Draghi oltre il 2023: le due difficili condizioni perché possa restare a Palazzo Chigi

Chissà perché negli ultimi giorni filtra un po’ di pessimismo tra gli innamorati di Mario Draghi premier. Tutto è nato dalla strigliata che il presidente del Consiglio ha riservato alle strutture dei ministeri tramite il suo sottosegretario Garofoli. Dopo una partenza a razzo coi decreti attuativi, la macchina burocratica ha iniziato a rallentare i giri del motore. E non è un dettaglio da poco: dalla capacità dell’Italia di rispettare i tempi delle riforme dipende infatti la possibilità di avere accesso a tutte le risorse del Recovery Fund necessarie a rilanciarla.

Non è strano, allora, che Super Mario abbia chiesto di tornare a schiacciare il piede sull’acceleratore, vero? Vero, se non fosse per le parole pronunciate a mezza bocca da un ministro: “Draghi vuole mettere in sicurezza le riforme entro febbraio“. Tutto può essere, ma la sensazione è che il riferimento al mese in cui si apre ufficialmente la corsa per il Colle non sia casuale.

Sono dunque gli ultimi mesi del governo più apprezzato degli ultimi anni? Sono gli ultimi scampoli di politica cui assisteremo prima di tornare al “come prima più di prima” dei partiti? Così pare. Eppure la spinta affinché Draghi si intesti la responsabilità di guidare il Paese con un ruolo operativo – con tutto il rispetto per il ruolo del capo dello Stato – anche dopo la scadenza di fine legislatura (figurarsi oltre il 2022!) esiste ed è forte in molti settori della società italiana. Draghi non è insensibile al loro richiamo, ma è certo che non farà nulla per restare al timone di Palazzo Chigi: non fa parte del suo carattere.

Affinché rimanga oltre il 2023 devono allora materializzarsi due difficili condizioni. La prima è che quel riferimento al mese di febbraio resti soltanto una coincidenza. Tradotto: Draghi dovrebbe rinunciare al Quirinale, al netto dei tentativi che alcuni leader di partito compiranno desiderosi come sono di levarselo di torno e riprendersi la scena. Nel caso Draghi dovesse rifiutare l’elezione al Colle, si aprirebbe uno spiraglio. La scelta di rinunciare ad un posto al sole per i prossimi 7 anni, il rischio di non lasciare Palazzo Chigi all’apice della popolarità, esponendosi all’insofferenza dei partiti: eppure non sarebbe abbastanza per essere certi di un Draghi-bis.

La legislatura in corso, infatti, andrà in ogni caso a scadenza nel 2023. Il ritorno al voto è dunque scontato, così come lo è il rifiuto del premier di ripercorrere le orme di Monti prima e di Conte: non farà un suo partito dopo essere stato chiamato a guidare il Paese. Dunque esiste una sola possibilità affinché la sua esperienza al governo dell’Italia prosegua: un pareggio nelle urne. Se nessuno dei due schieramenti avesse i voti per formare un esecutivo, nel gioco dei veti incrociati che certamente nascerebbe in assenza di una maggioranza chiara dopo le elezioni, allora il coraggioso rifiuto alle sirene del Colle da parte di Draghi potrebbe improvvisamente tornare ad avere un senso. Bloccati nel pantano dell’ingovernabilità, con l’assillo di una ripresa da non far evaporare, i partiti controvoglia finirebbero per richiamare lui, il premier che fino ad oggi li ha tenuti per mano.

Resta“, gli direbbero. Ancora un po’, un’altra volta.

Solo in quel caso Draghi accetterebbe di rispondere presente. Dinanzi alle difficoltà del suo Paese non si è mai tirato indietro.

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2 commenti su “Draghi oltre il 2023: le due difficili condizioni perché possa restare a Palazzo Chigi

  1. Per pareggiare ci vuole fortuna e,sopratutto, i nanetti mai chiederebbero a Draghi di restare, un bamboccio ci vuol poco a mandarlo a Palazzo Chigi.Non sarebbe meglio poter votare per Draghi come primo ministro di una coalizione senza le estreme?

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