27 Giugno 2023

La versione di Lukashenko: così ha convinto Prigozhin a ritirarsi. I retroscena della trattativa che ha salvato la Russia dalla guerra civile

Voglio che capiate, sappiate, sentiate cosa è successo e cosa sarebbe potuto accadere. Vorrei che comprendeste esattamente cosa è stato. E cosa sarebbe potuto essere“.

C’è della bellezza in queste frasi, un senso di poesia. Così sconvolge che a pronunciarle non sia stato un buono, bensì il cattivo della storia. Perché è Aleksandr Lukashenko il narratore solitario, l’anti-eroe per definizione, su cui oggi si posano i riflettori. In scena, a pochi giorni dall’abortita marcia su Mosca, va il racconto in prima persona di una trattativa che la Storia, stavolta maiuscola, avrebbe potuto cambiarla sul serio. E allora la domanda è la seguente: occorre fidarsi oppure no di ciò che il “Bat’ka” dice? La risposta è semplice: lui solo conosce il vero. Ma non si può fingere che oggi abbia taciuto, che non abbia cioè svelato dettagli e retroscena del negoziato con un altro impareggiabile cattivo, Evgenij Prigozhin, riuscendo chissà come (anzi, lo vedremo) ad arrestarne la sfida lanciata ad un collega malvagio, Vladimir Vladimirovich Putin. E lo so che ora vi starete chiedendo: con tanta crudeltà nell’aria, come ci sentiremo alla fine del racconto? Vi dico di pensare a me, che questo brano l’ho addirittura scritto.

La prima telefonata di Putin

Ancora venerdì la leadership bielorussa non sospetta il precipitare degli eventi: “Abbiamo avuto una così bella giornata, stavamo preparando tutte le cose per celebrare il giorno della Maturità“, racconta Lukashenko. “Io stesso ero impegnato in queste cose e, parlando francamente, stavo ricevendo poche informazioni su quanto stava accadendo in Russia, a Rostov, nel Sud“. Ma sabato mattina qualcosa è già cambiato: “Alle 8:00 ho già ricevuto informazioni preoccupanti rispetto alla situazione in Russia. Attraverso l’FSB e il nostro Comitato per la Sicurezza di Stato, mi è stato detto: ‘Il presidente Putin vuole che lo chiami“. Ma il presidente russo è evidentemente impaziente. Alle 10:00, ora di Mosca, comincia il suo discorso alla nazione, promette fuoco e fiamme contro i traditori. Dieci minuti più tardi è lui a chiamare Lukashenko. Questi necessita di pochi dettagli per comprendere la gravità della situazione: “La cosa più pericolosa, per come io l’avevo intesa, non era la situazione per com’era, ma per come avrebbe potuto svilupparsi, con le sue conseguenze. Quella era la cosa più pericolosa. Ho anche capito che una decisione brutale era stata presa“.

Lukashenko non indugia sul punto in questione, ma la logica porta a supporre che si tratti di questo: Putin ha accettato il guanto di sfida che gli è stato lanciato da Prigozhin. Ed ha deciso di eliminarlo dalla scena. Forse è in questo preciso istante che inizia l’opera di mediazione del leader di Minsk: “Ho suggerito a Putin di prendersi il suo tempo, di parlare con Prigozhin e i suoi comandanti. Lui mi ha risposto: ‘Guarda, Sasha, è inutile. Non risponde nemmeno al telefono, non vuole parlare con nessuno‘. Ho chiesto: ‘Dove si trova?’. E lui: ‘A Rostov’. Ho detto: ‘Ok, una piccola pace è meglio di nessuna pace. Prenditi il tuo tempo, io cercherò di entrare in contatto con lui’. Lui ha detto un’altra volta: “È inutile“. Io ho risposto: ‘Va bene, vediamo’. (…) Alle 11:00 dovevo ancora trovare i numeri di telefono“.

Il tempo vola. E Minsk a quel punto chiama Mosca. Lukashenko chiede il numero di Prigozhin, Putin gli dice di rivolgersi all’FSB. Gli sforzi compiuti portano i risultati sperati, se è vero che adesso Lukashenko può contare su addirittura tre contatti per entrare in comunicazione con Rostov.

Nel raccontare l’andamento della trattativa, quello che fino all’invasione russa dell’Ucraina veniva definito “l’ultimo dittatore d’Europa“, si concede una piccola rivalsa: “Anche se Putin mi aveva avvertito che non avrebbe risposto, Prigozhin lo ha fatto immediatamente”. È il generale Yevkurov a fare da tramite: “Il presidente bielorusso è in linea. Parlerà con lui?“. “Parlerò con Aleksandr Grigoryevich“, replica il capo mercenario riferendosi a Lukashenko.

Il leader di Minsk fornisce la sua impressione: “Ha risposto al telefono. Era esaltato. Evgenij era completamente esaltato“.

Vadim Gigin, analista bielorusso vicino al regime, informato sull’andazzo del colloquio, si era rifugiato in una perifrasi: “Hanno immediatamente pronunciato cose così volgari da far piangere qualsiasi madre“. Oggi Lukashenko conferma: “Durante la prima telefonata abbiamo parlato soltanto con parolacce per circa 30 minuti. L’ho analizzato in seguito. Il numero di parolacce era 10 volte superiore a quello delle parole normali“.

Ma i due devono essere abituati, se è vero che Lukashenko è in grado di mettere da parte il rancore per le offese ricevute e di immedesimarsi nei panni dell’interlocutore: “I ragazzi erano appena tornati dal fronte. Hanno visto migliaia dei loro morti. Erano estremamente delusi. Soprattutto gli ufficiali in comando. E per quanto ho potuto capire, hanno fortemente influenzato lo stesso Prigozhin. (…) Sì, lui è un eroe ma, sapete, era talmente sotto la pressione e l’influenza di coloro che erano al comando delle unità d’assalto e che avevano visto quelle morti. Quindi, in questa situazione, dopo essere saltato da lì a Rostov, in questo stato di mezza pazzia, gli ho parlato“.

E cosa dice Lukashenko? “Ho iniziato a chiarire: ‘Perché avete ucciso dei civili, dei militari, gente che non si opponeva a voi?’. E lui ha risposto: ‘Alexander Grigoryevich, ti giuro che non abbiamo toccato nessuno. Abbiamo occupato il quartier generale. Siamo qui‘. E ciò era vero. Questa era una cosa molto importante, fate attenzione. Era molto importante che non avessero toccato nessuno entrando a Rostov“. Poi Lukashenko va al sodo: “Cosa vuoi?“, chiede a Prigozhin. E l’altro: “Che mi diano Shoigu e Gerasimov. E io devo incontrare Putin“.

“Sarai schiacciato come un insetto”. Come Lukashenko ha convinto Prigozhin a ritirarsi: il braccio di ferro al telefono e l’ultima corsa contro il tempo

Il presidente bielorusso utilizza toni quasi affettuosi, per chiarire l’assurdità della richiesta: “Zhenya”, si rivolge giocando il vezzeggiativo, “nessuno ti darà Shoigu o Gerasimov, soprattutto in questa situazione. Tu conosci Putin quanto me. Inoltre, non solo non ti incontrerà, ma non parlerà al telefono a causa di questa situazione“.

Prigozhin rimane in silenzio. E poi sbotta: “Ma noi vogliamo giustizia! Loro vogliono strangolarci! Andremo a Mosca!“. E qui Lukashenko cambia tono e strategia: “Quando sarete a metà strada verrete solo schiacciati come un insetto. (…) Pensaci“. Prigozhin resiste, urla un “no” convinto. Ma il presidente bielorusso è perentorio: “Puoi fare ciò che vuoi. Ma non sbagliarti. Una brigata bielorussa è pronta per essere inviata nella capitale. E come nel 1941 (tu sei una persona colta, istruita e inte…

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