Il governo dei rinvii

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Piazzano due bandiere, così, un po’ per scena. Il reddito di cittadinanza e quota 100, ma neanche troppo convintamente. Perché il come e il quando delle due misure che caratterizzano Lega e 5 Stelle è ancora tutto da decidere. Perché i danni dello spread, della febbre non a 40 ma neanche a 37 (cit. Giovanni Tria), sono stati stimati da Bankitalia in 5 miliardi di euro. Mezzo reddito di cittadinanza, per intenderci: interessi in più da pagare per le mirabolanti dichiarazioni di Salvini e Di Maio, con quest’ultimo capace di accusare perfino Mario Draghi dei propri disastri. Il tutto volendo far finta di non vedere l’elefante nella stanza, la procedura d’infrazione che, tempo qualche giorno, l’Ue si vedrà costretta ad aprire contro l’Italia.

A meno che, travolti dai mercati, baciati da un ritrovato senso della realtà, Salvini e Di Maio non si decidano a sradicare dal terreno anche le loro due bandiere, rinviando reddito di cittadinanza e pensioni al maggio 2019 anziché a marzo, e a contenere quel deficit scellerato che è figlio di un peccato originale impossibile da lavare via: l’unione tra due forze diverse per credo e interessi, unite soltanto dal ricorso al populismo urlato.

Conte chiede tempo fino al 2019, Salvini giustifica il mancato taglio delle accise dando la colpa ai 5 stelle, che a loro volta dicono che fosse stato per loro avrebbero fatto a meno della pace fiscale. Le pensioni d’oro? Restano. Proclami, promesse, pagherò. È il governo dei rinvii, mica quello del cambiamento.

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