L’alleanza col M5s e la sindrome di Stoccolma del Pd

Zingaretti e Di Maio

Sarebbe troppo semplice riportare lo storico delle molteplici dichiarazioni con cui Luigi Di Maio e i maggiorenti del MoVimento 5 Stelle hanno affermato per anni la diversità ontologica, morale, umana, dei grillini rispetto ai politici dei partiti rivali. Gli stessi finiti nel mirino del referendum che celebrerà tra qualche settimana una delle derive populiste più marcate della storia repubblicana.

Sarebbe oltremodo facile ripescare i colpi sotto la cintura sferrati al “Partito di Bibbiano”, poi diventato alleato di governo, successivamente partner con cui “si lavora bene” e da oggi compagno di strada in una “nuova era per il MoVimento 5 Stelle”.

Ma più dell’incoerenza pentastellata, del MoVimento nato per spazzare via la vecchia politica che ora chiede ai suoi elettori di legittimarne l’ambizione a diventare nuova casta, a sorprendere dovrebbe essere la facilità con cui il Partito Democratico si è consegnato mani e piedi ai populisti, la sindrome di Stoccolma che affligge un’intera classe dirigente, troppo presa a festeggiare l’entrata certa di nuovi voti spendibili alle amministrative, da non notare – volutamente, voglio sperare – che nel quesito su Rousseau i dirigenti M5s non hanno chiesto agli iscritti se intendono dar vita ad un’alleanza strutturale col Pd per creare il nuovo centrosinistra. No, bensì se consentono loro di allearsi anche con “i partiti tradizionali”. Perché nella vita non si sa mai: meglio non esporsi troppo. Prima “mai alleati coi vecchi partiti”, poi la Lega, oggi il Pd, domani chissà.

Terrorizzato un anno fa dall’idea di confrontarsi con Salvini, incapace di mettere da parte i pregiudizi del passato e dare vita ad una coalizione “repubblicana” anti-populista, ignaro del fatto che il confronto con le urne non potrà essere rinviato in eterno, il Pd ha deciso di dimettersi da sé stesso, di cedere al MoVimento 5 Stelle la leadership morale del governo e del Paese. Debole su tutti i suoi cavalli di battaglia, sui temi che dovrebbero caratterizzare un partito con vocazione maggioritaria di centrosinistra, vigliacco sull’immigrazione, confuso sul ruolo dello Stato nell’economia, graziato dal fatto che l’opposizione sia guidata da un personaggio minore, il Partito Democratico ha scelto di non sfruttare la prateria politica che gli si è spalancata innanzi, delegando ai 5 Stelle il compito di individuare i temi su cui è possibile spingere e quelli che è bene rinviare a data da destinarsi. Pena fibrillazioni capaci di mettere a rischio la tenuta del governo, con conseguente andata al voto e impossibilità di indicare il nuovo Presidente della Repubblica. Finendo così per rianimare un soggetto politico agonizzante, per ridare ossigeno a battaglie ideologiche dannose per l’Italia.

C’è un solo vincitore politico in questa stagione, e ha il nome di Giuseppe Conte. Estratto dalla Lotteria della vita, l’avvocato pugliese si è saputo vendere, spacciandosi per novello Prodi, federatore dell’area di centrosinistra, rappresentandosi come statista maturato tardi, segregato nell’esperienza del governo Lega-M5s ma finalmente sbocciato al momento del bisogno. Senza di lui quest’intesa non sarebbe nata. E lascio a voi decidere se sia una buona notizia. Non tanto per il centrosinistra, ma per l’Italia.

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