Di Maio, Salvini e quel “vizio” di non ammettere il torto

Dice che sul balcone di Palazzo Chigi ci risalirebbe anche domani, Luigi Di Maio. Sostiene che ha portato a casa tutte le misure e per giunta senza procedura d’infrazione. Un genio. Ma non spiega che se la procedura l’ha evitata è proprio perché ha tagliato 2 miliardi di euro dal reddito di cittadinanza. Salvini gli fa eco: in radio dichiara che nella vita si augura di perdere sempre così. Snocciola numeri inesistenti sulla riforma Fornero, tralascia le promesse tradite nei confronti di migliaia di pensionati. Per non parlare di quelle nei confronti di milioni di elettori di centrodestra.

Ma se è vero che Lega e M5s sono il governo della contraddizione, forze politiche con visioni opposte tenute insieme dalla voglia di occupare le sale del comando e dall’odio verso chi li ha preceduti, lo è pure che Salvini e Di Maio sono accomunati da un grande “vizio”: quello di non ammettere mai il torto. In questi 6 mesi di governo non c’è stata un’occasione in cui i leader abbiano detto: “Sì, abbiamo sbagliato”. Ci saremmo accontentati, dopo la retromarcia sulla Manovra, di sentirgli pronunciare anche un flebile: “Forse potevamo gestire meglio il confronto con l’Europa. Non fosse altro per la reazione dei mercati che ha bruciato miliardi e miliardi di euro”.

Invece no. Il gioco è lo stesso. Rivendicare, negare l’ovvio, come insistere nel dire che reddito di cittadinanza e quota 100 sono le stesse proposte illustrate in campagna elettorale, al netto dei tanti soldi in meno stanziati per realizzarle. Come provare ad ingannare i disattenti: tanto chi vuoi che noti la differenza tra un deficit al 2,4% e uno al 2,04%?

Non c’è difetto peggiore, per un politico, che non riconoscere i propri errori. Significa innanzitutto precludersi un miglioramento. Vuol dire che Di Maio e Salvini questi sono e questi saranno sempre. Questi abbiamo e questi dovremo tenerci. Fino a quando non arriverà un governo del cambiamento. Uno qualsiasi, rispetto a questo.

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