Coerenza e coraggio

Matteo Salvini

Non c’è bisogno di essere Renato Mannheimer o Alessandra Ghisleri per capire che andare a votare presto, al più presto, sia la soluzione ideale per Matteo Salvini. Non c’è dubbio che l’aumento dell’Iva sarebbe una mazzata per l’economia delle famiglie italiane. Ed è certamente vero che un governo di accordo nazionale, del presidente, dell’inciucio – scegliete voi la definizione che preferite – avrebbe il potere di rompere le uova nel paniere di Salvini.

Ora però dobbiamo decidere se la politica è un gioco di società, un appassionante strategico fatto di alleanze improbabili che possono mutare a seconda delle carte che distribuisce il mazzo, o se invece vogliamo che sia una cosa seria, la proiezione di una società migliore di quella che questo governo ha contribuito a trasformare. Se per mesi abbiamo sostenuto che Lega e MoVimento 5 Stelle erano la faccia di una stessa medaglia ora non possiamo cambiare idea soltanto perché temiamo che Salvini vinca le elezioni. Non possiamo portare via il pallone proprio quando l’avversario sta per calciare il rigore: non siamo più nel nostro cortile.

Se l’idea di un Salvini al governo da solo o in tandem con Giorgia Meloni ci spaventa, ci inquieta, non possiamo rifugiarci in una manovra di palazzo. E’ di sicuro la strada più semplice, ma è con ogni probabilità quella sbagliata. Non ne fate una questione di “purezza”? Per una volta non vi interessa la coerenza? Non importa. Abbiamo comunque una prova che sia un errore. Sappiamo già cosa succede a lasciare Salvini da solo all’opposizione. Basta riportare le lancette indietro di qualche anno, quando tutti i partiti italiani – responsabilmente – hanno sostenuto l’allora governo Monti. Salvini all’epoca scaricò il peso di misure impopolari ma necessarie sulle altre forze politiche. Fu l’inizio della scalata. Guardate dov’è arrivato.

Troppo facile. Adesso Salvini deve assumersi la responsabilità del mancato abbassamento delle tasse, dell’incremento dell’Iva: che significherà aumento dei prezzi di un caffè al bar, di una pizza fuori, di un’andata al cinema. Deve spiegare al Paese perché per un anno è andato orgoglioso di questo governo e poi a ridosso della Manovra è scappato. E non significa “tanto peggio tanto meglio” ma “dalle parole ai fatti”.

Poi gli italiani saranno liberi di votarlo ugualmente: perché il bello di questo Paese – nonostante le tentazioni di chi vuole essere ministro dell’Interno, leader del primo partito italiano e contemporaneamente presidente della Repubblica e delle due Camere – è che viviamo in una democrazia.

Dunque potere al popolo. Non nel senso del partito. Ma di parola agli italiani. Perché in politica si può perdere tutto, ma non la faccia. Non la coerenza, non il coraggio.

Si torna al voto, più prima che poi

 

La partita dei leader non ammette pareggi. Nessun arretramento, da chi pensa di aver vinto da solo. Ne è convinto Di Maio, che ragiona come se il suo 32% fosse il 51%. Ma allo stesso modo la pensa Salvini, che ha ridotto le Elezioni 2018 al grado di primarie del centrodestra: “Io ho superato Berlusconi, il centrodestra è primo, quindi governo io“, il suo ragionamento in sintesi.

Peccato che gli altri, gli sconfitti, siano più decisivi dei vincitori. E di lasciare spazio a chi vuole rottamarli non abbiano nessuna voglia. Così il Cavaliere un giorno sì e l’altro pure ribadisce la centralità del risultato di Forza Italia e della coalizione, ricordando a Salvini che preso da solo il suo 17 vale addirittura meno del 18 di Renzi.

Renzi che nel frattempo non è più segretario, ha abdicato dal ruolo di capo, ma allo stesso tempo ha mostrato di essere l’unico leader credibile di un’area smarrita. Nel giorno dell’addio ha bloccato i suoi voti, chiarito che da lì non si spostano: resteranno in un modo o nell’altro all’opposizione.

Da qui può partire la musica. Il valzer degli inciuci dove tutti si pestano i piedi. Perché Di Maio è convinto di avere il diritto di fare il governo – e forse davvero lo ha – ma non si capisce perché Salvini dovrebbe dilapidare un patrimonio (la scalata al centrodestra appena compiuta) e tornare a fare il gregario, peraltro non al capitano di sempre (Berlusconi) ma al leader di un Movimento estraneo.

Così tornano di moda gli sconfitti, i mancati vincitori che possono comunque impedire la vittoria altrui. Torna l’uomo di Arcore, che dopo aver accettato suo malgrado il sorpasso leghista, all’ipotesi di fare un governo coi grillini non cederà. Piuttosto punta a logorare Salvini, a dimostrare che nessuno leadership diversa da quella berlusconiana è possibile nel centrodestra. Ed è in questo braccio di ferro tra il giovane e il vecchio leader che si consumerà la rottura che farà franare la 18esima legislatura. Perché la blindatura di Renzi ha escluso di fatto il Pd da qualsiasi scenario.

Diverso sarebbe stato il discorso con un centrodestra a trazione berlusconiana: allora sì che il Partito Democratico avrebbe accettato di sostenere un governo di “unità nazionale”. Ma il “mai con gli estremisti” di Renzi significa prima di tutto “no a Salvini e a Di Maio“.  Resta allora soltanto uno scenario, che M5s e Lega facciano una “cosa” insieme, ma se è vero che Di Maio non è pronto a sacrificare la premiership, lo è altrettanto che Salvini non è ancora noto per essere un kamikaze.

E sarà in quel momento, quando si renderà evidente che né Salvini né Di Maio potranno governare, che i due faranno un’alleanza, l’unica oltre quella che prevede la spartizione dei presidenti di Camera e Senato. Un’intesa su una legge elettorale in cui ad essere premiati siano i singoli partiti e non più le coalizioni, una legge elettorale per far fuori chi li ha fatti fuori.

Nuove le elezioni dunque. A breve però, così a breve che Berlusconi sia ancora incandidabile, talmente a breve che Renzi non venga già rimpianto. Se possibile in estate o al massimo in autunno, su questo deciderà Mattarella. Ma si torna al voto, più prima che poi.