Perché adesso tutti vogliono salire sul carro di Draghi

Auguri a Mario Draghi. Ne ha bisogno.

La previsione formulata da questo blog si è rivelata corretta (potete controllare): è partita la corsa a salire sul carro di Draghi.

Sul sì senza condizioni del Pd non c’erano dubbi: i dem credono di essere il Partito della Nazione. E poi diciamocelo: quando si forma un nuovo governo proprio non riescono a starne fuori.

Italia Viva questo esecutivo lo ha di fatto creato: Renzi è il kingmaker dei due personaggi delle istituzioni che oggi danno lustro all’Italia nel mondo, Sergio Mattarella e Mario Draghi. Ci sarebbe da dire grazie, punto.

Silvio Berlusconi non vedeva l’ora di tornare centrale nella scena politica. Di fatto, viste le sue condizioni di salute e la pandemia che imperversa, ha reputato accettabile l’idea di correre un rischio per la propria vita se rapportato al piacere di farsi un altro giro di giostra, di parlare a quattr’occhi con Draghi. Chapeau alla sua resilienza, alle sue 84 primavere.

Restavano i 5 Stelle e la Lega, ma la politica anche nel caos mantiene la sua logica.

Il MoVimento si è impiccato su Conte: Conte ha capito che impiccarsi su sé stesso non serve. Tenterà di ottenere un ministero pesante, non è facile, ma il passaggio fondamentale è ciò che Di Battista e gli altri Contiani più realisti del re non hanno ancora compreso: se il MoVimento non entra nel governo fa un regalo al centrodestra, che diventa tutore unico di Draghi, nonché il solo schieramento responsabile che risponde all’appello del presidente Mattarella. Conte, che tutto è meno che stupido, lo ha capito dopo tre giorni passati a rimuginare sulla possibilità di sopravvivere anche a Super Mario. Ma lo ha capito.

La Lega? Al di là delle dichiarazioni di facciata, Salvini ha capito che il treno di Mario Draghi passa una volta sola. Ne abbiamo parlato ampiamente e in anticipo: se l’ex ministro dell’Interno spera davvero un giorno di entrare a Palazzo Chigi questa è la sua ultima opportunità. Un partito che sostiene Mario Draghi in Europa e a Washington assume un aspetto accettabile anche se è formalmente alleato di Marine Le Pen. Per l’indole di Salvini sostenere Draghi vuol dire frenare la sua voglia di strappare e andare all’incasso del voto. Ma per sua fortuna può contare sui consigli di Giorgetti, che gli ha spiegato candidamente che al voto non si andrebbe comunque: meglio approfittare per ripulirsi l’immagine nelle cancellerie che contano.

Meloni? Lei sul carro non sale: sbaglia. Perde l’occasione di mostrarsi moderata scommettendo sul fallimento di Mario Draghi. Commette un errore di valutazione che le costerà diversi punti nei sondaggi. Perché non solo lo scenario è diverso dal 2011 (allora bisognava tagliare, adesso spendere), ma soprattutto Draghi non è Monti, è “un fuoriclasse”, copyright ancora di Giorgetti.

Ignazio Visco, un uomo che Draghi lo ha conosciuto per aver lavorato con lui a stretto contatto, lo ha definito “una persona con delle qualità notevoli, per molti aspetti eccezionali: dove lo metti diventa irrinunciabile”. Sarà così anche a Palazzo Chigi. E poi al Quirinale.

Sì, ma l’in bocca al lupo resta. Non sarà facile neanche per uno come lui mettere insieme queste anime antitetiche, ballare sul filo di un governo che non sia né troppo tecnico né troppo politico. D’altronde si sa: quando il carro è affollato non ci si sente soli, ma si viaggia pesanti.

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