I 3 motivi per cui Salvini è in crisi nella Lega

Se oggi Matteo Salvini affronta la prima vera crisi in seno alla Lega da quando è segretario, le ragioni principali sono almeno tre. Tutte frutto di errori di valutazione da parte del Capitano, dotato di consenso ma sprovvisto di abilità tattica e visione strategica.

1. Draghi non è Conte

Dovessimo indicare una e una sola ragione per spiegare le ragioni della difficoltà di Salvini, indicheremmo questa: Draghi non è Conte. Il leader del Carroccio, entrando nell’esecutivo dell’ex governatore della BCE, aveva in mente un piano molto chiaro: ripetere lo schema messa in atto nel governo gialloverde. Entrato nell’esecutivo Conte I da junior partner del MoVimento 5 Stelle, Salvini era stato in grado di scalare i consensi. Un po’ prendendosi il merito degli annunci populisti di quell’epoca, un po’ denunciando le posizioni anti-sviluppo dei 5 Stelle. Un giorno sì e l’altro pure, Salvini informava gli italiani dei tanti “no” pronunciati da Toninelli & co. M5s era così diventato “il partito dei no“, mentre la Lega quello dei ““. In questo aiutato dal fantasma di Giuseppe Conte, incapace di contenere il protagonismo del Capitano, succube del dualismo Di Maio-Salvini, intento ad assicurarsi col silenzio la permanenza a Palazzo Chigi, salvo giocarsi il tutto per tutto – bravo lui – sconfessando Salvini (e dunque se stesso, ma non sarebbe stata l’ultima volta) il giorno della resa dei conti in Senato.

Ma ciò che a Salvini è sfuggito in partenza, è che Draghi ha un’altra stazza, politica e culturale. Ecco perché Salvini ha sbagliato i suoi calcoli, cercando di correggerli in corsa. Credeva di poter fare il bello e il cattivo tempo, come sempre. Pensava di poter governare senza disdegnare atteggiamenti tipici da opposizione. Ma Draghi, nel migliore dei casi, ha finito per ignorarlo, relegandolo a voce marginale nel dibattito, personaggio buono per infiammare ciò che resta dei talk show, piuttosto che interlocutore affidabile per il governo. Con Draghi, Salvini è stato marginalizzato, ha perso il centro della scena.

2. I compagni sono cresciuti

La Lega del 2018, quella che vedeva la propria missione rivoluzionata, da autonomista a nazionalista, era unicamente Matteo Salvini. La fronda che oggi si oppone, o comunque bilancia, le pulsioni del Capitano non aveva la forza per emergere allora. Giancarlo Giorgetti era sì sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ma solo col passare del tempo ha acquisito la consapevolezza che gli consente feline (nel senso di accorte) fughe in avanti rispetto a quelle del leader. Luca Zaia era un governatore in cerca del tris in Veneto nel 2020: non aveva interesse a strappare il suo campo. Fedriga era appena stato eletto governatore del Friuli-Venezia Giulia su indicazione dello stesso Salvini. Lo stesso dicasi per Attilio Fontana in Lombardia. La classe dirigente leghista, insomma, è cresciuta. Lo ha fatto, com’è naturale, saggiando cosa significhi la responsabilità di governo, confrontandosi con una quotidianità che impone meno slogan e più fatti. Esperienza che Salvini non ha mai provato, se si eccettua il breve periodo al Viminale, di cui però tutti ricordiamo più un hashtag, #portichiusi, piuttosto che vera politica.

3. Il contesto è mutato

Il Salvini di pochi anni fa poteva godere del credito di fiducia che gli italiani concedono solitamente al nuovo arrivato. Viviamo però un’epoca che divora le leadership, se queste non sono in grado di accreditarsi tra la gente con risultati concreti. Salvini ha parlato per anni di migranti, ha cercato il colpo grosso nell’estate del 2019 per cimentarsi con il governo in solitaria, ha chiesto i “pieni poteri“, e non è detto che non li avrebbe ricevuti. Lo schema però è saltato grazie alla mossa del cavallo di Renzi (e al terrore delle urne dei grillini), così il Capitano ha abbassato di nuovo la testa, si è rimesso a macinare km e piazze, ma a sbarrargli la strada è stato in questo caso un nemico che ha scompaginato ogni suo piano: la pandemia. Qui Salvini è definitivamente caduto, tradito per una volta dalla sua qualità migliore: la capacità di comprendere da che parte batte il cuore degli italiani. Anziché intercettarne le paure, invece di dimostrarsi maturo, ha assecondato la smania che gli suggeriva di criticare senza costruire, così concedendo a Conte la possibilità di affermarsi come unico leader possibile di quella fase: “L’alternativa chi è? Salvini?“.

Fortuna, coraggio e visione c’hanno poi raccontato che l’alternativa era un’altra: Mario Draghi. Ma Salvini, pur entrando nel governo, è apparso come costretto, non pienamente a suo agio, per quanto convinto che questo fosse il conto da pagare per sperare, un giorno, di rientrare a Palazzo Chigi non da ospite ma da padrone di casa. Eppure, proprio il suo comportamento ondivago, la sua immaturità politica, l’incapacità di comprendere l’abisso che passa tra la campagna elettorale permanente e l’attività di governo, rischia di rendere il suo sacrificio vano. E’ proprio questo che surriscalda la Lega, prefigurando per la prima volta il rischio di una scissione, visto che la spaccatura è conclamata da tempo. Attenzione, non va dimenticato un punto: Salvini ha i voti. Ma la domanda ricorrente, ogni giorno di più, è la seguente: “Che se ne fa dei voti?“.

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