E poi arrivano gli americani

Quando si trattò di salvare il mondo da Adolf Hitler, di mandare a morire i propri ragazzi lontano da casa, che fosse su una spiaggia in Normandia o nella bella Sicilia; quando si dovette finanziare la ricostruzione, evitare la fine dell’Europa con il piano Marshall; o dopo l’attacco alle Torri Gemelle, quando il terrorismo sembrava un nemico impossibile da sconfiggere, destinato a farci vivere in un incubo perenne. In ogni crisi globale, quando tutto sembra perduto, c’è sempre il momento in cui arrivano gli americani.

Anche stavolta, quando il coronavirus ha iniziato a raggiungere l’Europa e a mietere morte, sono stati in tanti a sperare che fosse l’America a salvarci. Ma pure la superpotenza si è trovata disarmata dinanzi ad un agente infinitamente piccolo come il virus. La geopolitica del vaccino, l’hanno chiamata. Perché il Paese che lo troverà per primo potrà esercitare sul resto del mondo la leva della propria superiorità scientifica, quella della distribuzione della cura, l’indispensabilità della propria esistenza. Tutto porta all’America. Anche se l’America di oggi non è più quella di ieri.

La stanchezza di un popolo che vorrebbe guardare al proprio ombelico non è più bilanciata da un presidente consapevole che gestire un impero comporta sacrifici e responsabilità. Donald Trump non ha intenzione di fare degli Stati Uniti il “poliziotto del mondo”, ma all’America stavolta non vengono chiesti soldati. Solo leadership. La narrazione della crisi è ciò che più conta dopo la gestione della crisi stessa. Trump all’interno è stato lento, per certi versi dannoso. Dopo aver smantellato l’ufficio sulle pandemie creato da Obama come parte del Consiglio di Sicurezza, per settimane ha descritto il coronavirus come poco più di un’influenza, contribuendo a far sì che milioni di persone in giro per l’America continuassero le loro vite come niente fosse. Contraendo il virus, morendo in molti casi. Salvo poi correggersi, pochi giorni fa, sostenendo di aver compreso fin da subito la portata della minaccia, ma di aver voluto infondere un messaggio di speranza. Molto più adeguata è stata la risposta economica da 2 trilioni di dollari, per quanto destinata ad essere integrata da nuovi interventi, ad ulteriore conferma della gigantesca portata della crisi.

Ora non sappiamo se gli Stati Uniti troveranno il vaccino prima degli altri. Sembra che a Pittsburgh siano più avanti di tutti, con un cerotto che ha già superato il test sugli animali. Ma sappiamo che dobbiamo tifare per loro. Perché la storia si ripeta. Perché a volte il mondo sembra finito. E poi arrivano gli americani.

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