“Da Macron una lezione per l’Italia. Ma se Calenda attacca Renzi…”: parla Sandro Gozi

Non esiste italiano più vicino ad Emmanuel Macron di Sandro Gozi. L’eurodeputato di Renew Europe, segretario generale del Partito democratico europeo, è dunque la persona giusta per analizzare l’esito del primo turno delle elezioni presidenziali in Francia. Ma il lettore appassionato di politica nostrana non si scoraggi. Le vicende d’Oltralpe e quelle italiche sono più connesse di quanto potrebbe apparire.

D. Partiamo dai numeri: Macron ha conquistato il 4% in più rispetto al 2017. La prima volta fu un risultato da outsider, questa volta da uomo da battere. Mi sembra la conferma di un fatto: Macron ha i voti.

G. C’è un dato politico netto: è la prima volta nella Quinta Repubblica che un presidente uscente vede aumentare i propri consensi di un milione, perché il 4% sono un milione di voti in più. Chi diceva, anche in Italia, che Macron era un incidente della storia deve rimangiarsi quelle parole. Chi diceva che la destra e la sinistra tradizionale sarebbero tornate, che la parentesi Macron sarebbe durata lo spazio di un mattino, ovvero di un quinquennio, ha sbagliato le sue previsioni. Macron ha rivoluzionato il sistema politico francese: se nel 2017 ha sancito la fine del Partito Socialista francese a livello nazionale, nel 2022 ha sancito la fine dei Repubblicani.

D. Si dice che con Macron c’è stato il superamento delle ideologie. C’è chi sostiene: “Non è né di destra né di sinistra“. E al contrario: “È sia di destra che di sinistra“. Però dall’altra parte i suoi maggiori rivali, Le Pen e Melénchon, hanno incarnato delle istanze molto ideologiche. Un’apparente contraddizione. Come fanno a stare insieme questi due fenomeni?

G. Questa è una delle nuove divisioni politiche in Francia. Da una parte ci sono due proposte ideologiche, radicali ed estremiste. Anche se non le metterei sullo stesso piano: c’è una differenza di fondo, di valori importante, tra l’estrema destra di Le Pen/Zemmour e il voto a Mélenchon, molto legato a istanze giuste come l’urgenza climatica o la giustizia sociale. Macron ha invece un approccio allo stesso tempo valoriale e pragmatico: la Repubblica, il merito, le opportunità per tutti, l’Europa, i diritti civili. Risponde a nuovi standard della società che non sono quelli del secolo scorso. A differenza dei politici tradizionali, a Macron non interessa se una misura viene considerata di destra o di sinistra, gli interessa portare avanti in maniera pragmatica le soluzioni efficaci.

D. In vista del ballottaggio il “fronte repubblicano” sembra essersi già attivato a livello di leader. Cito Mélenchon: “Sappiamo per chi non dobbiamo votare. Nemmeno un voto per Marine Le Pen“. Ma l’elettorato dei partiti sconfitti seguirà queste indicazioni? Cerco di essere più chiaro: nella società è più forte l’odio nei confronti di Macron o la paura di vedere Marine Le Pen all’Eliseo?

G. Questa è una questione aperta. Uno dei danni che ha prodotto Zemmour è l’indebolimento del cordone sanitario verso l’estrema destra. Io credo che l’elettorato ecologista di Jadot (il candidato ambientalista ha ottenuto il 4,6% al primo turno, ndr) e quel po’ che rimane dei socialisti di Hidalgo (1,8%, ndr) voterà per Macron. E penso che lo stesso accadrà per buona parte dei Repubblicani (4,8%, ndr) perché secondo me quello che Le Pen e Zemmour dovevano prendere dai neogollisti lo hanno preso già al primo turno. La questione aperta, sulla quale bisogna lavorare molto, è l’elettorato di Mélenchon. In questo elettorato è presente anche una componente di rabbia sociale che storicamente si scatena sempre contro i leader uscenti, percepiti come emblema del potere.

D. Cosa può fare Macron per convincere questi elettori?

G. Deve essere molto più chiaro, didattico, nello spiegare quello che è stato fatto per il clima e quali sono le sue misure per raggiungere la neutralità carbonica nel 2050. Soprattutto: come questo obiettivo migliorerà in concreto la vita dei francesi, come sta rispondendo alle istanze ecologiste, all’urgenza climatica che i giovani sentono. Deve anche spiegare molto di più le misure sociali che ha preso e che propone. Questa è la chiave per convincere un elettorato che non credo seguirà in maniera automatica le indicazioni di voto di Mélenchon.

D. Non so se è d’accordo con me, ma il rush finale di campagna elettorale per Macron potrebbe essere molto complicato: da una parte la necessità di confermare il voto dei conservatori e moderati che lo hanno scelto, dall’altra quella di attirare l’elettorato della sinistra di Mélenchon. Ho segnato una frase pronunciata dopo il primo turno da Macron: “Sono pronto ad inventare qualcosa di nuovo per unire le diverse convinzioni e sensibilità“. Cosa può essere questo “qualcosa di nuovo“? Un nuovo partito?

G. Certamente la trasformazione della politica francese proseguirà. Quello che vediamo oggi non sarà il domani francese. Macron continuerà a trasformare la politica, ha già proposto anche di costituire una commissione trans-partitica per vedere quali riforme istituzionali ed elettorali vanno fatte. Siamo in un quadro evolutivo. Di sicuro il punto chiave per parlare a quell’elettorato non è scendere ad accordi con i leader, ma proseguire con la proposta politica, mettendo in risalto le misure che sono particolarmente attese sia in materia climatica che sociale.

D. Qual è lezione che arriva dalla Francia per l’Italia in vista delle Politiche del 2023?

G. La lezione è che questo spazio centrale, riformista, europeista, liberale, c’è anche in Italia, con affinità molto forti, ma con una differenza: in Italia questo spazio si frammenta. Si pensa di essere col vento in poppa se si passa dal 3 al 4,8% nei sondaggi e si fa la guerra agli altri partiti che occupano lo spazio centrale. Questa è la ricetta esatta per fallire. Si deve capire che l’obiettivo non è avere un piccolo giardino e sventolare la propria bandiera, ma pensare in grande, diventare un movimento a due cifre, diventare maggioranza.

D. Facciamo qualche esempio concreto.

G. Penso al fatto che Azione e +Europa chiudano ad Italia Viva, che Calenda sembri fare la corte all’elettorato di Matteo Renzi anziché costruire un’alleanza con lui. Nella società italiana c’è lo stesso spazio di quella francese, c’è la stessa attesa, ma fintanto che coloro che si collocano al centro, coloro che si definiscono liberali, liberaldemocratici, liberalsocialisti, pensano di coltivare il loro giardino a scapito del vicino e di farsi la guerra, in Italia non succederà mai nulla. Peccato, perché sarebbe il momento per operare una rivoluzione, con un movimento che potrebbe essere il primo partito.

D. C’è abbastanza tempo per riuscire nell’impresa entro il 2023?

G. Il tempo è sempre meno. Io stesso feci un’iniziativa a Roma: vennero Benedetto Della Vedova, Enrico Costa, vari esponenti di Italia Viva, diversi esponenti liberali europei come Marco Taradash. Ma da allora si è fatta una fusione tra Azione e +Europa e il principale obiettivo di Calenda mi sembra sia fare la guerra a Renzi. Questa logica è perdente, non ha nulla a che fare con la forza di Renew in Europa e di En Marche in Francia. Un grande successo, nonostante in Italia alcuni facciano finta di non capirlo, passa anche attraverso le alleanze tra personalità e movimenti. Dopotutto nel 2017 chi è stato determinante per Macron è stato François Bayrou, che aveva il suo 7% nei sondaggi e invece di fare una corsa personale ha deciso di portare il suo capitale personale e di voti a Macron. Oggi sia Bayrou che Macron sono vincenti.

D. Lei nel 2013 ha detto che Macron si è ispirato a Renzi. P…

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