15 Giugno 2023

Berlusconi: il patto d’acciaio tra i figli di Silvio. La questione simbolo e il rischio “scisma azzurro”. Subito Tajani, sperando in Luigi. Cosa sarà di Forza Italia

Nelle ore del dolore, verità e menzogna si intrecciano, fino a formare un’unica trama. Difficile distinguere la realtà dalla narrazione. A meno di sapere dove cercare. Proprio in questi giorni è stato inaugurato un nuovo genere giornalistico: l’analisi politica figlia del body language. Pretende di stabilire solidità ed essenza dei rapporti tra figli di primo e secondo letto di Berlusconi sulla base delle loro interazioni al funerale paterno. Ma lo schema utilizzato presenta evidenti falle, oltre a mostrare contorni comici: non tiene conto, infatti, che nei giorni delle lacrime, e ancora prima in quelli dell’angoscia, i figli del patriarca hanno stretto un patto. E che questo, nelle intenzioni almeno, dovrà essere d’acciaio.

No alle liti, come pure alle divisioni. Nessuna voglia di alimentare gossip, di far volare stracci, quasi fosse aria di fine impero. La famiglia sarà blocco di cemento, testuggine a difesa di tutto ciò che Silvio ha costruito. Incluso, ed è questa la notizia, Forza Italia. Così sarà per espressa volontà dei figli Berlusconi, mai entusiasti dell’impegno politico del padre, anzi decisi a sottrarlo ai suoi veleni quotidiani. Ma oggi, forse per la prima volta davvero, convinti che sia giusto dare seguito ai suoi sforzi: per non renderli vani.

Non è voce inventata, fantasia estrema: davvero all’interno del partito c’è chi spera che tra qualche tempo emerga pure un successore in carne ed ossa. Coccolano Luigi, lo osservano a distanza, ma gli amici di vecchia data di papà Silvio giurano di aver visto nel figlio ultimogenito le stimmate del predestinato: “Se ci sarà di nuovo un Berlusconi in politica – scommettono – sarà di certo lui“. Ma tempo al tempo. Chi vuole oggi conoscere il futuro di Forza Italia deve parlare con Marina, figlia prediletta, seconda mamma di Berlusconi padre.

E Marina ha scelto lui, Antonio Tajani, per la gestione delle cose forziste da qui ai prossimi mesi, almeno fino alle elezioni Europee. Perché nei confronti del coordinatore nazionale azzurro i figli di Berlusconi nutrono fiducia cieca. Da troppi anni frequenta il club di Arcore per non essere considerato “uno di casa“.

Ma non pensate che la storia sia finita, già dispiegata. Se lo credete, ebbene, vi sbagliate. Perché tra volontà e successo di un’operazione si trova spesso un oceano di ostacoli ed imprevisti. La questione del futuro azzurro coinvolge infatti varie sfere: politica, elettorale, sentimentale, perfino legale.

Qualche esempio. Da giorni deputati e senatori azzurri si interrogano: a chi appartiene il simbolo di Forza Italia? E cosa accade se il patto d’acciaio si rivela d’argilla, se i figli indicano una strada, ma la minoranza forzista (facente capo a Licia Ronzulli) decide che finito Silvio è tempo di iniziare a camminare con le proprie gambe, senza sottostare alla linea Tajani? No che non si tratta di fantapolitica, è tutto vero. Basti dire che ieri sera, smaltito il dolore provato in Duomo, un dirigente azzurro ha confidato a questo Blog: “Perché dovremmo essere guidati da Tajani, visto che Tajani per il nostro statuto non esiste?“. Perché lo dicono i figli di Berlusconi, potrebbe essere la prima risposta. Ma vi fermo, prima che andiate troppo avanti. Prima che cominciate a perdere il filo. È da ieri che parlo con Gabriele Maestri, studioso di diritto dei partiti, curatore del sito isimbolidelladiscordia.it. Se esiste qualcuno in grado di dipanare la matassa, è proprio lui. Perché sembrano dettagli, ma sono sostanza; perché vengono trattati come orpelli, ma sono vincoli, spesso inaggirabili.

Innanzitutto“, mi dice Maestri, “dovremmo distinguere il simbolo dal contrassegno e dal marchio, anche se a vederli si sovrappongono in gran parte“. Mettetevi comodi: “Il simbolo è la bandierina tricolore che ben conosciamo, segno di identificazione del partito, elaborata nell’autunno del 1993 da Cesare Priori“.

Poi c’è il contrassegno, “cioè il cerchio destinato alle schede elettorali, nel quale viene riportata la bandierina, in dimensioni e forme diverse, magari con altri elementi (incluso il cognome di Silvio Berlusconi)“.

Da ultimo c’è il marchio, ovvero “il disegno che è stato registrato come segno distintivo e come tale è protetto dalle norme sulla proprietà industriale“.

E qui si entra nel vivo: chi sono i rispettivi titolari? “Il simbolo in quanto tale appartiene al partito, anzi, al Movimento politico Forza Italia, come si chiama ufficialmente: è descritto dallo statuto e può essere modificato dal comitato di presidenza, uno degli organi più rilevanti a livello nazionale“.

Pure il marchio appartiene al partito: “Nel 2014 è stato registrato proprio a nome di Forza Italia e il titolo è ancora valido“.

Quanto al contrassegno elettorale, “in effetti in base allo statuto (in particolare all’articolo 46) l’amministratore nazionale – che è qualcosa di più di un semplice tesoriere, visto che è il legale rappresentante del partito – è il solo autorizzato, in sede nazionale e locale, al deposito delle candidature e all’utilizzo del contrassegno elettorale‘, attraverso curatori speciali nominati volta per volta“.

Chi è l’amministratore nazionale? Si tratta di Alfredo Messina, berlusconiano di ferro, da decenni ai vertici delle aziende, nella geografia di Arcore associato alla voce “fedelissimi“. Ma nella vita tutto può succedere. E dunque, al telefono, c’è chi oggi azzarda ipotesi fino a pochi giorni fa semplicemente lunari: “Cosa succede se Messina stabilisce che il futuro di Forza Italia deve procedere lontano dai Berlusconi?“.

Cosa accadrebbe se si consumasse una rottura all’interno della stessa famiglia? Se una “fazione” spingesse – per intenderci- per Tajani leader ed un’altra per un ruolo maggiormente visibile di Marta Fascina? Ed ancora: come si metterebbero le cose se un’ala del partito, oggi rispettosa minoranza dello status quo, riuscisse domani a scalare politicamente Forza Italia, marginalizzando l’influenza dei Berlusconi? Neanche un figlio di Silvio – o meglio, neanche Luigi Berlusconi – potrebbe fare uso del simbolo che ha contraddistinto l’epopea paterna?

Maestri fa chiarezza: “Messina“, dice, “da anni ricopre la carica di amministratore nazionale: non è titolare” del simbolo “nel senso che è proprietario, ma certamente ha un ruolo fondamentale, sia come persona che ogni volta deve delegarne l’uso in tutte le competizioni elettorali, sia come amministratore del patrimonio di Forza Italia, di cui fanno parte anche il simbolo e il marchio“. La sua figura è centrale: “Lo statuto di un partito, piaccia o no, rappresenta il complesso di regole del gioco valide per quel partito. Nessun iscritto o potenziale candidato, nemmeno nel comune più sperduto d’Italia, può utilizzare alle elezioni il simbolo di Forza Italia, anche in combinazione con altri, senza la procura speciale dell’amministratore nazionale“. Tradotto: senza l’avallo di Messina.

Altra domanda: n…

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