“Dunque, dove eravamo rimasti?”

Il 18 maggio non è un giorno qualunque. E’ il giorno in cui è nato Giovanni Falcone. Ma è anche quello in cui è morto Enzo Tortora. Due simboli di quella “giustizia giusta” che uno Stato che si rispetti dovrebbe rappresentare.

Come scrisse Giuliano Ferrara qualche anno fa rivolgendosi alla compagna di Tortora, Francesca Scopelliti, “il processo Tortora, lo sappiamo, non è mai veramente finito. Il carcere, lo sappiamo, non è tuttora veramente adeguato allo stato di diritto (per usare un tremendo eufemismo). E ogni tanto penso, mia cara Francesca, che morendo di passione e di dolore il tuo Enzo ha perso tutto, e si è perso a tutti, ma ha guadagnato l’oblio su quel che sarebbe seguito”.

Qualcosa di simile può valere per Giovanni Falcone. Come Tortora non ha avuto il tempo di vedere che il suo sacrificio personale non è servito a migliorare la giustizia italiana, così il giudice antimafia si è risparmiato i teatrini in diretta tv tra membri delle istituzioni, il caos nelle carceri italiani, l’umiliazione del lavoro e del coraggio di tanti colleghi onesti.

Mercoledì 20 maggio approderà in Aula una mozione di sfiducia nei confronti del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che vede come prima firmataria Emma Bonino e che coinvolge i senatori di Più Europa, Forza Italia e Azione. Si tratta, come ha detto Matteo Richetti, del “primo forte atto dell’opposizione liberale a questa maggioranza”. E, aggiungo io, della più grande occasione di salvare la giustizia italiana da un approccio giustizialista e manettaro che ha prodotto danni anche solo difficili da quantificare. E’ stata denominata “mozione Tortora”.

Alfonso Bonafede è il ministro che ha promesso di riformare il processo penale prima di dare il via alla tanto sciagurata soppressione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio – siamo al “fine processo mai”, una barbarie – e che ovviamente non ha tenuto fede a questo impegno. Bonafede è il ministro che ha equiparato i corrotti ai mafiosi. Bonafede è il ministro che ha negato con i suoi provvedimenti la presunzione di non colpevolezza, che ha ridotto i diritti della difesa ad un orpello, che ha interpretato il ruolo di giudice come quello di colui che deve apporre un timbro sulle tesi dell’accusa. Alfonso Bonafede è il ministro che ha dimenticato il principio di rieducazione della pena, è colui che con la riforma delle intercettazioni ha autorizzato un Grande Fratello nelle nostre vite senza chiederci il permesso. Alfonso Bonafede è il ministro secondo il quale “gli innocenti non vanno in carcere”: peccato dal 1992 al 2018 siano stati riconosciuti 27.500 casi di ingiusta detenzione, 1057 persone che ogni anno si vedono private della loro libertà e finiscono nel girone infernale della (mala)giustizia.

Dovrebbe bastare questo elenco per convincere gli altri partiti a votare la mozione Tortora sfiduciando così Alfonso Bonafede. E’ inutile girarci intorno: molto ruota attorno a ciò che farà Italia Viva. Qualora Renzi sfiduciasse Bonafede l’apertura di una crisi di governo sarebbe pressoché inevitabile. La giustizia è un tema importante, decisivo per il corretto funzionamento di uno Stato: se Bonafede e il MoVimento 5 Stelle non hanno la sensibilità di fare un passo di lato, vale la pena sacrificare questa maggioranza. Lo dobbiamo, tra gli altri, ad Enzo Tortora. Per ripartire dopo lo sfacelo di questi due anni di “malafede” e cercare di riallacciare un filo che ci porti verso la “giustizia giusta”, dicendoci: “Dunque, dove eravamo rimasti?

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