Quanto accaduto nelle acque a largo della Libia, con tre pescherecci italiani – Artemide, Aliseo e Nuovo Cosimo – mitragliati da una motovedetta della Guardia costiera libica davanti a Misurata, non può essere derubricato a semplice malinteso.

Gli indizi per credere che non si sia trattato di un incidente, bensì di un agguato, ci sono tutti. Secondo una prima ricostruzione dell’accaduto, una volta ricevuto l’allarme dai pescherecci, avvicinati pericolosamente dalla motovedetta libica, la Nave Libeccio della Marina italiana, che al momento della segnalazione si trovava a circa 60 miglia dalla scena d’azione, si è diretta sul posto alla massima velocità.

Raggiunto il luogo indicato, dalla fregata italiana è stato fatto decollare l’elicottero in dotazione facendolo avvicinare all’imbarcazione libica. Una chiara manovra di avvertimento, che non ha fatto desistere i marinai libici dall’esplodere i colpi all’indirizzo dei nostri pescherecci, accusati di aver violato – durante la loro attività ittica – i confini che la Libia reclama come zona economica esclusiva.

Gli aspetti curiosi di questa vicenda sono almeno due. L’incidente – se così può essere chiamato – è avvenuto in una zona “particolare”: a largo di Misurata, laddove gli italiani sono storicamente ben voluti e da anni è schierato un ospedale militare da campo gestito dai nostri soldati. L’altro aspetto paradossale è che la Guardia costiera libica ha in dotazione motovedette italiane ed è addestrata dall’Italia (!).

Come spiegare allora questo atto ostile?

Se è ancora presto per avere risposte certe, allo stesso tempo non si può escludere che “dietro” ci sia la Turchia di Erdogan. Attenzione: non è stato di certo il Sultano ad ordinare di sparare ai pescherecci italiani. Ma non si può escludere, in un Paese come la Libia sempre più soggetto ai voleri turchi, che qualcuno abbia voluto segnalarsi ad Ankara. Magari sentendosi “autorizzato” a sfoggiare i muscoli contro i rivali italiani.

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