Il pugno della vergogna

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Cosa ci sia da esultare, per l’approvazione di un decreto che tappa appena qualche falla su una storia di morte, dovrà spiegarlo Danilo Toninelli in persona ai familiari delle vittime del ponte Morandi di Genova. E chi dal MoVimento 5 Stelle in queste ore lo difende, sostenendo che quel pugno chiuso in Senato sia il gesto di chi celebra una vittoria politica importante per la gente, dimostra una volta di più di essere inadatto al governo del Paese.

E non è un voler fare le pulci all’esecutivo un giorno sì e l’altro pure. Non si tratta di polemiche sterili, di richieste di dimissioni buttate lì per fare un po’ di clamore. No, c’è di più e c’è di peggio. C’è l’incapacità di comprendere il senso di una tragedia che merita di essere accompagnata in decoroso e fattivo silenzio. C’è il senso del populismo più becero, dell’antipolitica fumante rabbia, che pure sulle macerie trova la forza per innalzare un urlo di guerra, di lacerare un Paese già squarciato di suo.

Che sia stato spontaneo o studiato, quel pugno chiuso è un montante che stordisce Genova e l’Italia del buon senso. Se è frutto di un istinto, andava frenato. Se è figlio di un’idea, andava abortito. I morti si piangono, si celebrano, si onorano, si rispettano.

Quell’esultanza non c’entra niente. È un pugno pieno di vergogna.

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