Sottomarino indonesiano scomparso: ultime ore per salvare i marinai

Inabissatosi all’alba di mercoledì, al largo di Bali, il sottomarino Nanggala potrebbe forse restare vittima di sé stesso. Dell’abilità di confondersi con le onde, di sfuggire alle apparecchiature di rilevamento, di non lasciare traccia alcuna del proprio passaggio. Come un fantasma del mare.

Chissà se allora ha senso sperare che la grande chiazza di combustibile avvistata dagli elicotteri nella zona della scomparsa sia in realtà un segnale di SOS che i 53 marinai a bordo del sottomarino hanno lanciato in preda ad una disperata lucidità.

Chissà se è solo da illusi – come alcuni esperti cinicamente sostengono – ipotizzare che la “massa magnetica” rilevata a 50-100 metri di profondità sia veramente quella appartenente alla carcassa metallica del sottomarino KRI Nanggala 402.

Forse, stipati come sardine, fiaccati dal caldo e dall’angoscia, calcolando le ore di autonomia rimasta prima che l’ossigeno si esaurisca a bordo, marinai di un intero equipaggio stanno domandosi se il mondo intero li ha dimenticati. O se invece sarà un rumore all’esterno, un sobbalzo inatteso della loro casa nel mare, ad annunciare che i soccorsi sono giunti per trarli in salvo.

C’è da fare in fretta, però, perché quando in Italia sarà venerdì notte la riserva d’aria sarà esaurita. E’ pensabile che da marinai esperti, gli indonesiani abbiano già messo in conto di guadagnare qualche scampolo di ossigeno e di vita. Alla vecchia maniera, usando cartucce di superossido di potassio: una sostanza che libera ossigeno bruciando anidride carbonica. Fecero in questo modo anche i marinai del Kursk, il sottomarino russo, affondato nel mare di Barents il 12 agosto 2000, a causa di due esplosioni durante un’esercitazione militare. Comunque non servì a salvarli.

Tra coloro che persero la vita per asfissia, il capitano Dimitri Kolesnikov tenne traccia sul diario di bordo di ciò che stava vivendo, alla maniera orgogliosa e asciutta dei russi. Quasi come se il dramma in corso non lo riguardasse direttamente: “Qui è troppo buio per scrivere, ma ci proverò a tentoni. A quanto pare non ci sono possibilità di salvarsi. Forse solo tra il 10 e il 20 per cento”. Esternò un solo sprazzo d’umanità, il desiderio che i suoi pensieri non venissero sepolti dal mare: “Speriamo che almeno qualcuno leggerà queste parole. Qui ci sono gli elenchi degli effettivi che adesso si trovano nella nona sezione e tenteranno di uscire”. Poi tornò a dedicare un pensiero a chi aspettava invano notizie a riva: “Saluto tutti, non dovete disperarvi”.

Non è detto che la vicenda del Nanggala abbia assunto una forma simile a questa appena raccontata. Non è da escludere – anzi è possibile, se non addirittura probabile – che per i marinai a bordo sia già tutto finito da giorni. Ma questo amaro sentore non impedisce al mondo di continuare nelle ricerche: pur sapendo che tutto potrebbe essere già vanno. Chissà quante leghe sotto i mari, forse, marinai all’ascolto di ogni minima increspatura evitano pure di parlare, in queste terribili ore, per risparmiare fiato e centellinare paura. Sperando che bussi qualcuno, prima della fine.

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