Pensionati e specializzandi, quei medici più eroi degli altri

“E a me, dunque, che adempio un tale giuramento e non lo calpesto, sia concesso di godere della vita e dell’arte, onorato dagli uomini tutti per sempre; mi accada il contrario se lo violo e se spergiuro”.

Giuramento di Ippocrate – Testo Classico

Un vero medico non toglie mai il camice. Neanche quando va in pensione. Resta punto di riferimento per il vicino di casa, per il parente che telefona a tutte le ore del giorno e della notte, per l’ex paziente che “dottore, mi fido solamente di Lei. Mi dica: come sono queste analisi?“.

Il vero medico, una volta in pensione, è un leone in gabbia: ci prova sinceramente a reinventarsi, a dare alla sua vita un’altra forma. C’è chi inizia a giocare a tennis, chi da maggio ad ottobre si trasferisce al mare. Ma alla fine di ogni sera, prima di andare a letto, il vero medico getta lo sguardo – un po’ sconsolato, dichiaratamente malinconico – sulla sua vecchia borsa da lavoro: (dis)ordinata come sempre, piena di medicinali, siringhe, bisturi, guanti, fonendo. Non si sa mai.

Il vero medico di fronte all’emergenza non si sottrae. Non sa far altro. E’ vero che ha un’età. E’ vero che non ha più la forza, i riflessi di un tempo, ma se il vicino d’ombrellone sta male, è lui che arriva prima dell’ambulanza, sempre lui corre, con l’affanno, con le gocce di sudore sulla fronte, per provare a salvarti la vita. E se ad un certo punto è il coronavirus che miete morte e dolore, uccide colleghi (amici) e speranze, il vero medico rientra dalla pensione, perché questa è la sua missione.

C’è solo un esemplare di medico che può equipararne il coraggio. Ma è di uno stampo diverso, più incosciente, feroce. E’ il coraggio del medico specializzando: competitivo, affamato, voglioso di cimentarsi, di dimostrare che le corsie d’ospedale, fino ad oggi – il giorno del suo arrivo – si sono persi un grande spettacolo, quello del suo impareggiabile talento.

Questo giovane medico sbarbato, con gli occhi accesi d’una furia che la dice lunga sulla sua voglia di mangiare il mondo, dinanzi al coronavirus è scattato dal divano, ha chiuso i libri, infilato il camice, opposto nervi e muscoli al contagio.

Ma questo atteggiamento, questa smania, dura poco. Bastano poche ore in reparto accanto ad un collega più anziano per rendersi conto che in gioco c’è dell’altro. Tornano alla mente le raccomandazioni dei genitori, della fidanzata: “Ma chi te lo fa fare di rischiare la pelle ora?“. La speranza di un posto fisso? Forse, per alcuni. Ma anche tra i giovani camici si annida lo spirito del medico di razza. Non si tratta di gloria, di soldi da intascare: è voglia di aiutare, di mettere le mani su un paziente per farlo tornare a respirare.

A volte costretti a lottare senza le giuste armi, operatori sanitari d’ogni grado cedono sotto i colpi del virus. In corsia, in trincea, si muore. Straziante. Ma ancora più commovente è il sacrificio di chi non era tenuto a combattere.

Forse questi medici, pensionati e specializzandi, sono un po’ più eroi di tutti gli altri.

A fine turno, sul volto i solchi della fatica, i segni della guerra, l’età diventa un numero. Si è solo camici, medici, medici veri.

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