“Purtroppo Silvio c’è”

Perché Salvini, nel lodare l’operato del governo coi 5 Stelle, dice che questi risultati insieme ad altri non li avrebbe ottenuti neanche nello spazio di 9 anni? Perché non sceglie un’altra cifra? Perché non dice 10, 15, 20 anni? Risposta: perché nove sono gli anni in cui è stato al governo Berlusconi Silvio, l’unico, l’ultimo, ostacolo rimasto in piedi sul suo progetto di conquista del Paese.

E’ tutta una provocazione, una ricerca continua del fallo di reazione nell’alleato, se così si può ancora definire un partner che viene spremuto a livello locale e schifato a livello nazionale. Eppure Berlusconi, che di Salvini ha tracciato il ritratto del traditore ormai da mesi, non cede alla tentazione di fare il Berlusconi. Che significherebbe sfidarlo a campo aperto, sparigliare, andare al braccio di ferro e vedere chi vince.

Non lo fa, Silvio. Non perché non voglia, più che altro perché non può permettersi di sbagliare mossa, consapevole che la prossima potrebbe essere l’ultima. Così attende il momento buono, quello del passo falso altrui, trovandosi costretto ad una partita di contropiede che per lui, teorico del possesso palla anche da presidentissimo del Milan, è un contrappasso fin troppo ingeneroso.

Il vero paradosso, però, è che anche così, pure dal letto d’ospedale in cui ha atteso i risultati della Basilicata, metaforicamente incarcerato più della sua ernia inguinale, anche se ridotto a numeri che mai avrebbe pensato di ritrovarsi a celebrare, Berlusconi è il centrale, l’ago di una bilancia perennemente in bilico.

Perché quel 9-10% che definisce la soglia di sopravvivenza del Cavaliere politico, quella percentuale che è da mesi il primo risultato osservato da Salvini subito dopo quello della Lega, è anche l’ultima diga rimasta in piedi prima che il fiume sovranista strabordi, sommergendo la parola “centro” da centro-destra e facendo di una coalizione una volta casa comune dei moderati il nuovo ritrovo dei fascisti d’Italia.

E’ quella, la linea del Piave. L’asticella che Berlusconi deve riuscire a fissare anche alle Europee se vuole continuare a contare. Eppure le imboscate potrebbero arrivare prima, come sembra di capire. Perché appurato che Berlusconi nel centrodestra i suoi voti continuerà a prenderli finché campa, allora Salvini sta pensando di provare a portarselo via, il centrodestra. Come? Magari partendo dal Piemonte. Presentando un suo candidato, venendo meno ai patti che assegnavano il governatore a Forza Italia, sancendo ufficialmente la rottura del vecchio schema del centrodestra proprio a ridosso delle Europee che per Salvini saranno un vero trionfo non se la Lega prenderà il 30% e oltre (quello è ormai scontato) ma se il pacchetto di voti di Berlusconi sarà più vicino al 5% che al 10%.

C’è spazio allora per un altro paradosso, l’ultimo: dalla sopravvivenza politica di Berlusconi dipende da una parte la continuità (tragica per il Paese) del governo M5s-Lega – che Salvini terrà in vita fino a quando non avrà i numeri per vincere da solo – ma pure l’unica possibilità per l’Italia di tornare ad un bipolarismo “sano”, tra centrodestra classico e centrosinistra.

Si diceva, una volta, “menomale che Silvio c’è”. Oggi per Salvini vale l’opposto: “Purtroppo Silvio c’è…”. Perché è ammaccato, è vero, “eppure Silvio c’è”.

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