Cosa è rimasto di Silvio

Cosa è rimasto di Silvio. E dunque di noi. Perché è inutile negarlo che nelle foto di famiglia che fanno capolino alle sue spalle sia racchiusa anche un po’ della nostra, è impossibile non ammetterlo che nella cadenza che riconosceremmo pure ad occhi chiusi ci sia qualcosa di noi stessi e delle nostre vite, il tratto distintivo che ci fa voler bene ad un vecchio amico, il senso di comunanza che si sviluppa dopo venticinque anni di vita più o meno insieme. Un tempo lungo, che non passa in fretta, anche se oggi potrebbe sembrare. Quasi d’un tratto Berlusconi non c’appartenesse più, quasi il presente avesse fatto irruzione senza bussare, senza avvertire.

Come se “l’Italia è il Paese che amo” fosse una poesia studiata a scuola tempo addietro, un sogno che c’è stato e poi è svanito. “Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti”. Sono versi che non puoi dimenticare, musicalità che difficilmente potrai eguagliare. Ed è proprio in questa consapevolezza, nell’irripetibilità di ciò che è stato, che si annida pure la malinconia di un lungo addio, di una guerra contro il tempo persa in partenza, ma non per questo da non combattere.

Perché è inevitabile che in 25 anni sia cambiato tutto o quasi, è innegabile che le prospettive dell’imprenditore che si presentava all’Italia con la solidità dell’uomo realizzato siano oggi diverse da quelle del vecchio Silvio, del Cavaliere ferito e chissà come ancora in piedi. Eppure dietro quella scrivania, la stessa del ’94, non siede un uomo che s’è arreso, non parla un vinto.

Stringe i pugni con la grinta di cui è ancora capace, quando ripete “Forza Italia, Forza Europa”. Ammicca alla telecamera, sorride. Silvio è questo. Lo è sempre stato. Un inguaribile ottimista e un sognatore. Forse troppo, è vero. Ma neanche il demonio descritto da quella sinistra comunista che per la prima volta dopo 25 anni ha ammesso non esistere più. Berlusconi è stato il protagonista indiscusso di una stagione che la cronaca ha definito controversa, la storia certificherà sicuramente migliore di quella che stiamo vivendo.

Non ha avuto per il suo partito il compleanno che avrebbe sperato. E neanche per la sua storia personale l’epilogo che si sarebbe scelto. Costretto a dare fondo al proprio serbatoio d’energia per evitare l’oblio, obbligato a sgomitare, a rigettarsi nella mischia tra “nuovi” che in cuor suo considera barbari, portato a interrogarsi sul perché di un cortocircuito con gli italiani che mai avrebbe pensato possibile.

Eppure lì, ancora, probabilmente per l’ultima volta. Deciso a scrivere un finale di proprio pugno. Senza rinunciare alla pugna. Ecco, quel che è rimasto, tra gli errori e i rimpianti, tra i successi e i rimorsi, l’immagine di un catalizzatore di passioni, di un uomo che ha vissuto tante vite, il verso di un ruggito forse meno forte, ma non per questo privo del suo senso.

Il carattere e l’indole, il piglio e l’idea, l’utopia e il coraggio. Silvio. E’ rimasto Silvio.

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