(N)uovo di Pasqua

Papa Francesco nella veglia di Pasqua

Cosa c’è dentro l’uovo di Pasqua di quest’anno? Un portachiavi? Un ciondolo? Una diavoleria tecnologica che crederemo eccezionale per lo spazio di 20 minuti? O meglio: quest’anno c’è l’uovo di Pasqua? Qualcuno ha scelto di non comprarlo. Per economia. Perché l’aveva dimenticato durante l’ultima spesa e ha deciso responsabilmente di non uscire un’altra volta, di lasciar perdere. Anche l’avesse comprato, anche l’avesse rotto simulando gioia e sorpresa, quest’oggi vi avrebbe trovato dentro una bustina di incertezza, una confezione di paura, una scatoletta di dolore.

Perché è inutile dirlo, che questa è una Pasqua diversa. Le campane della chiesa vicino casa suonano a festa, ma ascoltarle provoca magone, malinconia. Non ci sono le strette di mano, i saluti a distanza tra amici felici di scambiarsi gli auguri in quel giorno, in quel momento, a quel modo affettuoso. Tutti sospesi per qualche ora dalla quotidianità, dai problemi. Perché è Pasqua. Non c’è bisogno di aggiungere altro.

Così come oggi non c’è l’ultima corsa in pasticceria prima di pranzo. Il vestito della festa. Il pranzo allargato. Non ci sono i parenti, le mogli coi suoceri, i nipotini coi nonni. Per alcuni non ci sono proprio più le persone. I compagni di vita, le colonne di sempre, i pilastri di un’intera esistenza. Sì, quest’uovo di Pasqua è proprio vuoto. Così vuoto che mette tristezza. Talmente vuoto che Pasqua non sembra.

Ma se crediamo (e anche se no) sappiamo che c’è un solo giorno dell’anno in cui la speranza è autorizzata ad avere la meglio sul resto: è proprio questo. Diciamocelo guardandoci negli occhi: non è andato tutto bene. Ma da oggi, da domani, se ce la mettiamo tutta davvero, magari c’andrà. Non cancellerà il dolore, non ci farà dimenticare la morte, ma forse ci darà di nuovo la vita. In un mondo diverso, nuovo di Pasqua.

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