Ministri della propaganda

Non è questione di portare rispetto ad un sanguinario terrorista. E neanche di dimenticare come per molti anni Cesare Battisti sia stato l’icona di una certa sinistra anche italiana, la vergognosa bandiera di una rivoluzione soltanto criminale. No, principalmente è una questione di stile.

Che il ministro Salvini occupasse le televisioni, con tanto di photo opportunity con Alberto Torregiani, era da mettere in conto, conoscendo la vena presenzialista del vicepremier.

Che sfoggiasse il giubbotto della polizia, in occasione di uno degli arresti più importanti e clamorosi degli ultimi decenni, era altamente pronosticabile, perfino scontato, prevedibile. Così come lo era il fatto che la cattura di Battisti venisse usata a suo uso e consumo, come manifesto di un cambio di passo su certe questioni, o di regime, se preferite.

Ed era lecito pure aspettarsi che prima o poi anche i suoi colleghi di governo avrebbero iniziato ad imitare come macchiette le movenze, i gesti e gli errori dell’uomo più di moda in Italia.

Capita così che il ministro Bonafede, sguinzagliato dal MoVimento 5 Stelle per contenere la sovraesposizione di Salvini, nel tentativo di marcarlo a uomo, si copra di ridicolo riproducendone il verso, indossando la giacca della polizia penitenziaria e confezionando uno spot umiliante non tanto (o non solo) per Battisti, ma per l’istituzione che il grillino (purtroppo) rappresenta.

Ecco, il punto è proprio questo: nonostante fosse facile aspettarsi tutto ciò che è stato, non fa meno male vedere
le istituzioni piegarsi sotto il peso dell’inadeguatezza e dell’arroganza di chi oggi le incarna, finite alla mercè di “ministri della propaganda” pronti a sacrificare la dignità di un Paese, per un pugno di like e magari di voti.

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