Trump tiene aperta la strada della rivincita

L’ennesimo ritorno di Donald Trump, indiscusso mattatore del Cpac 2021, può essere riassunto in due frasi: rispettivamente la prima e l’ultima di un discorso tanto in linea con il personaggio quanto inusuale per un ex presidente.

Dinanzi ad una folla in astinenza, accorsa al convegno annuale dei conservatori americani unicamente per vederlo, The Donald si mostra emozionato, poi esordisce: “Vi manco ancora?“. Più che un politologo servirebbe uno psicologo: per indagarne l’ego, per analizzarne le paure più profonde, per scoprire se dietro il consueto fiume in piena non vi sia in realtà il terrore del tramonto.

Eppure bastano pochi attimi per far sì che Trump riporti indietro le lancette dell’orologio. Biden per lui è già il “peggior presidente della storia“, colui che in pochi mesi è riuscito a passare da “America First” ad “America Last“. Si scaglia contro i Big Tech, colpevoli di averlo silenziato, contro la “cancel culture” che vuole rimuovere alcuni controversi simboli della storia americana. Ed è chiaro che, oltre alle statue dei generali confederati, pensi anche a se stesso, che abbia voglia di sottrarsi alla “damnatio memoriae” che gli apparati americani hanno deciso sul suo conto.

Mantenere salda la presa sul Partito Repubblicano è il solo modo che ha per farlo. Per questo, respingendo gli inviti alla prudenza, Trump fa il Trump, citando ad uno ad uno senatori e deputati Repubblicani che considera infedeli, calcando l’accento in particolare su Liz Cheney del Wyoming, figlia di “quel Cheney”, aizzando la platea con uno “sbarazzatevi di loro” che ne conferma le mire di dominio incontrastato.

“Per fare cosa?” è la domanda che l’America si pone. Trump incluso. La tattica che intende perseguire prevede di comprare tempo. Oberato da guai giudiziari ed economici, la sola idea che Trump sia ancora in campo è garanzia di sopravvivenza. Gli consente infatti non solo di raccogliere più facilmente fondi per ripianare i debiti contratti, ma anche di evitare un assalto più feroce da parte degli apparati, di giocare il proprio ascendente sull’America che lo ama come scudo agli attacchi che altrimenti non potrebbe schivare.

Ciò che è chiaro dopo l’intervento in Oregon, però, è quanto Trump sia ossessionato dal leitmotiv della sua esistenza, “the comeback”, la rimonta. Proprio questa narrazione, l’idea dell’uomo dato per finito che riesce a tornare in sella, è fra tutte, da sempre, quella che Trump considera più esaltante. Delizia e al contempo croce, poiché si accompagna all’incubo atavico dell’ex presidente, al rischio di passare alla storia come un perdente.

E’ per questo che ancora oggi rifiuta di accettare il risultato del 3 novembre scorso; è per questo che sostiene di aver battuto Biden come fece con Hillary; è per questo che getta l’amo: “Chi lo sa, forse potrei batterli per la terza volta“, così riscrivendo la storia secondo i suoi desideri. E’ per questo, infine, che annuncia di essere pronto a fare campagna elettorale in vista delle elezioni di metà mandato, quando cercherà di portare al Campidoglio un’armata di trumpiani in sostituzione dei Repubblicani infedeli, così confermando che la via privilegiata è quella di fare del Gop il Partito di Trump, piuttosto che crearne uno ex novo.

Oltre non può spingersi, perché il futuro è incerto anche ai suoi occhi. Così, il massimo che può concedere, alla platea ma pure a se stesso, è la frase che pronuncia per ultima: “Un presidente repubblicano farà un ritorno trionfale alla Casa Bianca“. Pausa scenica: “E mi chiedo chi sarà. E mi chiedo chi sarà“. Ripetuto due volte, a suggerire che la strada del “comeback”, la porta della rivincita, resta aperta. Se ci saranno le condizioni.

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