La morte di RBG cambia la campagna (e forse anche la storia) americana

Ruth Bader Ginsburg

In America la chiamavano “Notorious RBG“, la famigerata RBG.

Ruth Bader Ginsburg non era “soltanto” un giudice della Corte Suprema, era anche l’unico giudice della Corte Suprema conosciuto da tutti gli americani. Il suo volto è finito sulle tazze con cui gli statunitensi fanno colazione, sulle magliette che indossano con orgoglio. Il suo nome è diventato un acronimo: RBG, privilegio riconosciuto a personaggi del calibro di JFK, ottenuto peraltro senza morire in un attentato. Le è bastato vivere una vita straordinaria. Anzi, più vite di quante una vita sola potrebbe normalmente contenere. Larger than life, come dicono gli americani.

Ha spianato la strada ai diritti delle donne, ha difeso quelli delle persone omosessuali. Con il suo iconico “io dissento” ha più volte custodito l’anima dell’America: la libertà. Non è stata però previdente. Con due tumori alle spalle e un corpo sempre più fragile, già negli anni scorsi le era stato consigliato con discrezione dall’allora presidente Obama di farsi da parte. Quello dei giudici della Corte Suprema è un incarico a vita, ma un passo indietro di RBG avrebbe consentito ai democratici di evitare ciò che è accaduto oggi: la morte, e un seggio vacante tra i liberal che i Repubblicani non vedono l’ora di colmare con un rappresentante ultra-conservatore.

RBG però non volle saperne: “Non credo che il presidente nominerebbe una così di sinistra come sono io“, disse. Ha continuato ad esercitare nonostante gli acciacchi, non ha perso un solo giorno di lavoro, si è arresa a 87 anni, e sul letto di morte ha espresso un ultimo desiderio, un atto d’amore verso l’America: “La mia ultima e fervente volontà è di non essere rimpiazzata fino a quando non ci sarà un nuovo presidente alla Casa Bianca“.

Questa però non è una battaglia di poltrone, uno scontro fra lobby fine a se stesso. La Corte Suprema è l’istituzione che ha l’ultima parola su tutto: dall’aborto ai diritti gay, dal possesso di armi alla regolarità di un’elezione presidenziale (ricordate Bush vs Al Gore nel 2000?). I Repubblicani hanno già la maggioranza: fino a ieri erano in vantaggio con 5 giudici contro i 4 di comprovata fede democratica, ma ogni tanto un giudice centrista faceva da ago della bilancia nelle questioni più controverse e l’equilibrio era “quasi” assicurato.

Ora però la morte di RBG rischia di cambiare l’America. Con un 6 a 3 i Repubblicani potrebbero bilanciare l’handicap di una composizione demografica che tenderà nei prossimi anni a gonfiare sempre di più le vele del consenso Democratico. Ecco perché per il partito di Trump si è presentata un’occasione praticamente unica: nominare adesso, a meno di due mesi dal voto, un nuovo giudice ultra-conservatore.

Domanda: Trump può farlo? Sì, non c’è nessuna legge che glielo impedisce. E le questioni di “opportunità” sappiamo che non fanno parte del modo di pensare la politica del biondo di Manhattan. L’eventuale nomina da parte di Trump, però, dev’essere ratificata dal Senato. Chi ha la maggioranza? I Repubblicani. Il loro leader al Senato, Mitch McConnell, a pochi minuti dalla notizia della morte di RBG ha detto che il presidente ha il diritto di nominare un nuovo giudice e che questa persona sarà sottoposta quanto prima al voto del Senato. I Democratici sono insorti e hanno ricordato a McConnell le parole che lui stesso pronunciò dopo la morte di un altro giudice, questa volta conservatore, l’italo-americano Antonin Scalia, quando Obama, con ancora un anno e mezzo di mandato davanti, si disse intenzionato a sostituirlo: “Il popolo americano dovrebbe avere voce in capitolo nella scelta del prossimo giudice della Corte Suprema. Pertanto, questo posto vacante non dovrebbe essere occupato fino a quando non avremo un nuovo presidente“.

Stavolta McConnell sembra aver cambiato opinione: anche se al voto non manca un anno e mezzo, ma poche settimane. Cosa può succedere? Che a far saltare i piani siano alcune senatrici del Partito Repubblicano “moderate”. La lista dei nomi circola già nelle chat dei senatori Democratici: si tratta di Susan Collins del Maine, Lisa Murkowski dell’Alaska, Lindsey Graham del South Carolina e Charles E. Grassley dell’Iowa. Su di loro, nei prossimi giorni, verrà esercitata una pressione senza precedenti. Perché senza precedenti è la posta in palio. Così come quella delle prossime elezioni.

Un’eventuale nomina da parte di Trump, se ratificata dal Senato, rappresenterebbe un dito in un occhio per l’elettorato democratico, che a quel punto avrebbe un altro motivo per sfrattare The Donald dalla Casa Bianca: modificare la legge al Congresso (è già successo) e cambiare il numero di giudici della Corte Suprema per pareggiare i conti.

Ma anche se Trump dovesse decidere di astenersi dal sostituire RBG, dimostrandosi attento al fair play (ed è improbabile), le prossime elezioni sancirebbero di fatto chi tra Repubblicani e Democratici può indicare il nuovo giudice. Ovvero: chi tra Repubblicani e Democratici può imprimere una nuova direzione al Paese.

La campagna elettorale Usa con la morte di RBG è appena cambiata. Improvvisamente, irrimediabilmente. I prossimi giorni ci diranno se a cambiare sarà anche la storia americana.

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