Sulle ali dell’incoerenza

Di Maio e Alitalia

Il punto non è tanto la decisione di Ferrovie dello Stato di includere Atlantia nel consorzio chiamato a salvare Alitalia. Era una decisione scontata, la più logica, l’unica realmente possibile. La holding dei Benetton ha una solidità economica certa, un’esperienza nel settore importante, la gestione di Fiumicino e Ciampino attraverso Aeroporti di Roma è un biglietto da visita di cui tenere conto. Il resto è fuffa, gioco politico sconfessato dal realismo di Fs.

Ma allora qual è il punto, direte voi? Visto che si è ancora comunque lontani dal salvataggio di Alitalia, dal momento che ancora bisogna riscrivere il piano industriale, scegliere le rotte, ripensare i servizi, trattare sugli esuberi, stabilire le quote di partecipazione all’interno della cordata, il punto sta nel post pubblicato da Luigi Di Maio dopo la decisione di Ferrovie.

Il punto sta nella capacità di sconfessare se stessi pur di affermarsi. Sta nella faccia tosta di chi due settimane fa parlava di Atlantia come di una società “decotta” e oggi associa la sua entrata nel consorzio al “rilancio di Alitalia“. Sta nella capacità di mentire, di provare a far credere, dopo un anno di annunci e parole senza seguito, che il governo andrà avanti sulla revoca (sbagliata) della concessione ad Autostrade per l’Italia.

Piccolo avviso ai naviganti: se Ferrovie dello Stato ha accolto Atlantia come partner nella Nuova Alitalia lo ha fatto perché c’è stata una manifestazione d’interesse, che come tale è soggetta a trattativa. E davvero qualcuno crede che i Benetton nella partita, com’è giusto dal loro punto di vista, non decidano di tutelare i loro interessi sulle concessioni autostradali? Davvero qualcuno pensa che le questioni siano separate? Che il Gruppo Atlantia metterà sul piatto 350 milioni senza essere certo che il suo socio nel consorzio, lo Stato, non lo freghi?

Ora è chiaro che si tratta di aerei, ma di voli pindarici ne abbiamo anche abbastanza. Di Maio torni sulla terra, pensi a fluttuare di meno tra le sue bugie, scenda dalle nuvole delle sue narrazioni distorte, smetta di viaggiare sulle ali dell’incoerenza.

L’importante è partecipare

Salvini e Di Maio

Se l’assegnazione delle Olimpiadi Invernali 2026 a Milano-Cortina ha fatto valere per l’Italia il principio che “l’importante era vincere, non partecipare“, lo stesso non può dirsi per un governo il cui motto è l’originale di De Coubertin: “L’importare non è vincere, ma partecipare“.

Se ne ha la chiara impressione nell’ennesimo vertice pre-consiglio dei ministri in cui non si raggiunge uno straccio d’intesa su un punto che sia uno: no alle Autonomie, no alla revoca delle concessioni autostradali ad Atlantia, no ad una quadra sulla strategia per evitare una procedura d’infrazione che incombe, no ad un qualsivoglia punto d’accordo su una delle questioni che un governo non dico speciale, ma almeno normale, dovrebbe essere in grado di gestire.

Perché è chiaro che da un po’ di tempo a questa parte il gioco del cerino occupa i pensieri di tutti. Con Salvini deciso a tirare la corda per vedere fin dove arriva e Di Maio attento a non opporre più di tanto resistenza, a concederne ogni giorno un pezzetto in più, troppo preoccupato che si spezzi, ma ignaro del fatto che prima o poi gli sfuggirà totalmente di mano.

Resta l’idea di un caos annacquato soltanto per poche ore dal successo olimpico, pure quello diventato presto terreno di scontro, da “vittoria di tutti” a rivendicazione di chi non c’ha creduto prima e ha esultato dopo.

E’ l’immagine di un governo unito solo quando si tratta di salire sul carro del vincitore, per nulla interessato alla direzione che questo prende. Basta montare sopra, esserci. Partecipare, appunto.