Non arretrano di un millimetro. Ma di decimali sì

Matteo Salvini ministro, foto da Web

 

Per due mesi, da quando cioè è diventata ufficiale la mossa suicida di impostare la Manovra con un deficit al 2,4%, Salvini e Di Maio hanno accusato chiunque criticasse quelle percentuali di essere “servo dell’Europa”. Questa, nel migliore dei casi, era la critica rivolta a quanti – noiosi che siamo – si preoccupavano di mettere in guardia il governo: guardate che i conti non tornano, state spendendo troppo e male, fermatevi ora, prima che sia tardi.

Molti miliardi persi dopo qualcosa è cambiato. Il dogma del governo sul deficit, accompagnato dall’ormai abusato “non arretriamo di un millimetro”, s’è trasformato da argomento tabù a occasione di riflessione. Scontro con la Commissione Europea? Macché, dialogo. Soldi intoccabili e già stanziati per reddito di cittadinanza e quota 100? Ma no dai, forse ne bastano meno.

Allora va bene tutto, ma credere al miracolo di san Giuseppe Conte no, questo no. Che sia bastata una cena a base di mele cotogne ad illuminare il governo sulla via di Bruxelles non lo riteniamo possibile. Allora diciamocele come stanno le cose, francamente, occhi negli occhi, da italiani.

Salvini e Di Maio hanno tentato un azzardo politico, sperando che la debolezza dell’Europa li lasciasse impuniti. Prima della Commissione Europea, però, a castigarli sono stati i mercati. E allora sono stati costretti ad innestare la retromarcia, ad ammettere che quelle raccontate finora, sulla sostenibilità delle misure, sugli impatti che avrebbero avuto sulla crescita, erano in fondo nient’altro che bugie.

La prossima curva è forse la più importante, quella prima del rettilineo. Per convincere la Commissione non bastano briciole, serve rivedere l’impianto della Manovra, adattarlo alla realtà. Salvini e Di Maio devono quindi scegliere: sono pronti ad ammettere che ciò che hanno promesso non si può fare? Perché la coperta è corta. E lo hanno dimostrato loro, quelli che non arretrano di un millimetro. Ma di decimali sì.