C’è stato un tempo, non molto lontano, in cui le conferenze stampa di Mario Draghi erano i momenti più attesi del mese. All’epoca si tenevano a Francoforte sul Meno, in Germania, a margine del Consiglio direttivo della Bce. Era nella vesti di governatore della Banca Centrale Europea che il professore italiano dal ghigno inimitabile dava le carte dell’economia. Con attenzione felina individuava ogni tranello nelle domande dei giornalisti. Poi, appuntato il quesito, rispondeva senza nascondere un filo di divertimento per gli interrogativi spesso improbabili che gli venivano posti.

Non fosse stato per la scenografia alle sue spalle, non ci fosse stato quel cartellone ad indicare “Palazzo Chigi-Presidenza del Consiglio”, non fosse stato per la presenza (ininfluente) ai suoi lati dei ministri Franco e Orlando, qualcuno avrebbe potuto sperimentare una irresistibile sensazione di déjà vu.

Draghi padrone della scena, che non si trattiene dallo schernire il giornalista complottista che domanda se dietro la sospensione di AstraZeneca non vi sia stata in realtà la volontà di tutelare fantomatici “interessi tedeschi”. Draghi che non cerca la luce rossa della telecamera, che chiede ogni volta “dov’è?” il giornalista che gli ha posto la domanda, per guardarlo negli occhi, per mostrargli il dovuto rispetto.

Draghi, soprattutto, che risponde a tutto, senza sfociare in un discorso arzigogolato, barocco, da “avvocato Azzeccagarbugli”. Draghi che non svicola, Draghi che non temporeggia, che non usa perifrasi ma va dritto al punto. Draghi che parla un linguaggio comprensibile e pragmatico.

Draghi “il pratico”, non lo studioso, non l’economista, Draghi il concreto. Draghi il presidente, Draghi il politico, senza politichese.

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