, oltre la quale c’è solo il dirupo, sarebbe fissata a quota 400 punti.  Con tutte le condizioni per far sì che si verifichi quella che gli economisti chiamano “tempesta perfetta”.

In questo senso le dichiarazioni di Salvini e Di Maio sono a dir poco lunari. Uno inizia ad aprire il paracadute, ipotizzando che in caso di crisi dovranno essere gli italiani a dare una mano al governo comprando il debito. L’altro continua imperterrito la sua battaglia personale contro “il sistema”, la cui unica funzione – a suo dire – sarebbe quella di voler sabotare il MoVimento 5 Stelle.

Ma manie di persecuzione a parte, è chiaro che non si sono messi tutti d’accordo. Se la Corte dei conti, dunque un organo dello Stato dichiaratamente super partes, lamenta “preoccupazione” rispetto a “l’indebolimento delle riforme che hanno contribuito alla maggiore sostenibilità del nostro sistema“, un motivo ci sarà. Se sempre la Corte dei Conti, dunque il soggetto chiamato a verificare che le casse della grande famiglia della Repubblica italiana siano in ordine, mette in guardia dall’attuare “trattamenti previdenziali e politiche di assistenza” che mettano “a rischio la sostenibilità finanziaria del sistema“, allora non sarebbe il caso di farsi due domande?

E se nello stesso giorno Bankitalia dichiara senza troppi fronzoli che “una minore valutazione dei titoli di Stato in portafoglio incide sui requisiti patrimoniali delle banche” e “oltre certi limiti può ridurne la capacità di offrire credito all’economia“, c’è qualcuno in grado di capire a Palazzo Chigi e dintorni che non è più il caso di andare allo scontro con l’Europa ma di ammettere che è il caso di volare più basso?

A meno che non si voglia fare la fine di Icaro. Ma anche in questo caso una cosa è certa: chiudere gli occhi mentre ci si avvicina troppo al sole e gridare al complotto dei raggi cattivi che c’hanno bruciato le ali, non servirà ad evitare un rovinoso impatto.

Passeremo Le Pen dell’inferno

salvini le pen

 

Nel giorno in cui i mercati lanciano segnali allarmanti sulla situazione dei conti italiani, Di Maio e Salvini come sempre interpretano le rispettive parti: il poliziotto fesso e quello pazzo. Perché non ci sono i margini per trovare qualcosa di buono – e cattivo è dargli troppo filo – in un governo che dice di voler combattere il gioco d’azzardo ma alla fine proprio questo fa coi soldi degli italiani.

Uno, Di Maio, parla di complotto, vede spettri ovunque. L’altro, Salvini, evoca Soros e speculazioni anni Ottanta. Se non fosse che i margini per speculare li hanno creati proprio loro, se non altro che se l’Italia adesso è a rischio è proprio per l’instabilità che M5s e Lega hanno creato a colpi di deficit.

Ma che il lungo tunnel imboccato dal Paese sia solo all’inizio lo si capisce dal fatto che il leader del partito politico attribuito dei maggiori consensi, anche stavolta Salvini, si accompagni orgogliosamente con Marine Le Pen. Quella Marine Le Pen. Figlia di quel Jean-Marie Le Pen. Fieramente ma pericolosamente razzista e populista. Un biglietto da visita che l’Italia farebbe bene a strappare in tempo. A meno che non si decida, alla fine, di seguire nel baratro Salvini. E di passare con lui Le Pen dell’inferno.

Un deficit da deficienti

di maio balcone palazzo chigi

 

Sia chiaro, una volta per sempre: non è in discussione la sovranità di un Paese, non è assecondare Bruxelles l’obiettivo primario di chi critica la decisione del governo di fare deficit al 2,4% per i prossimi tre anni. Si può scegliere ad esempio di programmare un piano pluriennale con un deficit anche più alto, sforando persino il famoso 3%, a patto che le politiche finanziate facendo debito siano talmente convincenti da far dire all’Europa e ai mercati: “Sapete che c’è? Questi soldi stavolta li prestiamo volentieri, sono ben spesi”.

E questo è il punto dirimente di una questione che dovrebbe stare a cuore agli italiani tutti, anche a quelli che hanno votato Lega e M5s. Fare deficit per finanziare misure fini a se stesse avrà il solo risultato di indebitare di più il Paese. A cosa serve dare 780 euro al mese per 3 anni ad un disoccupato? Alla fine quei soldi termineranno. E allora invece di buttare 10 miliardi di euro nell’immondizia per pagare il reddito di cittadinanza non sarebbe stato meglio fare in modo che quello stesso disoccupato trovasse un lavoro stabile anche per gli anni a venire?

Ma ad essere sbagliati non sono soltanto i modi (la scelta unilaterale del governo, non concordata con l’Europa) e la sostanza (si decide di fare debito non per la crescita ma per finanziare spesa corrente e misure assistenzialiste) bensì anche i tempi. Tra pochi mesi non avremo più Mario Draghi in Europa a coprirci le spalle. Di più: la Bce ha da tempo annunciato che nel 2019 terminerà il famoso QE, il quantitative easing, ovvero il massiccio programma di acquisto di debito sul mercato secondario da parte della Bce. Significa che sarà più difficile, per l’Italia, trovare acquirenti decisi a concederci soldi in prestito. E che una volta trovati dovremo pagarli di più: soprattutto se le agenzie di rating – visto che abbiamo fatto tutto di testa nostra e in maniera sbagliata – ci declasseranno fino alla qualifica di “junk bond”, titoli di stato spazzatura, nel senso che difficilmente restituiamo le somme prestate. E con molta sincerità: chi presta soldi ad un cattivo pagatore se non con un tasso d’interesse più alto?

A questo c’è poi da aggiungere il problema dello spread, che sembra un concetto distante, una parolina antipatica e basta, ma si ripercuote sulla nostra vita quotidiana. Spiegato facile: un maggiore costo di rifinanziamento dei debiti dello Stato si ripercuote su tutte le banche e di conseguenza anche su chi dalle banche si reca per acquistare servizi, come prestiti e mutui. Insomma: anche in questo caso pagheremo tutti di più.

Il tutto senza considerare le conseguenze delle scelte che potrebbero derivare da una guerra politica con l’Europa. Il rischio concreto è che la Manovra così pensata possa essere bocciata. A Bruxelles potrebbero infatti suggerirci una manovra correttiva. E a quel punto il governo potrà decidere di adeguarsi (difficile, conoscendo i soggetti) oppure di cavalcare lo scontro in vista delle Europee, incorrendo perfino in una procedura di infrazione che, secondo le regole che anche l’Italia ha accettato, prevede un deposito dello 0,2% del Pil e l’obbligo di ridurre il debito di un ventesimo all’anno.

Ecco perché siamo tutti preoccupati. Ma soprattutto, ecco perché è un deficit da deficienti.

Ci hanno venduti

di maio deficit m5s

 

Sarà ricordata come la notte in cui Luigi Di Maio ha sognato di essere premier, affacciandosi dal balcone di Palazzo Chigi per esultare davanti ad una folla di sodali ben istruiti sullo spettacolo che di lì a poco sarebbe andato in scena. Ma dal sogno personale di uno all’incubo collettivo di molti il passo è fin troppo breve. Perché l’accordo sul deficit al 2,4% è la certezza di un indebitamento che gli italiani saranno chiamati a pagare, il punto di non ritorno di una nazione intera.

Avevano raccontato in campagna elettorale che i soldi per attuare il loro scellerato programma c’erano tutti. Hanno sventolato presunte coperture, ostentato una falsa sicurezza che ha illuso tanti, visti i voti. E quando hanno capito che alla fine no, i conti non tornavano, hanno deciso che era meglio indebitare gli italiani piuttosto che passare per quelli che non mantengono le promesse. Non c’è un piano, non una visione: l’orizzonte più lontano sono le elezioni europee, quelle in cui proveranno a capitalizzare i consensi di una manovra di cui ancora non avremo pagato interamente il conto.

Ma l’immagine dell’entusiasmo ostentato davanti ai fedelissimi, l’incoscienza tipica di un novellino che esulta prima ancora che sia terminato il Consiglio dei Ministri è la fotografia di un Paese che da ieri è più vicino al baratro.

Hanno preferito indebitarci piuttosto che passare per quelli che non mantengono le promesse. Ci hanno venduti, per farla breve.

Zitta, Europa: per il tuo bene

moscovici

 

L’ultima uscita di Pierre Moscovici, secondo cui l’Italia sarebbe “un problema per l’Europa”, è l’esempio di tutto ciò che l’Europa non deve fare se tra pochi mesi non vuole essere sepolta dalla valanga populista.

Non è più tempo di moniti, avvisi, interferenze da Bruxelles. In Italia c’è fortunatamente un Presidente della Repubblica come Sergio Mattarella che vigilia ogni giorno sull’operato (e sull’annunciato) del governo.

E nell’esecutivo ci sono anche persone serie come Giovanni Tria, il ministro dell’Economia, che non a caso paga il fatto di voler mettere al sicuro i conti con le minacce più o meno velate dei 5 stelle su una poltrona – la sua – che potrebbe scomparire nel caso in cui non si piegasse ai voleri della maggioranza. 

Allora a cosa servono, se non ad alimentare quel sentimento di insofferenza diffusa nei confronti dell’Europa, le parole di Pierre Moscovici? A cosa serve, se non a solleticare l’orgoglio nazionalista, il richiamo a quei tanti “piccoli Mussolini” che in nome del sovranismo realmente minano la stabilità del continente?

Non è la prima volta. E non sarà nemmeno l’ultima, credo. Ma Salvini e Di Maio non hanno problemi ad incrementare i propri consensi in attesa che le opposizioni decidano di svegliarsi dal torpore e capire che prima delle ideologie del Novecento viene oggi la necessità di mettere al riparo la democrazia di questo Paese.

Per questo motivo i due vicepremier e i rispettivi partiti non hanno bisogno di altri regali dai propri avversari.

Perciò, Europa, aiutaci ad aiutarti. Stai zitta, non parlare dell’Italia. Almeno per un po’. Fallo per te, se non vuoi farlo per noi.

Razzismo, in Italia arriva l’Onu: grazie Salvini

salvini onu

 

Per qualcuno sarà la solita esagerazione, l’intervento non richiesto di chi dovrebbe preoccuparsi di ben altre questioni. E forse è vero, ci sono situazioni più urgenti nel mondo (Siria e Libia per citarne un paio) dove l’intervento dell’Onu è non solo auspicabile ma necessario, dovuto.

Ma che a poco più di tre mesi dall’insediamento del nuovo governo l’Italia finisca nel mirino delle Nazioni Unite come luogo di “violenza e razzismo” la dice lunga sulla deriva presa dal nostro Paese. Segnatevelo: di questo nuovo “assalto esterno” ne godrà Salvini, che aggiungerà altro materiale al suo racconto tutto personale delle “intrusioni” della casta, dei poteri forti che vogliono sovvertire il nuovo ordine scelto dagli elettori.

Ma intanto resta l’infamia sull’Italia, passata nel giro di 100 giorni dal Paese dell’accoglienza a quello che crea “conseguenze devastanti per molte persone già vulnerabili”. Sappiamo di non essere questi. Ma questi siamo per chi ci guarda da fuori. Al punto che l’Onu invierà un suo team per monitorarci, per controllare da vicino la situazione. Da nazione valorosa a Paese problematico. Questo sì, in tempi record. Grazie Salvini.