Colin Powell è stato molto di più di quella fialetta

Agli occhi dei suoi ultimi detrattori, perlopiù Repubblicani – o presunti tali – devoti alla perversione incarnata da Donald Trump, Colin Powell era ormai diventato a tutti gli effetti “un Democratico”. Così lo apostrofavano su Fox News, col chiaro intento di definirlo un traditore della causa del Gop.

Non lo conoscevano abbastanza da sapere che per Colin Powell essere definito Repubblicano o Democratico contava il giusto, prima di tutto veniva ciò che aveva scritto sul suo passaporto: cittadino americano.

Eppure c’è un motivo se i grandi nomi della politica a stelle e strisce gli stanno rendendo omaggio come si confà ad uno statista di indubitabile statura. Dal presidente Biden fino agli ex presidenti Obama, Bush, Clinton: chi ha vissuto da protagonista la parabola americana negli ultimi decenni non ha alcuna remora a definire il generale Powell “un patriota”. Qui non è in discussione il suo passato da militare, il suo servizio in Vietnam. Piuttosto si tratta di riconoscere il valore di un “politico” che ha sacrificato la sua intera esistenza sull’altare dell’interesse americano. Giudizio positivo, addirittura bipartisan: quanta grazia, nell’era della polarizzazione. A patto di non vivere in Italia, certo, dove Colin Powel è unicamente “quello della fialetta” alle Nazioni Unite, of course.

Chi era (davvero) Colin Powell

Qualche anno fa, intervistato dal New York Times, Colin Powell disse di sé: “Chi è Colin Powell? Powell è un problem-solver. Gli è stato insegnato da soldato a risolvere i problemi. Quindi ha delle opinioni, ma non è un ideologo. Ha passione, ma non è un fanatico. È innanzitutto e soprattutto un risolutore di problemi“. Autoritratto che non necessita di aggiunte, descrizione soddisfacente di un Repubblicano moderato e pragmatico, spiegazione definitiva sul perché il dilettantismo urlato dell’era Trump non potesse essere apprezzato dal generale Powell.

Certo, la sua carriera sconta una grave onta. E’ il 5 febbraio del 2003. Al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Colin Powell sostiene l’esistenza di prove sul possesso di armi di distruzione di massa da parte del regime iracheno di Saddam Hussein. Quella, secondo l’amministrazione Bush, è la motivazione principale per giustificare la necessità di un intervento militare americano. Nel perorare la sua causa, Powell agita teatralmente una fialetta contenente una polvere bianca, a simboleggiare l’antrace che l’Iraq potrebbe fabbricare in poco tempo in assenza di azione.

Il suo intervento ha l’effetto sperato: è drammatico, convincente. Ma tempo qualche mese e la verità viene a galla: buona parte delle minacce snocciolate da Powel nel suo discorso all’ONU non hanno fondamento. Powell era stato a sua volta ingannato da alcuni agenti dell’intelligence, ben consapevoli del fatto che le informazioni sulle capacità dell’Iraq di fabbricare armi batteriologiche fossero prive di accurate verifiche.

La dottrina Powell

Powell non negò la gravità dell’accaduto. Paradossalmente, avallando l’intervento in Iraq, aveva violato il suo stesso teorema, la cosiddetta “dottrina Powell”, che prescrive la necessità di un’azione militare americana solo se la risposta a queste domande è sempre affermativa:

  1. È minacciato un interesse di sicurezza nazionale?
  2. Abbiamo un obiettivo fattibile?
  3. Abbiamo fatto un’analisi completa dei costi-benefici?
  4. Abbiamo utilizzato tutte le altre politiche non violente a nostra disposizione?
  5. Vi è un piano di uscita per evitare coinvolgimenti bellici infiniti?
  6. Sono state considerate tutte le conseguenze delle nostre azioni?
  7. Quest’azione è supportata dai cittadini americani?
  8. Abbiamo un ampio supporto internazionale?

Non serve essere Kissinger per capire che più di un quesito, nei giorni precedenti l’invasione dell’Iraq, avrebbe sconsigliato di agire. Ma allora perché Powell avallò la guerra? Per dirla con le sue parole, il segretario fece “tutto il possibile per evitare la guerra, ma quando si è trattato di decidere, ho sostenuto il presidente Bush. E non ho mai avuto esitazioni su questo, nemmeno in seguito“. L’America era in ballo, bisognava soltanto preoccuparsi di ballare a dovere. Cosa che Washington non seppe fare, come non mancò di osservare lui stesso, soprattutto per quanto riguarda il dopoguerra, il cosiddetto processo di “nation building”.

Per anni è stato a lungo indicato come il principale responsabile di una guerra ingiusta. Su di lui si è abbattuto il giudizio di una società che ama emettere sentenze ignorando cosa sia la complessità delle decisioni che curvano i tempi in cui viviamo. Tutto per quell’inganno (a sua volta subito), per quel maledetto discorso pronunciato al Palazzo di Vetro.

La Storia, come sempre, impiega del tempo prima di rendere agli uomini che l’hanno fatta il loro pieno valore. Con Colin Powell sarà lo stesso. Perché sì, checché ne dicano certi soloni, Colin Powell è stato molto di più di quella fialetta.

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