Il governo di Nessuno

Giorno dopo giorno emerge sempre con maggiore chiarezza che questo governo non è di nessuno.

Il governo non è del MoVimento 5 Stelle, che attraverso Luigi Di Maio non perde occasione per rivendicare soltanto i provvedimenti che gli fanno comodo, evidentemente troppo preso dal rinviare (perché evitare non si può) la fine della sua esperienza politica.

Il governo non è del Pd, che con Nicola Zingaretti non fa altro che rincorrere alleati – o presunti tali – anziché preoccuparsi di sfornare una ricetta economica credibile per la crescita di questo Paese. Bussa ironicamente alla porta il segretario dem, fa “toc toc, c’è qualche altro leader che sostiene e che ha voluto questo Governo, che lo difende dalle bugie e dagli attacchi della destra?“. Ma gli sfugge un fatto: nessuno può sentirlo. Il suo tocco è debole, quasi inesistente, certamente non è magico. Carisma cercasi.

Il governo non è di Italia Viva, che con Matteo Renzi sta scoprendo che scegliere di abbassare le tasse quando si è alleati di Pd e M5s non è la cosa più facile di questo mondo, che fare politica – per gli altri – significa fare polemica. E che forse sarebbe stato più giusto – e onesto – dar vita soltanto ad un governo di scopo per evitare l’aumento dell’Iva, di certo non di legislatura.

Ma soprattutto questo governo non è degli italiani, che non l’hanno voluto, non l’hanno votato. Ma sono obbligati a subirlo.

Ora nessuno mette in dubbio la legittimità dell’operazione di palazzo messa in atto dopo la crisi aperta da Salvini nel mese d’agosto; nessuno si sogna nemmeno di mettere in discussione la necessità di scongiurare l’aumento dell’Iva lasciato in dote dalla coppia Salvini-Di Maio. Ma allo stesso tempo nessuno avrebbe potuto immaginare che a meno di due mesi dalla nascita dell’esecutivo il livello di litigiosità sarebbe stato tale da farci rimpiangere quello giallo-verde. Sì, perché lì almeno le sparavano così grosse da farci divertire nel commento.

Nel governo giallo-rosso si parla invece di tasse sulle auto aziendali, sulla plastica, sulle merendine. La preoccupazione è assicurare il futuro della legislatura fino al 2023, eleggere il prossimo Presidente della Repubblica, impedire l’avanzata di Salvini, ma come? Se non si parla di lavoro, di imprese, di sostegno al ceto medio (visto anzi come un nemico da tartassare), di agricoltura, di turismo. Nell’agenda non trovano posto argomenti come scuola, cultura, educazione civica.

Nessuno pensa al Paese di domani, piuttosto si è in continua lotta sui rancori di ieri.

E viene in mente l’Odissea, con Ulisse che per sfuggire al gigante Polifemo disse di chiamarsi “Nessuno”. Ecco, avviso ai naviganti: qui non funziona così. Allo scaricabarile non ci crede più nessuno.

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