L’importante è partecipare

Salvini e Di Maio

Se l’assegnazione delle Olimpiadi Invernali 2026 a Milano-Cortina ha fatto valere per l’Italia il principio che “l’importante era vincere, non partecipare“, lo stesso non può dirsi per un governo il cui motto è l’originale di De Coubertin: “L’importare non è vincere, ma partecipare“.

Se ne ha la chiara impressione nell’ennesimo vertice pre-consiglio dei ministri in cui non si raggiunge uno straccio d’intesa su un punto che sia uno: no alle Autonomie, no alla revoca delle concessioni autostradali ad Atlantia, no ad una quadra sulla strategia per evitare una procedura d’infrazione che incombe, no ad un qualsivoglia punto d’accordo su una delle questioni che un governo non dico speciale, ma almeno normale, dovrebbe essere in grado di gestire.

Perché è chiaro che da un po’ di tempo a questa parte il gioco del cerino occupa i pensieri di tutti. Con Salvini deciso a tirare la corda per vedere fin dove arriva e Di Maio attento a non opporre più di tanto resistenza, a concederne ogni giorno un pezzetto in più, troppo preoccupato che si spezzi, ma ignaro del fatto che prima o poi gli sfuggirà totalmente di mano.

Resta l’idea di un caos annacquato soltanto per poche ore dal successo olimpico, pure quello diventato presto terreno di scontro, da “vittoria di tutti” a rivendicazione di chi non c’ha creduto prima e ha esultato dopo.

E’ l’immagine di un governo unito solo quando si tratta di salire sul carro del vincitore, per nulla interessato alla direzione che questo prende. Basta montare sopra, esserci. Partecipare, appunto.

“Dicci” Salvini

"Vinci Salvini"

Il nodo non è tanto il “Vinci Salvini”. Non è rendersi conto fin dove si spinge la Bestia di Morisi, ma fin dove la deriva di un vicepremier arriva. Il punto è capire l’approdo: il finale di questa storia tramutatasi in telenovela, di questo teatrino onestamente insopportabile, tra maschere che ogni giorno recitano battute fuori tempo e fuori contesto. Piuttosto che “vinci Salvini” allora “dicci Salvini”. Dicci dov’è che vuoi arrivare.

Dicci se è normale che un ministro della Repubblica, interrogato sul fascismo, se ne esca più o meno con il titolo di un libro di successo dai chiari intenti ironici: “Mussolini ha fatto anche cose buone”.

Dicci, Salvini, e scusa se ti diamo del tu – non ci teniamo particolarmente, ma l’assonanza col “vinci Salvini” era una tentazione troppo forte – se davvero sei convinto che questo governo stia lavorando bene. Dicci se non sei pentito di aver approvato il reddito di cittadinanza, dicci se realmente sei convinto di aver abolito la Fornero: diccelo, perché nel caso è grave.

Dicci, Salvini, se non ti senti almeno in parte il responsabile di questo clima di odio e intolleranza che si respira uscendo di casa ogni giorno. Dicci se razzista ci sei o lo fai. Perché non ti giustificheremmo in nessun caso, ma almeno sapremo se sei ignorante o semplicemente cattivo.

Dicci se ti sembra che quota 100 sia una misura equa, dicci se pensi sia giusto che tutti i lavoratori e pensionati italiani debbano pagare 700 euro a testa per consentire a 650mila persone di andare in pensione prima.

Dicci se credi che le tue alleanze in Europa siano onestamente le migliori per l’Italia, se realmente pensi che i tuoi amici sovranisti, gli stessi che vogliono difendere gli interessi singoli dei propri Paesi, siano quelli che possono collaborare ad esempio su un tema che ti è tanto caro: la gestione dei migranti.

Dicci se ti sei reso conto che il decreto sicurezza è un boomerang perché rende il Paese più insicuro, perché avere più irregolari non vuol dire avere meno stranieri, ma solo più gente senza tutele e portata a delinquere.

Dicci se veramente credi che l’autonomia pensata dalla Lombardia e dal Veneto possa essere la migliore anche per la Calabria e la Campania. Dicci se la tua è malafede o incompetenza.

Dicci che fine ha fatto il taglio delle accise, dicci come pensi di fare la flat tax senza aumentare l’Iva.

Dicci, dicci, ma non che è sempre colpa degli altri. Perché tanto le elezioni le “vinci, Salvini”. Ma prima o poi qualcosa dovrai dirci, Salvini.

Salvini e l’autonomia: svegliati Sud, la Lega non è cambiata

L’accelerazione sulla cosiddetta “autonomia regionale differenziata” cos’è se non la prova che la Lega è rimasto il partito del Nord? Certo Umberto Bossi non è più in cabina di comando, e sì, parole d’ordine come “secessione” e “Roma ladrona” sono state stracciate dal vocabolario del Carroccio ormai da tempo. Ma è lì, nella Padania, nella regione senza confini delimitati dalle cartine, che è rimasto incastonato il cuore della Lega, sempre lì che le radici del consenso sono conficcate in maniera così profonda da non poter ignorare una questione sentita come quella dell’indipendenza dal corpaccione statale, dalla zavorra che frena e limita il volo.

Potrà sembrare un’eresia, ma quell’Umberto Bossi era rispetto a Matteo Salvini un finissimo pensatore politico, un illuminato visionario che aveva compreso prima di tutti il sentiment profondo e malcelato di un ceto produttivo, quello settentrionale, che gli sperperi di denari da Roma in giù non era più disposto a pagarli. Matteo Salvini di quella tradizione politica è l’erede. E a quella “legacy” politica deve far riferimento. Così può sorprendere soltanto chi ha voluto scientemente farsi abbindolare dai “bacioni” salviniani, il fatto che oggi la Lega alla prima occasione utile doti il Nord della possibilità di accelerare in maniera tale da lasciare indietro il Sud in maniera definitiva.

Non che sia giusto privare chi corre più veloce della possibilità di raggiungere più ambiziosi traguardi. Anzi, chi scrive è convinto che una maggiore concessione di poteri alle regioni costringerà anche quelle del Meridione ad una maggiore responsabilità nelle scelte. Ma il rischio che la riforma pensata dalla Lega in accordo con le regioni Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna spacchi un’Italia già fratturata di suo è altissimo. Il Sud può provare a restare in scia per come può, l’idea di una macro-regione di Caldoro è una delle tante, ma che questioni come la scuola e l’assistenza sanitaria siano più o meno efficienti a seconda del gettito di una regione è qualcosa che gli onesti contribuenti del Meridione non meritano di scontare.

Da qui due conclusioni: l’assenza di un “partito del Sud” – nonostante la presenza al governo di un MoVimento 5 Stelle che proprio nella metà più povera d’Italia ha ottenuto i maggiori consensi – capace di tutelarne adeguatamente gli interessi. E la caduta della maschera di Matteo Salvini. Tornato da “prima gli italiani” a “prima i padani”.