“Prigione, morte o vittoria”: Bolsonaro alla Trump? Rischio golpe in Brasile

Ho tre alternative nel mio futuro: essere arrestato, ucciso o la vittoria. E vi assicuro che non andrò mai in prigione“.

Non si tratta di voler drammatizzare ad ogni costo. È che basta leggere le parole del presidente Bolsonaro per comprendere quale sia la posta in palio nelle elezioni presidenziali di domani in Brasile.

Da anni è soprannominato il “Donald Trump dei tropici“, adesso si vedrà se il presidente Jair deciderà di (non) uscire di scena alla maniera dell’ex presidente americano.

Sì, perché stando ai sondaggi la partita elettorale è pressoché chiusa: l’ex presidente Lula, candidato di sinistra balla sulla soglia del 50%, quella necessaria ad ottenere la vittoria al primo turno senza dover attendere il ballottaggio. Bolsonaro è quasi spacciato.

E qui, avrebbe fatto dire Andrea Camilleri al suo Montalbano, nasce il “busillisi”: cosa farà Bolsonaro dinanzi ad un risultato di sconfitta? Prigione, vittoria o morte?

Da anni Bolsonaro prende di mira il sistema di voto verdeoro, sostenendo che i risultati possano essere facilmente manipolati a piacimento. Denuncia così il rischio di brogli su vasta scala, si dice perseguitato dal Tribunale Superiore Elettorale. E a chi potrebbe replicare, “e allora quando hai vinto tu?”, oppone la seguente tesi: qualcosa di strano accadde anche nel 2018, altrimenti avrei vinto al primo turno. Per la cronaca: il Brasile utilizza il voto elettronico dal 1996 e non ha mai registrato frodi significative.

Allo stato attuale gli osservatori delle cose brasiliane delineano tre possibili scenari in caso di vittoria di Lula: quello più soft vede Bolsonaro non congratularsi con Lula, disertare l’inaugurazione della presidenza del suo rivale il prossimo 1° gennaio ma passare la mano fondamentalmente in maniera pacifica.

Il secondo scenario è quello che viene definito un “6 gennaio brasiliano”, con sostenitori del presidente uscente che prendono d’assalto la Corte Suprema o il Tribunale Superiore Elettorale verdeoro, anche in questo caso senza impedire che avvenga il trasferimento di potere, ma con probabile spargimento di sangue.

Il terzo scenario è quello più temuto, perché prevede l’ingresso nella partita dell’esercito. Per capire bisogna conoscere la storia del Brasile, un Paese per anni sotto una dittatura militare. Ed è ai militari che Bolsonaro sembra guardare per mettere in discussione il risultato del voto, ai generali che ha inserito in gran numero nei gangli dello Stato e che a suo dire, ma solo suo, dovrebbero presiedere il processo elettorale.

Potrebbero essere loro a condurre un conteggio parallelo, sfidando i risultati ufficiali, mettendo in discussione la presidenza Lula su imbeccata di Bolsonaro, che dinanzi agli scontri tra fazioni rivali potrebbe invocare “la garanzia dell’ordine pubblico” per portare l’esercito ad intervenire. Uno schema inquietante, in grado di far esplodere la guerra civile fin qui latente nella società verdeoro, e piombare il Brasile nell’isolamento internazionale.

Per dire dei timori attorno al voto brasiliano basta citare un solo esempio, quello del Senato USA, che mercoledì scorso ha approvato all’unanimità una risoluzione che invita il governo americano a riconoscere “immediatamente” l’esito del voto verdeoro se ritenuto equo dagli osservatori internazionali, esortando l’amministrazione Biden a “rivedere e riconsiderare le relazioni tra gli Stati Uniti [e] qualsiasi governo che salga al potere in Brasile attraverso mezzi non democratici, compreso un colpo di stato militare“.

Ancora poche ore e sapremo. Poche ore per sapere se la quarta democrazia del mondo si confermerà tale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *