Nelle mani di Mattarella

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Il profilo è basso, come sempre. Sergio Mattarella è uomo mite, ma non per questo indeciso. Pare quasi in imbarazzo, quando fissa la telecamera, ma è sorretto dalla forza degli onesti, di chi ha speso una vita in nome di ciò che riteneva giusto, senza mai scendere a compromessi.

E sarà questa forza a servirgli a partire dal 5 marzo, il giorno dopo il caos. Quando i partiti si recheranno al Quirinale e faranno di tutto per tirarlo dalla giacchetta, convinti ognuno di avere diritto più degli altri ad essere ascoltati. Ma in quella prassi che prende il nome di consultazioni, Mattarella guarderà negli occhi i vari leader, scrutando però un orizzonte diverso. Il futuro del Paese come bene primario, al di là degli attacchi che dopo una luna di miele durata tre anni, non tarderanno ad arrivare.

Perché scontenterà qualcuno Mattarella, è inevitabile. Lo farà se, come dicono gli ultimi sondaggi, nessuno otterrà la maggioranza. Ma le spalle larghe il Presidente le ha più o meno da sempre, da quando la mafia gli uccise il fratello Piersanti, allora governatore della regione Sicilia, e decise di scendere in campo a sua volta, consapevole del rischio che il prossimo avrebbe potuto essere proprio lui.

Sarà in quei giorni, quando le ipotesi di larghe intese si alterneranno alle richieste di un nuovo ricorso alle urne, che Mattarella dovrà tenere unita l’Italia. Attenersi alla Costituzione non sarà un problema. Scegliere la via più giusta probabilmente sì.

Ma nel ventaglio di ipotesi plausibili ed esplorabili dopo il voto, più che dai proclami dei leader – che faranno fatica ad abbandonare lo stile sbarazzino di questa campagna elettorale lunare – il futuro del Paese dipenderà dalla capacità del capo dello Stato di vedere lontano.

Farà da arbitro, Mattarella, non il giocatore. Di questo nessuno dubiti. Saremo nelle mani del Presidente. Sono buone mani.


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