23 Luglio 2023

Corrida di Spagna. Sánchez torero sfida Feijóo e l’incubo Vox. Gli ultimissimi sondaggi (proibiti), la “teoria del dado” e la partita parlamentare

Nella corrida di Spagna, Pedro Sánchez è il torero. Il suo drappo rosso continua ad agitarsi, ma il toro Alberto Nuñez Feijóo, leader del Partido Popular, vede il bersaglio, è pronto ad incornare. Non teme il passo di danza del matador, le sue movenze sinuose ed eleganti. Eppure forse dovrebbe, dice chi conosce l’arena, perché Sánchez è il campione (amato e odiato) che suscita gli “ooh” della folla ormai da anni. Quando sembra all’angolo, senza via d’uscita, il torero trova un varco, il guizzo che manda in confusione la sua nemesi, l’affondo che mata il toro. Le elezioni di Spagna sono in sintesi questo spettacolo politico al ritmo di flamenco. Sánchez e Feijóo gradirebbero danzare un paso doble, ma la scelta della musica non sta a loro: la coreografia è aperta ad altri comprimari, con ambizioni da protagonisti, Yolanda Díaz a sinistra, Santiago Abascal a destra. Di certo, questa sera, c’è solo che si ballerà parecchio.

Chi è Pedro Sánchez? Risposta: è l’uomo che dà le carte nella politica iberica, è il leader apprezzatissimo dai colleghi stranieri, il capo di governo che ha riportato Madrid a contare qualcosa sulla scena internazionale. In patria è (anche) il primo ministro di un Paese la cui economia è in grande crescita, con l’inflazione sotto controllo, il PNRR in linea con le scadenze. Sánchez è tutto questo, per i suoi elettori. E l’opposto per tutti gli altri. C’è chi lo vede come l’incarnazione del male assoluto, chi ne parla come del capo di governo che sta portando la Spagna dritta nel baratro dell’inciviltà. I suoi rivali politici hanno coniato il termine “sánchismo” per raggruppare tutte le caratteristiche che rendono Sanchez il magnete che spinge i suoi detrattori ad affollare le urne con un unico intento: mandarlo a casa. E il destinatario delle accuse cosa dice? Dice che “il sánchismo è la vecchia strategia della destra quando si trova all’opposizione. È un modo di deumanizzare, ridicolizzare, dipingere il leader progressista che guida il governo come una persona egoista, che non ha nessuno scrupolo ed è pronta a fare qualunque cosa per rimanere al potere. Lo fecero con Felipe González e lo chiamarono felipismo; lo fecero con José Luis Zapatero lo chiamarono zapaterismo: e lo fanno con me, chiamandolo sanchismo“.

La figura di Sanchez è molto ingombrante, forse troppo. Lo è al punto che Feijóo – favorito dei sondaggi (e li vedremo) – ha deciso di rendere la campagna elettorale un referendum sul suo rivale. L’altro ha compreso la tattica avversaria, ha tentato fino in fondo di disinnescarla, ma non è detto sia riuscito nell’impresa. Ha chiesto di votare PSOE (piuttosto che per lui); ha chiesto di premiare il partito che sta riformando lo Stato, che sta assicurando diritti alle minoranze. E qui Feijóo si inserisce, oppone al tiki taka il contropiede: in che modo? Semplice, promettendo di “abrogare tutte le leggi ispirte dalle minoranze che danneggiano la maggioranza“. Oppone la ricetta del “buon senso” a quella delle presunte bandiere ideologiche, il pragmatismo alla radicalità di alcune scelte condizionate da una coalizione di governo a dir poco eterogenea e condizionata dagli estremi.

I sondaggi dicono che la strategia di Feijóo sta pagando. L’ultimo sondaggio pubblicabile in Spagna descrive questa situazione. Il Partido Popular è in testa con un margine rassicurante sul PSOE; Sumar di Yolanda Dìaz e Vox di Abascal lottano per il bronzo al 13%. Ma la vera partita è un’altra, è quella per i seggi al Congreso de los Diputados, l’equivalente della nostra Camera.

Il modello probabilistico de “El Paìs” sostiene che il Partido Popular otterrà una media di 142 seggi, finendo comunque nell’intervallo compreso fra 120 e 164. Il “magic number” da tenere a mente nell’arco della serata, per la maggioranza è posto a quota 176. Benvenuti nel girone infernale dei conteggi che da settimane fanno impazzire i partiti iberici.

Lo scenario più temuto a sinistra è anche quello con maggiori possibilità di concretizzarsi. Provate a sommare i seggi attributi al Partido Popular (142) e quelli di cui viene accreditata l’estrema destra di Vox (35). Risultato: 177 seggi, uno in più della maggioranza richiesta. Tra i popolari c’è consapevolezza che si debba ambire ad un successo netto per tentare la corsa (quasi) solitaria. L’asticella in questo caso è stata posta a quota 165: in quel caso Feijó potrebbe (forse) puntare su un governo di minoranza con il Partito nazionalista basco conservatore e con la Coalizione delle Canarie. Altri accoppiamenti sono sempre possibili, ma all’aumentare dei voti necessari crescono pure le probabilità che uno dei possibili alleati avanzi richieste irricevibili per gli altri. Qui è tutto un “dolor de pelota“.

Per capire, bisogna entrare nei corridoi del Palacio de las Cortes di Madrid, comprendere il meccanismo di nomina del primo ministro di Spagna.

Una volta celebrate le elezioni, la palla passa nelle mani del Re, che tiene consultazioni con i leader dei partiti ed assegna l’incarico di formare un governo al candidato che ritiene abbia le maggiori possibilità di farcela. Il presidente del Congreso, a quel punto, convoca la sessione di “investitura” (se ne parlerà a metà settembre): è il primo momento cruciale, quello in cui il vincitore delle elezioni deve puntare ad ottenere la maggioranza assoluta, i 176 voti che lo separano dalla Moncloa, il palazzo del presidente.

Se fallisce, entra in gioco l’orologio. Dal momento in cui l’aspirante viene sconfitto, ha inizio un conto alla rovescia di due mesi, al termine del quale il Re deve sciogliere il Parlamento ed indire nuove elezioni. Ma le lancette, nella vita, possono anche regalare delle gioie. Entro 48 ore dal primo voto, infatti, si celebra una seconda votazione, che è anche la migliore opportunità di farsi eleggere. In questo caso non è necessaria la maggioranza assoluta, basta quella semplice: occorre cioè prendere anche solo un voto in più di chi si oppone alla fiducia. Aspetto fondamentale: le astensioni vengono scorporate dal conteggio; ciò significa che il quorum si abbassa, servono meno voti per vincere.

Pedro Sanchez è il mago dei giochi d’aula. È l’uomo che nel 2018 è riuscito a far passare per la prima volta nella storia di Spagna una mozione di sfiducia contro un governo in carica, sostituendosi a Rajoy.

Quella di Sanchez è una personalità pragmatica, elastica – i suoi rivali la definiscono semplicemente “assetata di potere” – e lo si è visto nuovamente poche settimane fa, dopo la sconfitta del PSOE alle elezioni locali di maggio. Sanchez ha sparigliato, ha convocato elezioni anticipate e si è messo in gioco, puntando tutto sulla mobilitazione dell’elettorato progressista dinanzi al pericolo di un’alleanza che includa i post-franchisti di Vox. Punto di domanda: Sanchez può vincere queste elezioni? Nell’ultimo comizio, a Getafe, Sanchez ha promesso di sì: “Vinceremo le elezioni all’ultimo colpo di pedale, all’ultimo respiro, all’ultimo voto e le vinceremo clamorosamente!“. I numeri dicono che ha bisogno che i sondaggi sbaglino, pur restando all’interno del margine d’errore del 3%. Difficile? Sì. Impossibile? No. Quanto difficile? Qui entra in gioco la teoria del dado.

Secondo El Paìs la probabilità che ciò si verifichi è del 16%: come lanciare un dado, chiudere gli occhi, e sperare (pregare) che esca il 6.

Il secondo scenario è quello che prevede un errore nell’ordine del punto e mezzo percentuale, sempre a favore di Sanchez. In questo caso avremmo come esito un possibile stallo. Ma attenzione a dare per scontata un’alleanza tra PP e Vox. Feijòo potrebbe sempre decidere che l’opzione migliore, anziché legarsi mani e piedi agli estremisti di destra, sia quella di lascia…

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