Tra Usa e Cina non una guerra ma il suo antipasto

Mike Pompeo

La geopolitica è un esercizio di realismo. Le potenze che operano la strategia devono spogliarsi del superfluo, riconoscere i propri interessi esistenziali, bandire gli orpelli e andare al sodo. Pena la fine di sé. Ma fare geopolitica significa anche trovare i codici giusti per raccontarsi al mondo, per coinvolgere nella propria impresa anche chi non dispone degli strumenti necessari a comprendere la complessità di manovre a prima vista indecifrabili. Gli Stati Uniti sono in questo ambito campioni indiscussi.

Così il discorso pronunciato da Mike Pompeo, segretario di Stato nell’Amministrazione Trump, pronunciato nella Libreria Nixon, presidente del grande disgelo con la Cina negli anni Settanta, assume una doppia valenza simbolica. Da una parte segnala che gli Usa non sono disposti a vacillare sulla rotta da tenere nei confronti del gigante asiatico, che la tattica intrapresa è ormai certa; dall’altra parla nuovamente al “mondo libero“, termine coniato da un tale Winston Churchill per distinguere i Paesi al di qua della “cortina di ferro” con la Russia, assegnando così una dimensione ideologica “dolosa” al conflitto con Pechino, in realtà inevitabile scontro tra il “numero Uno” e il suo più importante rivale.

In questa Seconda Guerra Fredda c’è una costante: nella narrazione americana è ancora una volta il regime comunista il nemico da abbattere. Trattasi di semplice coincidenza: la storia insegna che nel confronto tra potenze di questo calibro non è mai l’ideologia a segnare il destino delle relazioni, semmai i rispettivi interessi confliggenti. Così gli Usa, descritti per anni dalla stampa internazionale come intenti a guardarsi l’ombelico, desiderosi di tornare a casa e ritirarsi dal mondo, colgono l’importanza del momento senza rinunciare alla propria dimensione imperiale. La superpotenza, anche se affetta da una fisiologica stanchezza, non può rinunciare al suo ruolo nel Pianeta. In questo modo si spiegano i conflitti su più fronti intrapresi con Pechino: da quello tecnologico (5G) a quello sui mari (pressing Usa nel Sud-Est asiatico). Le chiusure dei rispettivi consolati a Houston e Chengdu sono i segnali di un’escalation irreversibile, così come la guerra dei dazi era forse l’aspetto meno importante (e sopravvalutato) dello scontro là da venire.

Chi sospetta che il discorso di Pompeo possa essere una manovra diversiva dell’amministrazione Trump per distogliere l’attenzione dai problemi economici e sanitari sperimentati dagli Usa in vista del voto di novembre conosce scarsamente l’indole di un popolo che alla politica – e a maggior ragione a quella estera – si interessa esclusivamente se coinvolto in una guerra. Anche a novembre Biden diventasse presidente al posto di Trump, la postura americana nei confronti di Pechino non muterebbe di un millimetro, se non forse nei toni e nelle dichiarazioni.

Cosa attendersi dunque dal domani? Nell’immediato non una guerra. Gli Usa non si sentono minacciati dalla Cina al punto di scatenare uno scontro finale. Sono però intenzionati a bloccarne l’ascesa, a stringerla d’assedio fino a ridimensionarla, obbligandola a preoccuparsi della propria sopravvivenza, piuttosto che del primato globale. Lo faranno stringendo le alleanze con i vicini locali cinesi, Paesi portati a scegliere l’America in ottemperanza di una regola classica della grammatica strategica: in un conflitto tra potenze sempre scegliere quella geograficamente lontana, perché prima o poi tornerà a casa lasciando libero il teatro in cui è intervenuta, cosa che ovviamente non farebbe la Cina trovandosi già in Asia.

Non è dunque una dichiarazione di guerra quella di Pompeo a nome degli Usa, al massimo un suo antipasto. Se duello bellico dovesse scoppiare sarebbe a causa di un incidente, sempre possibile in un contesto marittimo trafficato e caotico come quello asiatico. Ma la notizia, se di notizia si può parlare, è la missione che gli Usa hanno confermato ancora una volta di voler incarnare: paladini del mondo libero, contro la tirannide. Con tanti saluti a chi, da anni, profetizza o addirittura racconta l’improbabile declino americano.

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