8 Luglio 2023

L’Isola dei Serpenti è l’isola degli eroi. Zelensky e la storia degli uomini che hanno visto prima degli altri la vittoria dell’Ucraina

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Sta in una lingua di terra dimenticata dal mondo, in un ammasso di rocce sferzato dal vento, l’orgoglio ucraino, l’incubo russo. Sta sull’Isola dei Serpenti, che serpenti a dire il vero non ha, la speranza di riconquistare un giorno non troppo lontano la libertà.

Leggenda narra che gli antichi Greci la chiamassero “isola d’Achille“. Plinio il Vecchio al riguardo azzardò: è lì, in questo angolo sperduto del Mar Nero, che l’eroe del mito è stato seppellito. E nessun uccello ha mai volato più in alto del suo tempio. Storie di ieri, si dirà, dunque epica smarrita? No di certo. Così c’è un motivo se Volodymyr Zelensky, per celebrare il giorno 500 (cinquecento) di questa invasione, sceglie proprio Snake Island. Perché il simbolismo non solo rimane, ma pure mette in moto l’animo umano, lo spinge ad oltrepassare i propri limiti, a trovare forza dove il primo istinto suggerirebbe resa, a cercare vittoria laddove paura consiglierebbe fuga dal mondo, dal nemico, da sé.

Alle 4:00 del mattino del 24 febbraio 2022, la prima motovedetta russa avvicina le sponde dell’isola: ai suoi difensori dice di arrendersi, perché non hanno altra scelta. Gli ucraini non rispondono, piuttosto preparano la resistenza, cui da settimane si preparano. Le guardie di frontiera imbracciano i fucili, a disposizione c’è pure qualche granata. Niente di più, niente di meno. Ma alle 10:00, quando il primo missile si schianta sull’isola, ancora nessuno immagina che di lì a poco all’orizzonte si staglierà l’orgoglio della Marina russa, l’incrociatore Moskva, con il suo equipaggio di oltre 500 persone a bordo.

Quando dalla nave da guerra partono offerte di tradimento all’Ucraina, quando vengono proposti lavoro, denaro, una carriera in Russia, nessuno dei presenti compie un solo passo avanti per abbandonare i suoi compagni. Con l’isola circondata, il Paese invaso, tutti sanno che l’aiuto richiesto ai connazionali prima e poi al Cielo non arriverà. Gli schermi di monitoraggio non danno scampo. Così il 20enne soldato semplice Yurii Kuzminsky fa l’unica cosa che ritiene utile in quel momento: barricarsi all’interno della sua residenza. E pregare.

Ho chiuso gli occhi e ho aspettato“, racconta adesso. Ma nell’attesa, Yurii un’occhiata al telefono la dà. È in questo modo che viene a saperlo: la sua unità di combattimento, comunque vada a finire, si è già assicurata un posto sui libri di storia. E pure sui francobolli ucraini.

Merito delle guardie di frontiera. E di quel misto di coraggio e follia che solo poche volte nella vita si ha la fortuna di sperimentare. Sono due militari in cabina, poco prima della sua preghiera, a stabilire nello spazio di un secondo e di uno sguardo, che è giunta l’ora di mostrarsi al nemico, ma col petto in fuori. Così affrontano via radio il Moskva, mentre il colosso intima: “Isola dei Serpenti. Io, nave da guerra russa, vi consiglio di deporre le armi e di arrendervi per evitare spargimenti di sangue e vittime ingiustificate, altrimenti sarete colpiti in un bombardamento! Isola dei Serpenti. Io, nave da guerra russa, ripeto: vi suggerisco di deporre le armi e arrendervi, altrimenti sarete colpiti! Mi ricevete?“.

La prima guardia di frontiera si rivolge alla seconda: “Bene, allora è tutto. Vogliamo mandarli a quel paese?“. E l’altra risponde placida: “Suppongo di sì“. Spetta a chi ha partorito l’idea, l’onore di trasmettere il messaggio: “Nave da guerra russa, vai a farti f***re“.

Seguono probabilmente secondi di interminabile spaesamento, conditi dalla consapevolezza ucraina che la morte di lì a poco verrà. I russi infatti reagiscono alla loro maniera: facendo fuoco. Ed in tutto il mondo si diffonde la notizia di 13 guardie di frontiera cadute sotto i colpi del nemico.

Non passa molto tempo prima che la missione di padre Vasyl Vyrozub prenda vita. Quando l’esercito gli chiede di riportare a casa i corpi dei soldati ucraini, questo prete ortodosso di 52 anni con un passato da militare non si sottrae.

Insieme a lui partono due preti protestanti ed il medico Ivan Tarasenko, mite anestesista pediatrico di Odesa.

Giunti sull’isola, i russi ci sono, certo. E alcuni di loro recriminano agli ucraini di aver “fatto arrabbiare Putin“. Poi aggiungono: la guerra “durerà due giorni“, addirittura meglio dei tre preventivati dal Cremlino. La loro sicurezza è data dal Moskva, che indicano poco distante. Il messaggio è chiaro: cosa vuoi fare contro una nave da guerra del genere?

Ma lo scenario che il quartetto si trova davanti, arroganza russa a parte, è altamente inatteso. Intanto le finestre degli edifici sono perlopiù intatte. E poi le persone. Guardie di frontiera, marines, civili: sull’Isola dei Serpenti ci sono 80 persone, e sono vive. Il comandante dell’unità, il 29enne Maj Hotskiy, ha infatti valutato non senza ragioni che un manipolo di soldati provvisto di sole armi leggere sarebbe andato incontro a morte certa sfidando Golia. Perché calpestare la vita? Perché rinunciare ad ogni speranza? Dunque quegli uomini dati per morti sono stati catturati, ed ora sono prigionieri. Come padre Vyrozub, come il dottor Tarasenko, che finiscono per condividere il destino dei soldati che erano convinti di dover seppellire.

I russi, infatti, pensano che i titoli di “padre” e “dottore” siano coperture, credono di aver a che fare con agenti segreti ucraini. Addirittura c’è chi si spinge oltre, c’è chi si dice certo che dietro quella missione di “soccorso” si nasconda invece una spedizione di attentatori suicidi altamente addestrati, incaricati da Kyiv di far saltare in aria l’intera isola, portando all’inferno pure gli invasori. A nulla valgono gli sforzi del dottor Tarasenko, le richieste agli aguzzini affinché controllino il suo telefono: che vedano coi loro occhi dieci anni di chat con i colleghi camici bianchi, se non credono alla sua parola! Non penseranno mica che abbia finto per tutto questo tempo al solo scopo di farsi scoppiare in quel luogo e in quel momento, vero? Ma nulla distoglie i carcerieri dall’idea iniziale: la comitiva di 82 prigionieri finisce nelle carceri di Sebastopoli, in Crimea. Poi, dopo 11 giorni, viene trasferita nella regione di Belgorod.

Nel tempo di prigionia all’ordine del giorno vi è la tortura. Vyrozub e gli altri vengono picchiati selvaggiamente, condotti a ripetizione ben oltre il limite dell’umana sopportazione. Le celle sono strette, costantemente illuminate, al punto che pure è difficile stabilire il tempo di permanenza nelle stesse. Qualcuno, prima di loro, è già stato in quelle quelle gabbie. I prigionieri se ne accorgono dai segni sui muri: le unghie a disegnare graffi incerti per tenere il conto della propria agonia. Non è chiaro che fine abbiano fatto una volta usciti di cella, ma è certo che per sopravvivere si coltivi l’illusione. Un giovane soldato ucraino, ad esempio, spiega ogni giorno ai carcerieri russi che non potranno trattenerlo molto, perché sua moglie sta per partorire, e lui non può mancare.

L’inferno in terra del dottor Tarasenko durerà in tutto 41 giorni. Insieme a lui verranno liberati anche i due sacerdoti protestanti. Nello scambio di prigionieri che avviene a Zaporizhzhia, l’occhio del clinico non tradisce. Gli ormai ex detenuti russi che gli scorrono accanto, sfoggiano infatti costose protesi alle gambe. Il trattamento ricevuto, dunque, non è stato uguale per tutti i prigionieri. La rabbia è molta, ma l’indomani il viaggio di ritorno in autobus verso Odesa nasconde una sorpresa. Su un cartello collocato lungo l’autostrada è ritratta l’immagine di una nave per metà affondata, accompagnata dalla scritta: “Nave da guerra russa, vai a farti fot***e“. È soltanto in quel momento che Tarasenko e gli altri realizzano di essere diventati il simbolo di una resistenza che va oltre i destini del singolo.

Il calvario di padre Vyrozub dura anche di più: 69 giorni di carcere in cui la sua resistenza viene piegata. I russi si divertono a piazzare spilli sotto le sue unghie, a trafiggerlo con scariche elettriche. Così ottengono che il prete dichiari in un video di non voler tornare a Odesa “perché la città è gestita dai nazisti” e, prima della liberazione, che in un altro dica di essere stato trattato bene. Quando riabbraccia la sua famiglia, la commozione è tanta, la gioia pure, ma il pensiero non può che andare ai compagni rimasti nelle prigioni del nemico. Perché anche oggi che il Moskva è stato affondato, anche adesso che il soldato russo non ostenta sicurezza indicando l’incrociatore, e pure ora che sull’Isola dei Serpenti è tornata a sventolare bandiera ucraina, molti di quei prigionieri sono nelle celle russe. In mezzo alle decine che ancora attendono di salire sull’autobus che li riporterà a casa, c’è pure il giovane ucraino che non poteva restare imprigionato perché sua moglie doveva partorire.

Dice Volodymr Zelensky: “Oggi siamo sull’Isola dei Serpenti – sulla nostra Isola dei Serpenti, che non sarà mai conquistata dall’invasore, come tutta l’Ucraina, perché siamo un Paese di coraggiosi“. Il soldato Yurii, ripensando all’incubo e alla sua preghiera, si schermisce: “Eravamo solo ragazzi normali contro una nave da guerra“.

La volete la verità? Sull’Isola dei Serpenti, i serpenti non ci sono. Sembra che il suo nome derivi dalle bisce acquatiche che dal Danubio arrivano, trasportate dai rami, per abitare il mare intorno. Ma gli eroi c’erano.


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