Fate presto

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Fermi al 4 marzo, o giù di lì. Incapaci di darsi una guida credibile, di scegliere un nome terzo che li rappresenti entrambi: i due della diarchia, Salvini e Di Maio, sono forse al rettilineo finale di una corsa mai realmente iniziata.

Hanno giocato a nascondino col Quirinale, celato le carte degli accordi finché hanno potuto, cioè fino a quando Mattarella non ha capito il trucco: “Io non sono un notaio”. Nessuno pensi, insomma, di farsi beffe del Colle e della Costituzione. Non è più tempo dell'”utile idiota”, di marionette mosse da oscuri burattinai.

Ancora di più se chi è chiamato ad entrare in scena, in questo caso Giuseppe Conte, al primo screening sul curriculum denota di condividere poco col tanto decantato “cambiamento” di cui Di Maio e Salvini si professavano paladini.

Così si pone il dilemma del “che fare?”. Con Mattarella che spinge per una soluzione politica – lui accusato di volere a tutti i costi un governo tecnico – e Lega e M5s, storicamente per “i governi eletti dal popolo”, ormai consci che solo un professore a Palazzo Chigi può salvare la loro intesa.

Il rischio di un pericoloso ritorno al voto incombe. A pochi giorni dal G7 in Canada, a circa un mese dal prossimo Consiglio Europeo, non conosciamo ancora chi ci rappresenterà. Ed è il meno.

Osservati dai mercati, che non capiscono questi italiani sempre arraffoni, mai concreti, mai puntuali, mai normali. Con l’incubo di essere declassati dalle agenzie di rating, di vedere i nostri titoli di stato diventare carta straccia. Con il ritorno della parolina magica che pensavamo defunta: spread.

Senza sapere cosa sarà dell’aumento dell’Iva o cosa sarà dell’Ilva. Se resteremo nell’Euro e in Europa. La misura è colma, la nave in tempesta.

Fate presto.

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