Zitta, Europa: per il tuo bene

moscovici

 

L’ultima uscita di Pierre Moscovici, secondo cui l’Italia sarebbe “un problema per l’Europa”, è l’esempio di tutto ciò che l’Europa non deve fare se tra pochi mesi non vuole essere sepolta dalla valanga populista.

Non è più tempo di moniti, avvisi, interferenze da Bruxelles. In Italia c’è fortunatamente un Presidente della Repubblica come Sergio Mattarella che vigilia ogni giorno sull’operato (e sull’annunciato) del governo.

E nell’esecutivo ci sono anche persone serie come Giovanni Tria, il ministro dell’Economia, che non a caso paga il fatto di voler mettere al sicuro i conti con le minacce più o meno velate dei 5 stelle su una poltrona – la sua – che potrebbe scomparire nel caso in cui non si piegasse ai voleri della maggioranza. 

Allora a cosa servono, se non ad alimentare quel sentimento di insofferenza diffusa nei confronti dell’Europa, le parole di Pierre Moscovici? A cosa serve, se non a solleticare l’orgoglio nazionalista, il richiamo a quei tanti “piccoli Mussolini” che in nome del sovranismo realmente minano la stabilità del continente?

Non è la prima volta. E non sarà nemmeno l’ultima, credo. Ma Salvini e Di Maio non hanno problemi ad incrementare i propri consensi in attesa che le opposizioni decidano di svegliarsi dal torpore e capire che prima delle ideologie del Novecento viene oggi la necessità di mettere al riparo la democrazia di questo Paese.

Per questo motivo i due vicepremier e i rispettivi partiti non hanno bisogno di altri regali dai propri avversari.

Perciò, Europa, aiutaci ad aiutarti. Stai zitta, non parlare dell’Italia. Almeno per un po’. Fallo per te, se non vuoi farlo per noi.

Razzismo, in Italia arriva l’Onu: grazie Salvini

salvini onu

 

Per qualcuno sarà la solita esagerazione, l’intervento non richiesto di chi dovrebbe preoccuparsi di ben altre questioni. E forse è vero, ci sono situazioni più urgenti nel mondo (Siria e Libia per citarne un paio) dove l’intervento dell’Onu è non solo auspicabile ma necessario, dovuto.

Ma che a poco più di tre mesi dall’insediamento del nuovo governo l’Italia finisca nel mirino delle Nazioni Unite come luogo di “violenza e razzismo” la dice lunga sulla deriva presa dal nostro Paese. Segnatevelo: di questo nuovo “assalto esterno” ne godrà Salvini, che aggiungerà altro materiale al suo racconto tutto personale delle “intrusioni” della casta, dei poteri forti che vogliono sovvertire il nuovo ordine scelto dagli elettori.

Ma intanto resta l’infamia sull’Italia, passata nel giro di 100 giorni dal Paese dell’accoglienza a quello che crea “conseguenze devastanti per molte persone già vulnerabili”. Sappiamo di non essere questi. Ma questi siamo per chi ci guarda da fuori. Al punto che l’Onu invierà un suo team per monitorarci, per controllare da vicino la situazione. Da nazione valorosa a Paese problematico. Questo sì, in tempi record. Grazie Salvini.

Salvini dimmi con chi vai e ti dirò chi sei

bannon salvini

 

Si può essere o meno sostenitori di Matteo Salvini, a patto di riconoscerlo per ciò che è. Si può legittimamente scegliere di votare per la Lega, applaudire le invettive “populiste” del leader più “popolare” del momento, ma non si può vivere nel mondo delle favole, non si può abdicare al senso di realtà.

C’è un proverbio che recita:”Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. E allora chi è Salvini? Salvini è quello nella foto con Steve Bannon. Lo stratega che è stato il vero artefice per la vittoria di Donald Trump in America. E fin qui nulla di male, se non fosse per le sue idee.

Bannon è un razzista, e di questa definizione ne va fiero. Negli Usa è il mito dell’ultra-destra, è l’idolo dei militanti del Ku Klux Klan, dei suprematisti bianchi che i neri fosse per loro li eliminerebbero dalla faccia della Terra. Bannon è il fondatore di Breitbart, il sito che a colpi di fake news ha contribuito ad diffondere balle di cui parte dell’elettorato è ormai convinto, ad aumentare la percezione di pericoli provenienti dall’esterno in realtà inesistenti (vi ricorda qualcosa?).

Bannon, però, è soprattutto l’uomo che vuole distruggere l’Europa. Per farlo ha creato The Movement, una fondazione che, parole sue, vuole innescare una “rivoluzione di destra” e la “nascita di un blocco populista pan-europeo” capace di “scardinare il sistema”. L’hanno ribattezzata “internazionale sovranista”. Dentro ci sono già Marine Le Pen, gli estremisti tedeschi di AfD. E da oggi c’è pure Salvini.

Basta saperlo, basta ammetterlo anche a se stessi. Poi ognuno faccia la sua scelta. Libera, finché può.

Quindi chi ha “vinto” con la Diciotti?

migranti nave diciotti

 

La prima considerazione è la seguente: quei 150 migranti, i disperati coi volti scavati e i piedi scalzi, sono finalmente sbarcati. Con una decisione arrivata di notte, dopo i telegiornali delle 20 del sabato sera. Una scelta un po’ vigliacca, volta a smorzare l’impatto mediatico di una piccola giravolta, ma tant’è: Salvini li ha fatti scendere.

Sull’indagine della magistratura nei confronti del ministro dell’Interno ci sono diversi dubbi: con ogni probabilità non andrà “in porto”. Servirà ad almeno due cose: a ricordare a Salvini che di questo Paese non è – ancora – il sovrano e a gonfiare ulteriormente i suoi sondaggi. Sì, perché da scaltro plasmatore di verità qual è, il leader del Carroccio ha già iniziato a dipingersi come l’eroe pronto ad immolare la sua libertà personale sull’altare della nostra sicurezza. Come se a bordo della Diciotti vi fossero 150 delinquenti, terroristi, ricercati internazionali.

Rispetto a Di Maio, che usa come sempre la doppia morale, c’è ormai poco da commentare. Alfano indagato doveva dimettersi in 5 minuti. Salvini indagato no, ufficialmente perché non viola il codice etico del M5s. Ed è un dettaglio che nel tempo quel regolamento sia stato scritto, riscritto e annacquato a proprio comodo.

Ma allora chi ha vinto con la Diciotti? Non Salvini, che alla fine i migranti ha dovuto farli sbarcare, che sulla sua pelle ha visto a cosa serve il braccio di ferro con l’Europa: a nulla. Non l’UE, che a dirla tutta ha sì dato una lezione al leghista, ma neanche stavolta ha battuto un colpo. Non Di Maio, delle cui minacce in Europa hanno sorriso, come si sorride di un giovane che vorrebbe ma non può, che dice ma non sa. Non la maggioranza tutta, che alla fine è stata salvata dalla Chiesa italiana, quella che tante volte è finita nel mirino dei suoi sostenitori. Perché quante volte abbiamo letto frasi del tipo: “Se li prenda il Vaticano i migranti, se ci tiene tanto all’accoglienza”. Se li è presi, alla fine. Così come se li è presi l’Albania. E non per chissà quale motivo, soltanto per debito di riconoscenza, perché non ha dimenticato quando l’Italia ha aiutato la sua gente. L’accoglienza del passato ha salvato Salvini. Ecco, tutto torna. Con i migranti della Diciotti al sicuro ha vinto l’Italia. Non questa.

Siamo meglio di così

nave diciotti

 

Dovrà pur esserci una via di mezzo tra il ricatto e la resa. Perché è vero che quello dell’immigrazione è un problema comune a tutta l’Europa, così com’è ingiusto che a dover gestire la maggior parte del fenomeno sia l’Italia. Ma a cosa serve la politica se non a questo? A trovare soluzioni, a cercare risposta attraverso le trattative, il dialogo, a volte anche la fantasia.

Se però la vittoria dell’anti-politica deve tradursi nel primato del “no alla politica” allora è chiaro che dovremo abituarci ad alzate d’ingegno “alla Di Maio“, che una sera d’agosto, con 150 persone a bordo della nave di Diciotti in attesa di sbarco, decide di optare per il ricatto duro e puro: amici europei, o vi prendete i nostri migranti (perché stavolta sono nostri, senza alcun dubbio sul punto) oppure noi non vi versiamo 20 miliardi di euro.

Così, dal nulla, con tanti saluti all’agitazione dei mercati, allo spread che fa paura, all’assalto finanziario che tutti temono tra agosto e settembre, alle parole rassicuranti ed equilibrate che un governante dovrebbe utilizzare in momenti caotici come quello attuale. Ma non c’è da sorprendersi: Di Maio è lo stesso che ha chiesto l’impeachment per quel galantuomo di Sergio Mattarella solo perché non voleva Savona ministro dell’Economia. Quando la tensione aumenta dà i numeri, perde il controllo.

Nel Far West delle dichiarazioni, giocano a chi le spara più grosse: Di Maio si gioca tutte le fiches sui 20 miliardi, Salvini ama pensare a se stesso come ad un martire pronto ad andare in galera pur di difendere le sue posizioni (e di ottenere qualche punto in più nei sondaggi).

Siamo al delirio di onnipotenza, alle manie di grandezza motivate da chissà che cosa, alla legge del cortile: il pallone è nostro, o si gioca a quel che diciamo noi o ce ne torniamo a casa. Oh!

Peccato che nel condominio si siano rotti tutti le scatole del nostro chiasso. Qualcuno, prima o poi, ce lo sgonfia.

Siamo diventati l’Italia dei ricatti.  Siamo meglio di così. Basterebbe ricordarcene.

Salvini, falli scendere

diciotti

 

Sulla pelle di 177 migranti si consuma l’ennesimo sfoggio di muscoli del Presidente del Consiglio ombra. Matteo Salvini non ha rivali in questo governo. E forse nemmeno Mattarella ha più la forza di contrastare la brutta piega presa dall’esecutivo. Perché è un fatto, ormai, che l’intenzione del leghista sia quella di rendere normalità ciò che invece normale non è.

Un sequestro di persona plurimo “di Stato”, lo ha chiamato Saviano, che a volte con le parole esagera ma questa volta non è andato troppo lontano dalla realtà. Poiché da ormai sei giorni ci sono uomini, donne e bambini che dopo essere stati raccolti in mare non sono liberi di andare da nessuna parte: intravedono la libertà a pochi metri di distanza, in quel porto di Catania che pare messo lì come una cattiveria, lo guarderanno, lo sogneranno, ma non vi sbarcheranno.

E allora c’è da chiedersi pure il perché di questo atteggiamento. Perché se è chiaro che Salvini sulla partita della nave Diciotti si gioca la faccia, se è vero che il ministro dell’Interno non vuole arretrare di un millimetro proprio ora che l’estate volge al termine e i viaggi della speranza destinati a diminuire, lo è pure che in questo caos ci ritroviamo per un problema di natura politica.

Va detto senza paura di dare ragione ai populisti. L’Europa fino a questo momento è mancata. Senza alcun dubbio è mancata. Ma allora qualcuno ci dica perché, il giorno dopo il Consiglio Europeo di fine giugno, il premier Conte festeggiava euforico la soluzione del problema. Non aveva niente in mano, lui che non perde occasione per ricordarci di essere un avvocato abituato a ragionare sui documenti. C’ha raccontato che sarebbe bastato un impegno assunto su “base volontaria” a risolvere i problemi dell’Italia in materia di immigrazione.

Ha sbagliato lui. Così come adesso si vede che da nessuna parte ci porta l’asse sovranista in Europa di Matteo Salvini. Negli sforzi fatti dalla Farnesina per trovare una condivisione degli oneri dell’accoglienza dei 177 disperati, qual è stato il primo Paese che c’ha chiuso le porte in faccia? L’Austria. L’Austria di Kurz, l’amico di Salvini.

Ma se da una parte la politica può essere materia complicata, se dall’altra questo governo ha fatto l’impossibile per rendere l’Italia sempre più sola, resta il fatto che non possiamo perdere la nostra umanità. Saranno pure “migranti”, ma sono prima di tutto persone. E magari anche stavolta qualcuno mostrerà compassione. Forse pure oggi arriverà in soccorso del governo una voce umana, a dire che i disperati salvati da una nave “italiana” se li prende l’Europa. Forse. Ma non aspettiamo.

Salvini, falli scendere.

E vissero sovranisti e scontenti

erdogan turchia

 

Parla al cuore del suo popolo, il sultano Erdogan.

Anche nel giorno più difficile, quello in cui il crollo della lira turca nel raffronto col dollaro è impietoso, le parole d’ordine sono quelle che tengono unita una nazione. E allora nell’ora più buia il Sultano suona la carica:”Se loro hanno i dollari, noi abbiamo dalla nostra la gente, la giustizia e Dio!“.

C’è l’evocazione di un nemico straniero, il richiamo alla fede, l’insinuazione di una regia occulta che trama contro gli interessi della Turchia, il solito schema dei cattivi che vogliono rovesciare il volere del popolo sovrano.

Scampato miracolosamente al golpe del 2016, il Sultano è riuscito a ribaltare la situazione a proprio vantaggio: purghe, arresti, violazioni dei diritti umani. Il dissenso in Turchia, se c’è, adesso è sopito, domato, chissà fino a quando.

Erdogan c’è riuscito perché ha siglato un patto neanche troppo silenzioso con la sua gente: datemi il potere, vi darò la ricchezza.

Ma che succede se la lira turca da gennaio ad oggi perde il 30% del suo valore? Cosa capita se le imprese, le banche, sono costrette a ripagare i loro debiti in valute estere con una moneta che di giorno in giorno vale sempre meno? Di più: come la mettiamo se a furia di stampare moneta, di farne circolare sempre di più tra la gente, il denaro perde di valore?

Questa volta non c’è l’euro con cui prendersela, nessuna banca centrale cattiva, nessun burocrate amante dell’austerità. No, la Turchia non fa parte di un’unione monetaria. Ha tutta la sovranità di cui ha bisogno. Semplicemente l’ha messa tra le mani del Sultano, che l’ha usata per garantirsi il potere, la rielezione a Presidente/Sovrano, la possibilità di circondarsi di persone a lui gradite (un po’ come il genero designato ministro dell’Economia).

Una lezione per chi dice che da soli si sta meglio. Anche in Italia.

Il rischio è questo: fare la “fine” della Turchia.

Vivere tutti sovranisti e scontenti…

Quel che Marchionne ci lascia

sergio marchionne

 

Nel giorno in cui Sergio Marchionne dice addio al mondo resta un senso di irrisolto, un nodo che stringe la gola anche a quelli che il grande manager non l’hanno conosciuto, che di macchine e finanza poco si interessano.

Dietro quegli occhiali c’era uno sguardo vispo, intelligente sempre. C’erano gli occhi di un italiano vero, quelli di un figlio di carabiniere, quelli di un bambino poi cresciuto, che alla sua terra ha pensato come tutti gli emigrati: da innamorato.

E allora basta, silenzio per un po’. Perché chi dice che ha svenduto la FIAT all’estero non sa o finge di non sapere che senza Marchionne la FIAT di Torino avrebbe chiuso i cancelli. Il Novecento è finito, purtroppo o per fortuna, e Marchionne ha dimostrato che l’Italia, la piccola Italia, poteva mettersi in gioco nel mondo globalizzato, vincere la sfida dell’internazionalizzazione, a testa alta, senza complessi di inferiorità nei confronti di nessuno.

La morte di Marchionne lascia un sapore amaro. Come quella di qualcuno che va via all’improvviso. Di chi se n’è andato troppo presto, almeno agli occhi di chi resta. Viene percepita dal Paese come una perdita pesante. Più dei 4 miliardi e rotti che il titolo di FCA ha perso oggi in Borsa. Marchionne è valso più dei soldi che ha prodotto per il gruppo Agnelli, più dei posti di lavoro che ha creato, delle sfide che ha vinto, degli obiettivi che ha raggiunto.

Sergio Marchionne, quello accusato di aver tolto l’italianità da FIAT, è stato più italiano di quelli che oggi urlano “prima gli italiani” e ci rendono più deboli. Sergio Marchionne è stato un gigante. Se n’è andato in silenzio. Ma le orme dei suoi passi sono ben visibili oggi. E lo saranno anche domani.

Un sorriso ironico, una battuta tagliente, uno sguardo illuminato sul futuro. C’è anche questo, tra quel che Marchionne ci lascia.

Senza Fiat…o

marchionne

 

Quel maglione blu, sempre e comunque. Un vezzo stilistico, un’impronta caratteriale. Un po’ come l’orologio sulla camicia di Gianni Agnelli. Tanto sempre di Fiat parliamo. Anche se oggi si chiama FCA. Cambia poco.

E fa strano, ma di Sergio Marchionne già si parla come non ci fosse più. Evidentemente la gravità delle sue condizioni di salute è tale da riservargli questo trattamento.

Di questo signore che fino al 2004 non era nessuno, poi è stato così tanto da dare fastidio a molti, da ieri si parla ovunque. Quelli che come lui li chiamano “visionari”. Hanno la capacità di andare oltre, di vedere qualcosa che sta dopo l’orizzonte.

Non è stato infallibile, ha fatto i suoi errori. Il Sergio Marchionne manager ha avuto il suo caratterino. E per questo è stato odiato, insultato, diffamato. Succede anche in queste ore. Succede anche adesso che viene dato in lotta per la vita, ma più vicino alla morte. I cretini, i cattivi e gli ignoranti non mancano mai.

“Io mi sento molte volte solo”, diceva, ma il suo esempio di uomo solo al comando era forse il migliore possibile. Un capo pieno di idee, di consigli, un industriale proiettato nel futuro ma radicato nel passato.

La dimensione della sua grandezza non la danno soltanto i numeri delle aziende che ha guidato finché ha potuto. E neanche l’autonomia che ha dimostrato da Confindustria e dai sindacati, né le scommesse che ha vinto convincendo il mercato e gli operai della bontà delle sue intuizioni.

No, forse più di tutto ce la dà il senso di smarrimento provato ieri alla notizia del precipitare delle sue condizioni. Quell’italiano apparentemente un po’ antipatico, quello che ogni tanto spuntava in tv per dire la sua, quello che ha conquistato l’America, sì, Marchionne dai, sta male. Così male che forse muore.

E ci dispiace. Perché neanche ciò ch’è stato lo mette al riparo dalle buche disseminate sulla strada della vita.

Restiamo così, senza Fiat…o.

Il “naufragio” del piano di Salvini sui migranti

salvini libia

 

Forse davvero, Matteo Salvini, ha creduto che sarebbe bastato recarsi in Nord Africa per risolvere il problema immigrazione. Forse realmente, per un po’, ha coltivato l’idea che i suoi predecessori fossero tutti degli inetti. Forse, infine, veramente ha sperato che anche sulla riva opposta del Mediterraneo parlare alla pancia, solleticare l’orgoglio nazionale, avrebbe portato i suoi risultati. E allora, cari libici, non statela a sentire la Francia di Macron. Quelli pensano ai soldi, noi italiani invece…vogliamo semplicemente che ve ne stiate qui, buoni e tranquilli, che non ci diate troppo fastidio. E state sereni, che in un modo o nell’altro un accordo lo troveremo…

Ma la Libia sarà pure un Paese senza guida salda, sarà sicuramente un posto in cui oggi c’è al-Serraj, domani il generale Haftar, e dopodomani chissà, ma era ovvio, pressoché certo, che alla richiesta di Salvini di aprire sul suolo libico centri di accoglienza dove smistare chi ha diritto all’asilo e chi no, la risposta sarebbe stata negativa.

La motivazione l’ha fornita il premier Fayez al-Sarraj, tra l’altro l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale, che molto candidamente si è detto sorpreso che “mentre nessuno in Europa vuole più accogliere i migranti, a noi chiedono di riprenderne altre centinaia di migliaia“. Come dargli torto?

Alla fine, quindi, la Libia affonda il piano di Salvini di gestire la “pratica” immigrazione fuori dall’Europa. La risoluzione del consiglio europeo di giugno, quella che prevedeva centri di rimpatrio nei paesi Ue su base volontaria, è stata rinnegata un attimo dopo aver suscitato l’entusiasmo di Conte. Il regolamento di Dublino è rimasto al suo posto. La missione Sophia non verrà ridiscussa prima della fine di settembre.

Se non è un naufragio questo, poco ci manca. Serve cambiare rotta, qualcuno a lo dica a Salvini, lo scafista di questo governo alla deriva.