Vincono i giovani di Hong Kong, perde la politica estera italiana

C’è un’espressione che dovrebbe portarci a riflettere con attenzione su quanto accaduto a Hong Kong nelle ultime elezioni distrettuali. Nei resoconti di tutti i giornali italiani e occidentali viene scritto che i candidati “pro-democrazia” hanno conquistato il 90% dei seggi. Proprio questa è la definizione allo stesso tempo più spaventosa e importante. Democrazia significa letteralmente “potere del popolo”. È normale che in un’elezione gareggi una forza dichiaratamente anti-democratica? È accettabile un sistema che impedisce al “popolo” di esprimere un governo che indirizzi le sue istanze?

Si dirà – anzi, è già stato detto – che il voto di ieri non è una bocciatura per Pechino ma rappresenta soltanto un test locale. Si dirà – e anche questo è già stato detto – che i consigli di quartiere non hanno grande possibilità di incidere nella vita politica dell’ex protettorato britannico. E che l’elezione era incentrata su una serie di questioni che poco hanno a che vedere con la protesta che ha portato milioni di persone in piazza negli ultimi 6 mesi.

Si dirà tutto questo, e molto altro ancora, per tentare di minimizzare un fatto “storico”. Ma difficilmente la gente, che come cantava De Gregori “fa la storia”, deciderà di porre fine alla sua domanda di libertà ora che ha attirato su di sé gli occhi del mondo intero. Certo, da parte di Pechino è in atto il tentativo di far passare le proteste degli “hongkonghesi” come il risultato di un “caos ordinato” dagli Usa. E anche la copertura mediatica delle elezioni di ieri, dove i risultati anti-Pechino sono stati pressoché oscurati dagli organi di stato nei vari telegiornali, sono un’indicazione del fatto che difficilmente Xi Jinping muterà orientamento sui destini di hong kong.

La data del 2047 in cui scadrà la validità della dottrina “un paese, due sistemi” ideata da Deng Xiaoping, che ha consentito a Hong Kong di restare formalmente sotto il controllo della Cina ma di preservare un sistema democratico e un’autonomia economica, pende come una spada di Damocle sulle teste di milioni di persone che non intendono rinunciare ai propri diritti.

Ma il timore che a Pechino di queste richieste possa importare ben poco è tremendamente presente. L’ipotesi ad oggi più probabile è che Xi Jinping, più infastidito che allarmato dai risultati delle elezioni, possa avallare l’inizio di una trattativa sulle 5 richieste avanzate dai manifestanti:

  • Il ritiro legge sulla estradizione in Cina
  • Che il governo non definisca più le proteste “sommosse”;
  • Un’indagine indipendente sull’uso della forza da parte della polizia;
  • La liberazione incondizionata di tutte le persone arrestate durante e a seguito delle manifestazioni
  • Una riforma che garantisca un suffragio universale autentico per l’elezione dei leader di Hong Kong – come stabilito dalla mini Costituzione della città.

Difficile che quest’ultima venga presa in considerazione anche solo lontanamente. Significherebbe per la Cina accettare un “vero” concetto di democrazia. Impossibile per un regime autoritario che considera Hong Kong una sua proprietà e la libertà dei suoi cittadini una minaccia alla propria sicurezza.

Ecco perché la comunità internazionale ha il dovere di far valere i diritti della gente di Hong Kong. Ecco perché fa bene l’attivista e leader della protesta Joshua Wong a dirsi deluso dall’atteggiamento del nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che ha detto: “Non vogliamo interferire nelle questioni altrui”. Il tutto mentre Beppe Grillo incontrava due volte nel giro di 24 ore l’ambasciatore cinese in Italia preoccupandosi – a suo dire – di portargli in dono del pesto. Un tragico esempio di diplomazia molto pentastellata, tutt’altro che stellare.

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