Ottobre 31, 2023

Storie di rubabambini. Vladimir Putin e il piano per deportare i ragazzi ucraini. La guerra delle madri contro il Cremlino

La mattina del 24 febbraio 2022 a svegliare il corpulento Volodymyr non sono le esplosioni, e neanche le sirene antiaereo. È una telefonata di sua sorella ad annunciare che “la guerra è iniziata“, che d’un tratto nella loro vita, in quella di Kherson e dell’Ucraina, esiste un prima, esiste un dopo.

La conferma ai timori tenuti per settimane sottochiave arriva nello spazio di pochi istanti, scrutando l’orizzonte. Già s’impennano verso il cielo le prime colonne di fumo nero, risultato delle cannonate russe. Ma c’è poco tempo per pensare, e pure per disperare: con un orfanotrofio di 52 bambini da mandare avanti la priorità è assicurarsi che a questi ultimi non manchi niente, che non crollino sotto il peso delle emozioni, della paura.

E allora menomale che c’è Denis. Ha 16 anni, e una volta maggiorenne lascerà l’istituto che lo ha accolto quando ne aveva appena 6, subito dopo la morte di sua madre. Ma adesso c’è. E il rispetto di cui gode tra i ragazzi più piccoli è fondamentale per tenere unita la compagnia, per far sì che il panico non si insinui, dilagando, anche all’interno di quelle mura.

Denis è intelligente, empatico, capace di adattarsi a qualunque situazione, con idee chiare: “Amo l’Ucraina. E amo la Russia. Ma odio Putin e l’elite russa che ha iniziato questa guerra“, dice su TikTok. È per questo che ad ottobre, quando i soldati ucraini riconquistano importanti fette di territorio, ai funzionari russi che si presentano nelle scuole e dicono ai ragazzi che Kherson non è più posto per loro, Denis si oppone. Il giovane prova a mettersi di traverso, non vuole andare. Ma è chiaro che non abbia troppa scelta. “Se non verrai con noi di tua spontanea volontà, allora ti porteremo via con la forza“, gli dicono. E Denis cos’altro può fare, se non seguirli?

Per Kostya, 13 anni, le cose vanno diversamente. Lui una casa e una famiglia le ha. Ma con un padre malato spetta a lui uscire di casa per l’unico strappo alla regola concesso dal coprifuoco: il raduno in piazza per la distribuzione di viveri.

Quel pomeriggio d’autunno, però, sulla strada del ritorno succede qualcosa di strano. I soldati russi che nei giorni scorsi gli hanno insegnato come imbracciare un fucile stavolta non sono amichevoli. Gli puntano le armi contro, lo spingono verso casa e gli dicono di farsi aprire: sospettano che la sua famiglia nasconda soldati ucraini. Kostya nega, sa che non è vero, ma non si fida. Così quando sente sua sorella Liza avvicinarsi alla porta le sussurra di non aprire. La ragazza esita per un attimo eterno: sarà uno dei soliti scherzi di Kostya? Vuole farli spaventare? Ma Kostya è serio: “Non aprire“, le ripete, “ci sono i soldati“. Liza si fida. E fa bene.

Quegli stessi soldati portano Kostya nel seminterrato, lo legano, lo incappucciano. Ma fin da piccolo il ragazzo ha sempre sognato di entrare a far parte delle forze speciali. Così ha imparato alcuni trucchi. Ed uno di questi gli permette di liberarsi una volta che i soldati sono andati via. Quando bussa alla porta di casa, però, nessuno risponde. E stavolta non è un silenzio di facciata. La sua famiglia ha pensato che Kostya sia stato prelevato dai militari russi. Per questo, nel timore che possano tornare, hanno raccolto in fretta e furia poche cose e sono scappati. Dietro di loro hanno lasciato chiavi di casa ed una piccola somma in denaro per la vicina, con una richiesta: se Kostya dovesse tornare, prenditi cura di lui.

Danil di anni ne ha 14. E l’inizio della sua storia è ancora diverso.

Con gli ucraini che avanzano, con Kherson diventata nuovamente zona di guerra, sono gli insegnanti che i russi hanno fatto arrivare nelle scuole locali a contattare i genitori dei ragazzi per consigliargli di spostare i loro figli in Crimea, ufficialmente per tenerli al riparo dai combattimenti. Li chiamano “campi vacanze“, e parlano di un periodo di villeggiatura non più lungo di due settimane: un modo per consentire ai bambini di uscire dalla dimensione della guerra, di fare i bambini. Ma la mamma di Danil non si fida: “Non andrai da nessuna parte“, gli dice la prima volta che il ragazzino chiede di partire. Se cede, ad un certo punto, è soltanto per le pressioni del figlio. I suoi amici gli hanno mandato un sacco di video: stanno bene, si divertono, perché lui no? Danil è partito da appena una settimana quando i russi annunciano l’evacuazione di Kherson. Mamma Alla ha già capito: suo figlio e gli altri ragazzi sono stati deportati.

Anche i ragazzi impiegano poco tempo a capire che la loro, più che una “vacanza”, è una prigionia. Il responsabile della sicurezza del campo spiega che lì resteranno per un anno almeno, perché Kherson – ora che i soldati ucraini ne stanno riprendendo possesso – non è posto che gli si addica. I genitori e i parenti che tentano di restare in contatto con i bambini sono spesso e volentieri respinti al mittente: chi si occupa di organizzare la giornata dei giovani ospiti ucraini spesso riattacca oppure non risponde. Così il solco si approfondisce, il senso di distacco aumenta. Prendete Kostya: la vicina di casa ha rispettato i patti, si è presa cura di lui. Ma quando il ragazzo manifesta la volontà di unirsi ad uno di quei “campi vacanza” in Russia oppone scarsa resistenza. Ventuno giorni sono un’esperienza, ma quando i mesi passano e nessuno viene a prenderti, se nessuno chiede di te, allora qualche domanda rischi di fartela: perché la mia famiglia ha smesso di cercarmi? Perchè nessuno viene? Ed è vero, come ci dicono gli educatori russi, che in Ucraina non conviene fare mai ritorno, perché saremmo trattati come traditori?

Ma se la famiglia di Kostya non si fa sentire non è perché non pensi al suo ragazzo. Il punto è che le comunicazioni sono collassate. Non hanno neanche un telefono da cui chiamare. Sei lunghissimi mesi trascorrono prima che un contatto venga finalmente stabilito. Con suo padre alle prese con le conseguenze di un ictus è Lyza, sua sorella maggiore, a capire di doversi muovere. Aspetta di compiere 18 anni, di poter ottenere un passaporto, poi si mette in viaggio verso Krasnodar, in Russia: è qui che Kostya è stato dato in affidamento. La sua “nuova” famiglia lo tratta bene: “C’erano arance, banane, e carne tutti i giorni“, ricorda lui, che al momento del dunque, abituato al benessere e forse un po’ deluso, vacilla. I russi gli hanno promesso un lavoro, uno stipendio più che dignitoso, la vita tranquilla che probabilmente non ha mai avuto. Ma Lyza ha fatto troppa strada per tornare a casa senza di lui. Non è chiaro quali parole usi. Si sa solo che siano quelle di una sorella. Conta che Kostya capisca: quelle che gli hanno raccontato “sono solo favolette“. E che se non torna adesso, suo padre, non lo vedrà mai più.

Così si salva un bambino. Ma tutti gli altri?

Il piano di deportazione di Vladimir Putin. Il viaggio della speranza delle madri ucraine. Il destino di Danil e quello di Denis.

Denis, ad esempio, in qualche modo riesce a telefonare alla sua madrina: è disperato, dice di voler tornare in Ucraina, ma un modo per raggiungerlo non c’è. E i russi, nel frattempo, non stanno a guardare. Il lavaggio del cervello cui sottopongono i ragazzi è una morsa a cui è difficile sottrarsi. Ogni legame con le tradizioni ucraine viene tranciato di netto. Anche la lingua madre viene riposta in un angolo a beneficio del russo. L’inno di Mosca viene eseguito e cantato più e più volte al giorno. Per questo non c’è da sorprendersi più di tanto se ad un certo punto Denis, proprio il ragazzo che diceva di odiare di Vladimir Putin, finisca sulle frequenze della tv di Stato, avvolto in una bandiera russa, dichiarandosi felice sostenitore dell’inquilino del Cremlino. Volodymyr, che lo conosce bene, non crede a ciò che vede: “È stato costretto a farlo“, garantisce, sta solo tentando di sfuggire alle punizioni pensate per chi non rispetta gli ordini degli educatori.

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