Ben svegliato, Boccia

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Sono passati tre mesi, 90 giorni che sembrano un’era geologica, da quando Vincenzo Boccia incoronava Matteo Salvini rappresentante ufficiale delle istanze delle imprese italiane. Vedeva, il capo degli industriali, nel leader della Lega il cavallo su cui puntare, anzi, sul quale montare, perché è chiaro che Confindustria ha i suoi interessi da tutelare e a governo che cambia corrispondono salti sul carro da mettere in conto.

Ma le aperture di credito di settembre non sono diventati regali da scartare sotto l’albero di Natale. Segnale che Salvini e Di Maio hanno già mandato in fumo un patrimonio mastodontico in termini di fiducia: quello delle 12 associazioni di categoria rappresentative di 3 milioni di imprese e 13 milioni di dipendenti. Il 65% del Pil italiano riunito ieri a Torino ha suonato la sveglia ad un governo talmente dentro al tunnel da non vedere che la luce si può raggiungere dicendo semplicemente dei “Sì”: sì alla Tav, sì alle infrastrutture che rendono un Paese competitivo, sì agli investimenti.

Tre mesi. Sono stati probabilmente troppi. Perché non ci voleva un genio per capire – al contrario di quanto diceva Boccia – che di responsabile non c’era nulla nelle parole di Salvini dei primi giorni di governo. E di credibile ancora meno. Tempo al tempo. Meglio tardi che mai. E intanto ben svegliato, Boccia.

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