Salvì Babà e i 49 milioni

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Nel suo “Inno alle Muse”, Solone spiega che gli eccessi umani agli dèi non piacciono. E per questo motivo ad essere puniti possono essere non solo i responsabili di tali eccessi, ma pure la loro discendenza.

Se dunque è vero, come diceva il politico ateniese, che le colpe dei padri ricadono sui figli, allora è giusto che Matteo Salvini sconti un prezzo per la “presunta” (ancora la sentenza è di primo grado) truffa ai danni dello Stato da 49 milioni di euro della Lega targata Umberto Bossi e Francesco Belsito.

Lui che della Lega è stato militante, attivista e adesso indiscusso leader, non può pensare di archiviare l’intera pratica come un “processo alla storia” che non lo riguarda. Non è mai simpatico che la magistratura entri in tackle nella vita politica di un Paese. Né conosco i motivi che hanno spinto i magistrati di Genova ad accogliere il ricorso alla Procura e ad autorizzare la confisca dei futuri versamenti fino alla somma di 49 milioni in presenza di una sentenza non definitiva.

Ma Salvini non può scaricare tutte le responsabilità di questa sentenza alla vecchia dirigenza. Lui è l’erede di quella Lega. Un Carroccio diverso, lontano anni luce dal partito che fu di Umberto Bossi. Ma comunque Lega era e Lega è.

Si assuma le sue responsabilità. Scelga, se vuole, di abbandonare quel nome e ripartire da zero. Ma non pensi di continuare con la narrazione dell’accerchiamento da parte della magistratura.

Come per l'”Apriti sesamo” di Alì Babà e i 40 ladroni. Adesso Salvì e i 49 milioni. Quando c’è un saccheggio, tocca sempre a qualcuno risponderne. Stavolta spetta a lui.

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