Libia, menomale che Conte era contento

Cosa ne è stato dell’evidente compiacimento del premier Conte al termine della Conferenza di Palermo sulla Libia? Era il mese di novembre, sembra un’era geologica fa. Il generale Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, la parte est del Paese, avanza minaccioso verso Tripoli. Il “nostro” Sarraj sembra abbandonato, in balia degli eventi, appeso ad un filo, quello di una comunità internazionale che arriva sempre tardi, vittima dei suoi sovranismi e dei suoi nazionalismi.

Tripoli, dicevamo. Da queste parti, ormai, siamo abituati a pensarvi soltanto come ad un porto. Quante volte abbiamo sentito il ministro Salvini parlare di un “barcone partito da Tripoli” accompagnato dal solito #portichiusi e bla bla bla? Ora scopriamo che Tripoli è non solo un punto di partenza, un affaccio sul Mediterraneo, ma anche il suo confine esterno. Perché il deficit di visione di questo governo, il suo scarso peso, la sua pressoché nulla credibilità all’estero, rischiano realmente di esporci ad una “invasione”. Questa volta sul serio. Non come sostiene Salvini da anni, per intenderci.

Il punto è uno: le truppe della Tripolitania, quelle fedeli al premier Sarraj, potrebbero presto essere costrette a spostarsi dalle coste per combattere a campo aperto con le milizie di Haftar. Intendiamoci: il generale è uno spietato stratega, un abile voltafaccia. E a Palermo, stringendo la mano di Conte, deve aver compreso di essere stato baciato dalla Fortuna: perché l’Italia in Libia c’è, ma è come se non ci fosse.

Ed è un problema grave, gravissimo. Innanzitutto perché i nostri interessi geopolitici sono parecchi, valgono diversi miliardi. Basta un nome: Eni. La guerra energetica che coinvolge la diretta concorrente del cane a sei zampe, la francese Total, rischia di vederci soccombere. I nostri “cugini” sono scaltri, non più bravi, ma hanno un presidente che la politica estera la cura, la tratta, la maneggia. Noi ci limitiamo alle strette di mano per i fotografi, alla redazione del post su Facebook per vantare un successo sui social, poi la politica però è un’altra cosa.

Questa approssimazione, questa scarsa capacità di “contare”, rischiamo di scontarla. Qualche numero e qualche scenario: Eni ha in Libia dei contratti che vanno fino al 2042 per le produzioni ad olio e al 2047 per quelle a gas. Cosa cambia se Haftar prende il comando? Che con un regime-change quei contratti possono valere più o meno come carta straccia. E di chi è amico Haftar? Della Francia. E di chi è la Total? Della Francia.

Per non parlare dei crediti vantati dalle aziende italiane in Libia: 130 imprese che aspettano qualcosa come 900 milioni di euro. E rischiano di continuare ad aspettare. E aspettare, e aspettare.

Ma la caduta di Sarraj rischia di provocare un problema anche di tenuta dei confini. Haftar non ha l’anello al naso. Sa bene che il tallone d’achille dei nostri governanti è l’immigrazione. Tripoli è la sua arma di ricatto: “Soldi, aiuti, sostegno, oppure apriamo i rubinetti delle partenze”. Si conta che oggi, dunque prima dello scoppio di una guerra civile che appare alle porte, si trovino in Libia più di 600mila migranti. Pensare che bastino i tweet di Salvini a fermare un fenomeno di questa portata equivale a prendersi in giro.

Resta l’immagine di un’Italia isolata, come fosse realmente nel deserto libico, destinata ad affondare nelle sue sabbie mobili.

E menomale che Conte era contento…

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